Perché?

C’è un perché, che discende dalla parola greca ἱνατί, inatì, che chiede non la causa del dolore, ma lo scopo, il fine. Siamo invitati a entrare in questa domanda di Cristo, cercando la meta a cui giungere per vivere con Lui tutti i nostri quesiti.
18 Giugno 2026 | di

Quando Eleonora Giorgi si ammalò di tumore al pancreas, le chiesero se avesse mai lanciato il suo perché a Dio, e lei rispose che non lo aveva fatto: non aveva mai chiesto «perché?» durante le cose belle, non vedeva il motivo di chiederlo per una malattia. Eppure, pare sorgere spontaneo questo interrogativo nel cuore di chi soffre.

Eschilo diceva: «Infinito è il respiro di dolore che sale dalla terra verso il cielo». Come tutti gli antichi, si chiedeva se ci fosse un Dio capace di raccoglierlo e la risposta era sempre negativa: Zeus nel suo Olimpo non si preoccupa della sorte degli uomini. Il libro di Giobbe ci presenta un uomo che osa protestare con Dio. La stesura di questo testo risale al periodo postesilico, verso il V sec. a.C. L’esilio babilonese aveva messo in discussione la teologia del tempo. Il popolo ebraico era senza terra, senza tempio, senza un re, oppresso dalla domanda sul perché di quel dolore. Pareva che gli idoli dei nemici vincitori fossero più forti del Dio di Israele. Giobbe è l’emblema della disgrazia non fondata sulla colpa. Egli dice che vuole parlare solo con Dio, dopo aver ascoltato gli amici che lo colpevolizzavano; sente che ha delle ragioni da opporre al Signore. E Dio accetta di salire sul banco degli imputati, perché ritiene che l’uomo abbia diritto di porre delle domande importanti, soprattutto quando soffre; ma non risponde alla domanda sul perché del dolore. Nella sua teofania, Egli chiede a Giobbe: «Quando ponevo le fondamenta della terra, tu dov’eri? Dimmelo, se sei tanto intelligente!» (Gb 38,4). La questione posta da Giobbe rimane in sospeso: è come se chiedesse la radice quadrata di una nuvola. Dio non risponde al quesito, ma pone una certezza: tutto è al sicuro nella sua creazione.

Anche Gesù non risponde mai a questo interrogativo: non è venuto a spiegare il dolore, ma a prenderlo su di sé; mentre gli dei greci sono impassibili, noi crediamo in un Dio che ci ama talmente da prendere un corpo e sentire tutta la nostra sofferenza. La Lettera agli Ebrei dichiara: «Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato» (Eb 4,15).

Eppure, c’è un perché importante che troviamo sulle labbra di Cristo al momento della morte: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46), che certo riassume davanti a Dio tutti i nostri interrogativi, li porta al suo cospetto. Ho scoperto un colore interessante di questo termine che nel testo di Matteo è detto con la parola greca ἱνατί, inatì, che vuol dire perché, ma con una spiccata accentuazione finale: non si chiede la causa del dolore, ma lo scopo, il fine. Siamo invitati a entrare in questa domanda di Cristo, cercando la meta a cui giungere per vivere con Lui tutti i nostri quesiti.

Non affastello domande nel mio cuore: / mi basta entrare nel tuo sospiro / per trovare pace.

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Data di aggiornamento: 18 Giugno 2026

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