Daniele, l’africano
Sono circa 3mila i missionari Comboniani del Cuore di Gesù presenti in Africa, America, Asia ed Europa. Una grande famiglia di sacerdoti, suore e laici, che porta avanti il progetto di solidarietà e aiuto concreto messo in piedi da san Daniele Comboni, un sacerdote in cui spiccava «l’incredibile determinazione che lo spinse sempre in avanti. Gli ostacoli e le difficoltà che incontrava anziché abbatterlo lo rafforzavano e lo convincevano che bisognava continuare, nonostante tutto», scrive Gianpaolo Romanato nel suo libro L’Africa di Daniele Comboni (1831-1881). Missione, esplorazione, avventura (Studium Edizioni, 2026).
Msa. Romanato, Daniele Comboni fu ordinato sacerdote a 23 anni e tre anni dopo, nel 1857, partì per l’Africa: che cosa lo spinse a una scelta così estrema?
Romanato. Probabilmente l’aver fatto tutto l’itinerario formativo a Verona (visto che era nato poco distante, a Limone sul Garda), dove l’interesse per l’Africa, allora un continente sconosciuto nel quale iniziavano i primi viaggi esplorativi, aveva alcuni cultori appassionati. Inoltre, visse e studiò nel collegio fondato da don Nicola Mazza, che progettava di avviare una missione proprio in Africa. Quando Mazza organizzò la prima spedizione missionaria di propri sacerdoti e li mandò nell’attuale Sudan, Comboni fu incluso nel gruppo. Dovette rientrare dopo meno di un anno, però, perché gravemente ammalato, ma l’idea della cristianizzazione del continente non lo abbandonò più e restò il motore di tutte le sue scelte successive.
Quale fu il rapporto di Comboni con la Chiesa? Lei scrive che inizialmente in ambito ecclesiale si diffidava di lui, anche se infine, nel 1877, fu nominato vescovo dell’Africa Centrale.
Comboni fu un sacerdote ottocentesco irreprensibile, per il quale l’obbedienza alla Chiesa era il primo dei doveri. Ma era un uomo libero, che dopo aver chinato la testa non mancava di esprimere i suoi giudizi, a volte impietosi, anche su certi uomini di Chiesa del suo tempo che, scrive, «non hanno mai sofferto e patito nulla» ma pretendono di giudicare e dare ordini. Inoltre, proponeva un progetto missionario in Africa di difficile realizzazione. La prima missione in Sudan era fallita, era costata decine di morti tra i missionari e le autorità vaticane attesero a lungo prima di dargli il via libera. Questo arrivò quando diede prova di avere saldamente in mano la situazione con un progetto ardito, ma concreto e fattibile, sostenuto da una piccola congregazione missionaria maschile e femminile, cioè l’attuale ordine Missionario comboniano, con sedi a Verona e al Cairo, sotto la protezione del vescovo scaligero. L’elezione a vescovo fu il coronamento di questo lungo cammino e il suo definitivo riconoscimento da parte dell’autorità vaticana.
Che Africa era quella che accolse Comboni?
Il periodo di attività di Comboni va dal 1857, quando approdò per la prima volta in Africa, al 1881, quando morì, a 50 anni. Fino a quel momento l’unica Africa conosciuta era quella mediterranea, a nord del Sahara. L’Africa nera, a sud del deserto, era totalmente ignota. I grandi viaggi esplorativi, che un poco alla volta ne svelarono il volto, cominciarono proprio negli anni di attività di Comboni e con il suo attivo contributo. Vide perciò un continente ancora vergine, sconosciuto, con popolazioni che vivevano in condizioni totalmente primitive. Avviò missioni dove non esisteva nulla, dove si doveva iniziare tutto, a partire dalle condizioni minime di sopravvivenza, con rischi sanitari altissimi, che portarono a una morte precoce quasi tutti i missionari, Comboni incluso.
Che impatto ebbe su Comboni l’Africa, e il Sudan in particolare?
Comboni vide un’Africa che oggi non esiste più. Ne fu affascinato, anche per le possibilità illimitate di cristianizzazione che credette di scorgervi, ma non perdette mai il proprio equilibrio, fu sempre lucido e razionale, non dimenticò mai di essere un europeo, non fu mai colto dal dubbio se dovesse convertire o convertirsi. Il Sudan fu per lui una meta obbligata, essendo l’unico territorio raggiungibile dall’Europa. Comboni vide così, e ne divenne il testimone, l’origine del dramma sudanese, che dopo più di un secolo e mezzo è sempre più aggrovigliato e oggi, purtroppo, ha creato una tragedia umanitaria di proporzioni immani.
È corretto dire che i missionari del tempo di Comboni erano un po’ come degli esploratori che affrontavano territori sconosciuti?
Certamente. Fornirono un contributo indispensabile alla scoperta delle sorgenti del Nilo e realizzarono i primi studi linguistici ed etnologici sulle popolazioni nilotiche e sudanesi, che sono la fonte di tutti i lavori successivi. La conoscenza dell’Africa deve, insomma, a Comboni e ai suoi missionari molto più di quanto abbia loro riconosciuto.
Che cos’è il «Piano per la rigenerazione dell’Africa» di Daniele Comboni?
È il progetto missionario su cui fondò tutte le sue iniziative. Elaborato nel 1864, prevedeva di avviare iniziative formative in Africa, nelle zone costiere, sanitariamente più vivibili, meno pericolose, dove si potevano preparare i missionari europei senza esporli al rischio immediato della morte e iniziare gli africani all’autopromozione. La presenza europea, infatti, per lui doveva essere provvisoria e solo propedeutica all’africanizzazione integrale del cristianesimo. La missione serviva solo per avviare una Chiesa, che poi dovevano gestire e mandare avanti i locali. Pochi europei, forse nessuno, ebbero il totale rispetto che ebbe Comboni per la soggettività africana, per la capacità della «Nigrizia», come lui chiamava l’Africa (la rivista comboniana porta ancora questo nome…), di promuoversi, elevarsi, gestire il proprio futuro, sia sul piano civile che sul piano religioso. E tale rispetto è tanto più significativo perché visse negli anni in cui in Europa si progettava la spartizione coloniale dell’Africa, dietro la quale c’era l’idea, con molti risvolti razzistici, dell’inferiorità dei neri rispetto ai bianchi. Se oggi la Chiesa africana è una realtà viva e operante, Comboni ne porta un poco di merito, anzi, ben più di un poco.
Perché decise di fondare quelli che più tardi sarebbero divenuti i Missionari Comboniani e le Suore Missionarie Comboniane?
Perché si rese conto che la missione africana aveva bisogno non di gente improvvisata, ma di personale preparato non soltanto sul piano religioso, ma anche, e soprattutto, su quello culturale, morale, linguistico, sanitario. E di missionari addestrati a soffrire, a vincere la solitudine, a non scoraggiarsi, a reggere anche psicologicamente e moralmente al confronto con una diversità abissale. Non bastava la preparazione dei seminari europei, ci voleva una preparazione mirata che solo istituti specifici potevano fornire. E si accorse che in Africa la donna poteva entrare più facilmente dell’uomo nel mondo locale ed era anche per il missionario uno stimolo a non lasciarsi andare. Di qui la sua convinzione della necessità della donna nella missione. Ma anche le sue suore dovevano essere, scrive con la consueta franchezza, «donne istruite, di giudizio, vere donne», non le «serve» che talora uscivano dagli istituti religiosi.
Lei ha visitato i luoghi dove Comboni operò: che Sudan troverebbe oggi il missionario?
Purtroppo troverebbe un Paese dilaniato, ferito, sofferente, una tragedia di proporzioni bibliche, della quale aveva visto e testimoniato nei suoi scritti le prime scaturigini. Ma troverebbe anche una Chiesa viva e operante, pur tra infinite difficoltà e innumerevoli problemi ancora da risolvere. E questa Chiesa sudanese nacque con lui, grazie a lui. È questo il suo merito e la migliore eredità che lascia alla Chiesa d’oggi.
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