Il miracolo della fraternità
Pregare sant’Antonio perché ci aiuti, lo si fa in tutto il mondo. Non a caso lui è chiamato il Santo dei miracoli. Anche la rivista degli aderenti all’Associazione universale di Sant’Antonio, legata alla diocesi di Padova, si intitola così e il perché viene da una lunga storia di fedeltà. Le storie che giungono a Padova e che raccontano la preghiera esaudita arrivano da ogni Paese, intercettano ogni età e i bisogni più diversi. La salute fisica, un dolore sentimentale, la guarigione per un amico malato, un dubbio spirituale, un rancore da cui liberare lo spirito. Sono una vera e propria rassegna di umanità, la stessa che ci avvolge come un respiro pieno di voci quando si entra al Santo di Padova. Capita di arrivare con il dolore che ci piega le spalle e ci fa trascinare il passo e di uscire diversi in modo evidente, anche se è difficile da spiegare con le parole. È un sentirsi parte di un mondo più grande del nostro dolore, che però può accoglierlo e lo può alleggerire. Un mondo in cui le preghiere si incrociano, si allargano rispetto al nostro proprio chiuso bisogno, si prestano e si ricevono. C’è la percezione che non siamo soli e non saremo lasciati cadere.
La Basilica come uno scrigno, un tesoro di preghiere in qualche modo disponibili, basta chiedere, forse nemmeno credere, basta solo non chiudere la porta dello spirito a una storia di fedeltà dentro la quale siamo, e basta. «Non abbandonarci alla tentazione», recita la preghiera che Gesù ci ha insegnato, tutta coniugata alla prima persona plurale. Noi è il pronome della fede e in questo vortice silenzioso delle preghiere al Santo ogni richiesta personale diventa di tutti. Una specie di tessuto che ci ricomprende in una comune umanità amata, oggetto di una fedeltà che è di Dio, del Santo e nostra. Tantissime testimonianze di grazie e miracoli esauditi riguardano altri rispetto a chi chiede e poi ringrazia. È come avere un poco imparata l’arte dell’intercessione. Nel libro di Giobbe, durante la disputa tra Dio e Giobbe, troviamo un versetto un po’ misterioso: «Non c’è fra noi un arbitro, che ponga la mano su di noi» (Gb 9,33). Nella versione del monastero di Bose la traduzione stessa chiarisce il senso: «Ci fosse tra me e te, Signore, uno che mette la mano su di me e su di te, sulla mia spalla e sulla tua spalla». Un intercessore chiede Giobbe. E il toccare le spalle dei nemici vuol dire creare un ponte, mettere in contatto, impedire che la figura dell’allontanamento prevalga nella relazione.
La teologia ci dice che per noi è stato Gesù l’intercessore, e attraverso di lui lo sono poi anche i santi e le sante e chiunque nelle preghiere partecipi a quel tesoro di bene che sentiamo operare in noi. Si dice anche nel linguaggio comune, oltre che della fede, «ho sentito la mano sua su di me». Di mia madre, della persona amata, di un angelo, di chi mi vuole bene, di Dio su di me. E mi sono sentito non più solo, guarito, meno oppresso, più sereno. Sono tanti i modi di entrare in questa fedeltà reciproca, orizzontale perché è fondata sulla fedeltà di un Dio che ha nei secoli dato prova di non far venire mai meno il suo amore. Quanti pensieri entrando al Santo. Forse il miracolo che sempre accade è questo sentirsi fratelli, responsabili senza deliri gli uni degli altri, alleggeriti nei pensieri di morte che il mondo ci porta. «La fedeltà rischiara ogni infelicità e la ricopre delicatamente di dolce, ultraterreno splendore» scriveva Dietrich Bonhoeffer dal buio del carcere in cui si trovava rinchiuso a Berlino (Resistenza e Resa, Queriniana 2002, p. 461).
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