Con «suor Google» la clausura passa per il web

Si chiama suor Maria Caterina, ma ormai tutti l’hanno ribattezzata «suor Google», per via delle sue doti informatiche. È la più giovane delle nove clarisse che abitano il monastero di Santa Chiara a Oristano.
30 Ottobre 2018 | di

Il silenzio meditativo della clausura e il mondo interattivo dei social: due estremi, apparentemente inconciliabili, per modi di vita assolutamente distanti. Eppure non è detto che sia sempre così. A Oristano, in Sardegna, questi due mondi convivono pacificamente dentro le mura di un antico monastero, quello di Santa Chiara, dove nove monache clarisse urbaniste custodiscono la loro scelta contemplativa, ma si sono anche aperte all’universo del web, ovviamente in un modo tutto particolare e costruttivo. Che non fa guerra al silenzio, ma lo riempie di significato. E di voci, discrete, che chiedono aiuto, preghiera e notizie su quel mondo così strano, dietro le grate.

Icona di questa piccola, pacifica «rivoluzione» è la più giovane delle sorelle, suor Maria Caterina, da undici anni in monastero. Quando entrò in comunità si chiamava già Maria Caterina, e decise, come ora è permesso alle monache, di non cambiare nome. Non sapeva, però, che un nuovo nome ci sarebbe comunque stato: dai più ormai è conosciuta come «suor Goo­gle», simpatico soprannome nato spontaneamente a seguito del suo impegno sul web. Insolito per una suora di clausura, ma non per lei, prototipo di monaca tradizionale e moderna insieme. «Mi occupo del nostro sito ufficiale, ma anche della pagina Facebook, del blog e di tutti i canali comunicativi telematici del monastero – racconta –, per questo molti, simpaticamente, mi chiamano “suor Google”» racconta la giovane suora.

Inizialmente le monache, dopo averne parlato ed essersi trovate d’accordo sulla scelta di sbarcare «con prudenza» in internet, avevano pensato a una cosa semplice, «quasi a livello cittadino, per farci conoscere dagli oristanesi, da sempre curiosi di sapere come si vivesse dentro queste antiche e impenetrabili mura medioevali che essi vedono solo da fuori», ma poi pian piano le pagine hanno iniziato a essere molto cliccate, e poiché la Rete arriva davvero in tutto il mondo, i contatti si sono moltiplicati, raggiungendo interazioni e numeri di visualizzazioni molto considerevoli e luoghi e persone impensate.

«Ci scrivono in tantissimi, da molte parti d’Italia e non solo, e in tanti seguono ciò che pubblichiamo, soprattutto le pagine di commento quotidiano al Vangelo e il diario con le nostre iniziative e gli appuntamenti liturgici, spirituali e culturali del nostro monastero». Sì, perché nel monastero di Santa Chiara, gioiello artistico trecentesco, si prega tanto, ma si fa anche cultura: «Il convento è molto amato dalla città e ne custodisce la memoria e la tradizione storica, dunque abbiamo curato alcune pubblicazioni che lo raccontano e, in particolar modo, abbiamo allestito, nei parlatori, una mostra: “La luce delle clarisse”, scatti artistici e semplici, curati da un amico fotografo, Gabriele Calvisi, che raccontano con altrettanta semplicità non solo gli ambienti interni del monastero, che non sarebbero accessibili in altro modo, data la clausura, ma soprattutto la nostra vita quotidiana, dal coro alla cucina, dalla ruota all’assistenza alle sorelle malate, dall’orto al lavoro».

Nel monastero, infatti, si prega, si fa cultura, ma si lavora anche tanto, e dunque si produce tanto. Oltre alla piccola scorta di verdure offerta dal grande orto, alcune sorelle confezionano bomboniere e candele, producono icone e candele decorate, biglietti augurali per le feste, rosari e presepi di varie dimensioni: «È un modo umile e pratico per sostenerci con il nostro lavoro, oltre a quello che la Provvidenza ci regala tramite i tanti benefattori che non ci fanno mai mancare il necessario» dice suor Caterina.

Origini arborensi

Il reale monastero arborense di Santa Chiara è il più antico convento di clausura, e di clarisse, di tutta la Sardegna. Venne fondato, o «rifondato», nel 1343 dai «Giudici», i sovrani del Regno di Arborea, la cui capitale era Oristano, ma una consolidata tradizione lo dà per attivo già verso la seconda metà del ’200, dunque a pochissimi anni dalla morte di Chiara d’Assisi. Le prime tredici monache giunsero da Pisa e abitarono un monastero davvero splendido, costruito per loro e sempre curato e protetto dai sovrani, che gli diedero il titolo di «Giudicale», intendendone la chiesa come una loro cappella privata, luogo di sepoltura di alcuni membri della famiglia reale, ma anche il convento come luogo dove realizzare o concludere la propria vita: una delle prime abbadesse, Benedetta di Bas-Serra, era nipote del Giudice-Re, e la stessa moglie del Giudice Pietro III, Costanza di Saluzzo, si ritirò, vedova, in monastero tra le clarisse, vi morì nel 1348 e qua è ancora sepolta.

Una storia antica, carica di significato e tradizione viva, capace di incuriosire gli oristanesi che delle suore hanno sempre sentito solo la voce, o in chiesa, dietro le grate del coro, o alla ruota, quando si va a chiedere preghiere o a lasciare un’offerta. «La ruota è uno strumento di comunicazione e scambio molto antico, il più bello per il monastero, il più caratterizzante senza dubbio. Ma nell’epoca del digitale non volevamo mancare nemmeno in questa piazza virtuale, e allora ecco il nostro sbarcare su internet, con una sorta di grata, di ruota virtuale, un posto in più nel quale poterci trovare e dialogare, ma nel modo più discreto possibile. Per noi i social non possono diventare luoghi virtuali di evasione dalla clausura, non avrebbe senso. Devono piuttosto essere una possibilità in più per avvicinare chi non ci conosce o non può venire qua, accoglierne le richieste di consiglio, di ricordo, e trasformare tutto, ancora una volta, in preghiera da portare a Dio nel nostro incontro orante con lui» dice suor Google.

In Rete sì, ma con prudenza

Recentemente anche papa Francesco e la Congregazione per i religiosi hanno trattato, nella Costituzione Apostolica Vultum Dei quaerere e nella sua applicazione Cor orans, il rapporto possibile tra contemplazione e social: «Hanno detto cose giustissime e vere: internet non può diventare occasione di distrazione, in Rete bisogna saperci stare come un di più, per dare testimonianza che edifichi, non certo per svagarsi o perdere il senso profondo della nostra vita contemplativa, per perdere tempo insomma. Non avrebbe senso. Ci vogliono grande prudenza e attenzione, e serve saper stare online come deve starci un monastero: nei giusti tempi e modi, in maniera saggia, capace di testimoniare la gioia di una scelta, la fedeltà di un amore incondizionato a Dio, seguendo la Regola della santa madre Chiara».

Essere in Rete può diventare anche occasione di pastorale vocazionale: «Diverse ragazze ci contattano dai social per sapere di più della nostra vita, di come trascorriamo le giornate, del perché siamo qua. Questo è molto bello, e dà poi l’occasione di veri incontri, in parlatorio, per conoscerci e magari ipotizzare un’esperienza tra noi clarisse». Una comunità molto variegata, dove c’è chi prima di entrare era casalinga oppure segretaria, o, ancora, medico, e dove la più giovane ha poco più di 40 anni e la più anziana 97: «È bello per noi essere così variegate, differenti, nell’età, nella provenienza e nel carattere. È un arricchimento reciproco, e noi giovani impariamo dalle sorelle più anziane uno stile di consacrazione importante, una fedeltà testimoniata con una vita spesa qua dentro per Cristo, la Chiesa, il mondo». La clausura è rimasta intatta a Oristano: nelle antiche mura, nelle spesse grate in ferro battuto. È solo cambiato il modo di farla conoscere e amare. E di farla approdare, dopo aver navigato nel web, nel piccolo porto dell’esperienza e della fede di ciascuno.

Data di aggiornamento: 30 Ottobre 2018

2 comments

2 Maggio 2019
Buona sera volevo info su qualche convento di clausura dove sia possibile fare qualche giorno di raccoglimento con le suore.un luogo dove entrare in profondo dialogo con Gesù.Grazie.Dio vi benedica.
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di Valentina

6 Maggio 2019
Salve Valentina! Dipende molto dal territorio nel quale lei vive. Tenga conto che quasi tutti i monasteri offrono opportunità di accoglienza. Ad esempio, per restare alla realtà di cui parla l'articolo, può consultare il sito e visionare le diverse opzioni: www.monasterosantachiaraoristano.it. Anche qualora non ci fossero siti aggiornati, provi a scrivere direttamente, o a telefonare, al monastero più vicino, o a quello che le interessa, e vedrà che potrà trovare le informazioni che desidera. Buon cammino!
di Redazione

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