Abbandonare per ritrovare

Mai ci saremmo aspettati di essere aggrediti dal «nemico invisibile» che sta spaventando il mondo, il Covid-19. Stiamo soffrendo un «impoverimento» da tante cose che ora appaiono per quello che erano: inutili.
07 Aprile 2020 | di

«Il vero povero si accontenta del minimo, desidera il minimo: e questo “minimo”, unito con il “grande” di Dio, lo sazia e lo ristora».  Sant’Antonio, Domenica I dopo Pentecoste. Viviamo un tempo dal sapore apocalittico, di cui ignoriamo la durata, e che sta dividendo la nostra epoca tra un «prima» e un «dopo», sulle ceneri di una globalizzazione finita molto male.

Le epidemie non sono nuove, anche il nostro sant’Antonio ne ha attraversata qualcuna, a fianco delle vittime. Mai nessuna, però, ha avuto il battistrada mediatico e il monitoraggio al limite del compiacimento morboso dell’attuale, mentre minuto per minuto sappiamo «tutto» e «niente», e l’incertezza nutre paura.

La stessa Chiesa cattolica, parliamo ora di quella italiana, vive una sorta di «sospensione» di se stessa mai sperimentata prima nella storia, mentre si cercano nuove modalità comunicative della fede e del senso del divino, come emergenza impone. Avete visto il filmato del parroco di Bibione (VE), don Andrea Vena, il quale, sul traballante piano di un veicolo Ape (guidato da un volontario), attraversa la sua parrocchia benedicendo e pregando per il suo popolo, con accanto la statua della Vergine? Allo stesso modo centinaia di altri preti e comunità stanno sperimentando nuove iniziative, per una rinascita che si annuncia dolorosa ma con il possibile retrogusto di Grazia che la conversione consente.

Stiamo soffrendo un «impoverimento» da tante cose che iniziamo a riconoscere per quello che erano, cioè legami/dipendenze inutili e da abbandonare, mentre possiamo imparare una «povertà sana», sulla misura descritta dal Santo: «Il vero povero si accontenta del minimo, desidera il minimo: e questo “minimo”, unito con il “grande” di Dio, lo sazia e lo ristora».

Possiamo puntare anche noi su quel «minimo» che ci consenta esperienze più umane: una nuova vera interdipendenza, la coltivazione degli affetti migliori, la compassione – nella giustizia delle relazioni – per le creature e per il Creato?

Non me lo sarei mai chiesto, ma oggi lo faccio: se la «povertà buona» nasce – come oggi succede a noi – da un «impoverimento» di zavorre non esente da dolore, il giovane monaco Fernando dove l’ha imparata, quando l’ha sentita marchiare a fuoco il proprio cuore? È stata la Sacra Scrittura sulle cui pagine passava notti e notti al lume della lampada? Ha avuto degli incontri destabilizzanti come quello di san Francesco col lebbroso? Quale «dolore» lo ha principalmente ferito e gli ha messo dentro l’incontenibile bisogno/dovere di abbandonare per «ritrovarsi e ritrovare»?

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Data di aggiornamento: 07 Aprile 2020
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