Il cardinale, il vescovo, il prete e il cantautore

Derio aveva con sé due bottiglie di Barolo. Non poteva immaginare, nessuno poteva immaginarlo a meno di non aver letto un’intervista di sei anni fa: benché il mito parlasse di un fiasco sempre accanto alla sua chitarra, Francesco confessò, al momento di compiere 80 anni, di preferire i vini bianchi! Derio era stato invitato da Matteo, ospite abituale nella casa di Pávana. L’amicizia tra Matteo e Francesco risaliva a dieci anni prima, quando assieme avevano preso un treno per Auschwitz, compagni di viaggio di un folto gruppo di studenti. E poi c’era Luigi, il fondatore della Comunità di Romena nei boschi del Casentino: conosco il suo sapere di buoni vini. Bella compagnia, serata «meravigliosa», ricorda ancora Derio. Tavolo affollato, nella casa in quel paese dell’Appennino sul confine tra Emilia e Toscana, seduti uno accanto all’altro, gomito a gomito. Si vedono crostini toscani, salami, l’attesa del primo piatto. Un commensale con la chitarra, ma non è Francesco.
Era un giorno particolare: il 24 aprile, vigilia della Liberazione. Un cardinale, un vescovo, un prete a cena con Francesco Guccini e la sua famiglia. Allegri come fratelli e amici. Francesco che non vuole che si cantino le sue canzoni. Insiste: «Cantiamo canzoni partigiane». Lo fanno, ma dopo un po’ è Derio a cominciare: Il vecchio e il bambino, Incontro… affezione di data antica, il disco Radici, che anno era? 1972, quarto disco di Francesco, quello che in copertina aveva la foto dei suoi bisnonni, seduti con alle spalle i loro quattro figli, il disco che lo fece conoscere a noi, ventenni di allora. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza Episcopale Italiana, aveva 17 anni quando uscì quel disco. Derio Oliviero, vescovo di Pinerolo, appena 11. Luigi Verde, prete di montagna, 14.
Non so se quella sera i quattro amici e gli altri ospiti di quella cena, cantarono anche Dio è morto. Certo c’è davvero una piccola-grande storia dietro questa canzone. Scritta nel 1965, nell’aria forse la prima brezza dei sogni del ’68. Francesco aveva 25 anni, viveva a Modena. Raccontano che sulla copertina di «Time» lesse una domanda che non lo lasciò in pace: «God is dead?». Tolse il punto interrogativo. Forse davvero, per un attimo, pensò anche a Friedrich Nietzsche e alla sua invettiva di fine ‘800 sulla decadenza dei valori della civiltà occidentale. Non credo, ma è importante? Negli anni ’60 si leggeva Allen Ginsberg, poeta immenso della Beat Generation. Nel 1955 aveva scritto Howl, Urlo, il poema venne pubblicato l’anno dopo da Lawrence Ferlinghetti, altro grande poeta: «Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia…». Dieci anni dopo, Francesco scrisse i primi versi di Dio è morto: «Ho visto la gente della mia età andare via… cercare il sogno che conduce alla pazzia». I Nomadi incisero la canzone nel 1967. Quell’anno il festival di Sanremo fu vinto da Claudio Villa e Iva Zanicchi. Luigi Tenco si sparò in una camera dell’hotel Savoy. Dio è morto?
Il cardinale Zuppi alla piccola cerimonia funebre a Pávana ha voluto ricordare che Francesco se ne è andato nello stesso giorno di Paolo VI. Il Papa, che si trovò a governare una Chiesa in equilibrio e tensione tra le riforme del Concilio Vaticano II e le resistenze di un mondo tradizionalista, doveva aver letto, raccontano su consiglio di un giovane teologo, con attenzione e stupore il testo di Dio è morto. La canzone venne censurata dalla Rai: «È blasfema». Si erano fermati al titolo. Radio Vaticana la trasmise. Paolo VI aveva letto, credo con un cenno di assenso, anche i versi finali che raccontano il mistero: «Se Dio muore è per tre giorni e poi risorge». Fiducia, fiducia, fiducia: «In ciò che noi crediamo, Dio è risorto». Derio Oliviero non ha dubbi: «Di fronte a un uomo e a un poeta così, noi cristiani ci troviamo a casa». E con lui si sta assieme anche in osteria: non è certo un caso che la leggendaria Osteria delle Dame di Bologna sia stata fondata, nel 1970, da un frate domenicano, Michele Casali (che creò anche il Centro San Domenico, straordinario luogo di incontri), e Francesco.
L’«Huffington Post» italiano ha pubblicato un articolo di Massimo Bernardini (autore di una bella biografia di Francesco e vecchio giornalista di «Avvenire» e «Famiglia Cristiana») e lo ha intitolato: «L’anarchico agnostico che faceva cantare l’Italia cattolica». Anche Bernardini racconta di una cena con Matteo Zuppi e Francesco. Le belle amicizie nascono e si rafforzano a tavola. Da credente, Bernardini precisa: «Il più laico dei nostri cantautori è stato il più amato dai cattolici». Il cardinale sembra quasi aggiungere, su suggerimento dello stesso Francesco, un’altra definizione al titolo dell’«Huffington Post»: «agnostico possibilista». Credo che sia stato Umberto Folena, altro giornalista di «Avvenire», a scrivere: «agnostico con le ali». Un uomo in cerca, un uomo, un poeta, che si interroga di continuo. Non conosce le risposte, nessuno le conosce, ma aveva, come tutti noi dovremmo avere, il rovello ostinato di porsi domande. Teresa, la figlia di Francesco, ha confessato a suo padre: «Le domande non sono mai riuscita a fartele tutte. Il più grande regalo che mi hai fatto è sapere dove andare a cercare. Oppure non smettere mai di porsele, quelle domande, senza avere per forza una risposta. È questo che volevi insegnarmi? ». Una domanda finale, ancora una domanda. «Un compagno di domande» scrive Bernardini.
Sorprendono le coincidenze delle date nella vita di Francesco: nasce il 14 giugno del 1940, il giorno in cui il primo treno di deportati entra ad Auschwitz. Nel 1964 Francesco scrisse La canzone del bambino nel vento (e non poté nemmeno registrarla a suo nome perché non era iscritto alla Siae), canto commovente sullo sterminio: hanno continuato a chiedergli di cantarla fino all’ultimo suo concerto. Il 6 agosto, giorno della sua morte e quella di Paolo VI, è anche l’anniversario della bomba atomica sganciata su Hiroshima: Noi non ci saremo, altra canzone-poesia immortale. Nel primo autunno del 2018, Matteo Zuppi, ancora lui, organizzò, in Vaticano, dopo la visita pastorale del Pontefice argentino a Bologna, un incontro tra Guccini e Bergoglio. E il cantautore sorprese il Papa recitando a memoria due sestine del Martin Fierro, il poema epico della pampa sconfinata di quel Cono Sur del Latinoamerica. Si devono essere piaciuti i due Francesco.
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