Quando ci pare che il Signore sia indifferente al nostro dolore, andiamo al ricordo del bene ricevuto, alla memoria di esso.
Solo così ritroveremo le Sue tracce nella nostra esistenza.
Ferite come pertugi di speranza, come immagine d’amore. Sono le ferite di Cristo, piaghe che diventano canali aperti tra Lui e noi, e che riversano misericordia sulle nostre miserie.
C’è un perché, che discende dalla parola greca ἱνατί, inatì, che chiede non la causa del dolore, ma lo scopo, il fine. Siamo invitati a entrare in questa domanda di Cristo, cercando la meta a cui giungere per vivere con Lui tutti i nostri quesiti.
Nell’apparente silenzio di Dio soffia in realtà lo Spirito Santo. Egli nasconde la sua persona nella molteplicità dei suoi doni. È delicato, non si impone. E nella malattia, se glielo permettiamo, lo possiamo percepire.
In Gesù Cristo, tutta la nostra vita, ogni cosa, prende senso. E mentre un abisso sembra rapire i nostri giorni, l’abisso dell’amore di Dio li salva e niente va perduto.