Cpr: disumani e inutili
Strutture profondamente disumane e inutili. Così vengono descritti i Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) dal secondo (il primo risaliva al 2024) rapporto, realizzato dal Tavolo asilo e immigrazione (Tai). Un rapporto dal significativo titolo: Cpr d’Italia: istituzioni totali, frutto di un’indagine effettuata negli ultimi mesi del 2025 nei Cpr di Bari, Brindisi, Caltanissetta, Gradisca d’Isonzo, Macomer, Milano, Palazzo San Gervasio, Roma, Torino e Trapani, i cui risultati sono stati presentati lo scorso 28 gennaio a Roma, nella Sala caduti di Nassiriya del Senato.
Una situazione drammatica, quella in cui versano queste realtà, così come viene descritta dal rapporto: «La condizione di degrado materiale registrata in tutti i centri – si legge infatti –, la totale spersonalizzazione dei reclusi, la abituale violenza fisica e psicologica esercitata su di loro, e la condizione di persone solo “immagazzinate” nelle strutture delineano un quadro generale estremamente grave».
Numerose le criticità denunciate dal documento del Tai, soprattutto nell’ambito della tutela della salute, in particolare quella mentale. Nei Cpr, si sottolinea infatti, il diritto alla salute viene sistematicamente calpestato. Non solo, infatti, è stato registrato un uso improprio di psicofarmaci (somministrati anche in assenza di controllo medico), ma soprattutto episodi di autolesionismo o tentativi di suicidio. Episodi, questi ultimi, provocati dalle strutture, che agiscono come veri e propri «dispositivi patogeni». In altri termini: non sono le persone che vi entrano «fragili psicologicamente», ma lo diventano a seguito dell’esperienza di «detenzione».
Gravissime anche le mancanze relative al diritto alla tutela legale, con accesso agli avvocati compromesso e informazioni incomplete e frammentarie, al punto da produrre una grave carenza nella consapevolezza del proprio status giuridico da parte delle persone ospitate che, è bene ricordarlo, non vengono trattenute nei Cpr perché hanno compiuto dei reati, ma in quanto in situazione di irregolarità e quindi in vista di un loro rimpatrio.
I dati emersi dicono che tra settembre e dicembre 2025 nei Cpr presi in esame dal Tai vi erano 546 persone, vale a dire una cifra inferiore allo 0,2% delle persone in situazione di irregolarità presenti, secondo le stime, sull’intero territorio italiano. In prevalenza si trattava di uomini (poiché l’unica struttura predisposta per l’accoglienza di donne è quella di Roma, che ha in tutto cinque posti), provenienti per lo più dal Nord Africa (Tunisia, Marocco, Algeria ed Egitto), dall’Africa subsahariana (Gambia, Nigeria, Senegal) e da Bangladesh, Pakistan e India.
Ma i Cpr, oltre a essere disumanizzanti sono pure inutili, sempre secondo il dati riportati dall’indagine: nonostante nell'ultimo decennio sia costantemente aumentata la loro capacità detentiva (ne sono stati aperti sempre di più sul territorio nazionale, oltre all’ormai tristemente noto centro in Albania) così come la durata dei termini massimi di detenzione, «l’incidenza dei rimpatri effettuati è in costante diminuzione ed ha toccato il minimo storico nel 2024, quando solo il 41,8% delle persone transitate nei centri di detenzione è stato rimpatriato». Non solo. Prendendo in esame l’incidenza dei rimpatri effettuati attraverso i Cpr sul totale dei provvedimenti, ci si accorge che esso è pari al 10,4% (dato in diminuzione anche rispetto al 2024, quando ammontava al 10,5%). «Secondo la giurisprudenza – continua il rapporto – la detenzione amministrativa è compatibile con il dettato costituzionale solo se finalizzata all’esecuzione del rimpatrio», ma se esso «avviene solo nel 10% dei casi dai Cpr, è evidente che, qualora questo fosse stato davvero l’obiettivo, la detenzione amministrativa avrebbe dovuto essere superata poco dopo la sua introduzione. Al contrario, il sistema detentivo sembra aver contribuito in modo significativo, e con particolare efficacia, alla criminalizzazione delle persone migranti».
Ma quale sarebbe allora l’utilità dei Cpr? Unicamente il controllo attraverso la segregazione e l’isolamento sociale, sul modello di quelle «istituzioni totali» contro cui aveva puntato il dito già nel secolo scorso lo psichiatra Franco Basaglia (in merito ai manicomi) e numerosi sociologi (come Erving Goffman). Un modello, dunque, non conciliabile con i principi di uno Stato di diritto degno di questo nome e che ha portato il Tai a chiedere la chiusura dei Cpr perché non riformabili, dal momento non si può in alcun modo accettare l’idea che «esistano vite sacrificabili e libertà negoziabili».