
Il silenzio dipinto
Vi siete mai chiesti che aspetto ha il silenzio? Se proprio ora vi porgessero una tela e un pennello, come lo rappresentereste? Nel corso della storia molti artisti si sono posti la stessa domanda. Molti, compreso Vilhelm Hammershøi (Copenaghen, 1864 - 1916), definito da alcuni il più grande pittore danese della propria epoca. Il nome non vi dice niente? Forse perché la sua riscoperta al di fuori del Paese natale è piuttosto recente. E così, da personaggio quasi dimenticato, negli ultimi anni questo maestro che dipingeva figure femminili alla finestra, di spalle, in ambienti domestici, è diventato uno dei più richiesti dai musei e dal mercato in tutto il mondo (a lui sono state dedicate grandi mostre a Parigi, al Musée Jacquemart-André, a Tokyo, al National Museum of Western Art, a New York, alla Scandinavia House, a Londra, alla Royal Academy…). Si colloca nell’ambito di questa tendenza la mostra «Hammershøi e i pittori del silenzio», a Palazzo Roverella, a Rovigo, fino al 29 giugno.
Curata da Paolo Bolpagni e promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo in collaborazione con il Comune di Rovigo e l'Accademia dei Concordi, l'esposizione - prima in Italia dedicata al pittore danese - non si limita a ripercorrere la sua carriera attraverso le opere più significative, ma accosta i capolavori di Hammershøi a quelli di altri artisti della sua stessa epoca, dai francesi Émile-René Ménard e Lucien Lévy-Dhurmer, agli olandesi Jozef Israëls e Bernard Blommers, fino agli italiani Umberto Prencipe, Giuseppe Ar e Oscar Ghiglia, giusto per citarne alcuni.
Ad accomunare tutti i maestri in mostra: la capacità di esprimere sulla tela la «poetica del silenzio» e della solitudine, in un mondo popolato da stanze vuote, vedute cittadine deserte, colori smunti e atmosfere sospese. Non a caso lo storico dell’arte Karl Madsen, dal 1911 al 1925 direttore dello Statens Museum for Kunst di Copenaghen (poi dello Skagens Museum), per definire la poetica di Hammershøi (che era suo amico), usò la locuzione «realismo emozionale», alludendo alla capacità dell’artista di esprimere un sentimento di disagio e sottile angoscia.
Mentre osserviamo il Riposo di una donna di spalle, sembra quasi di esserle accanto e di condividere con lei quel senso di attesa. Viene da chiedersi quale sia la sua storia, per quanto sia ormai noto che la musa e modella prediletta dell’artista fosse sua moglie Ida Ilsted. Nonostante il matrimonio, Hammershøi fu in realtà un uomo solo, un viaggiatore (soprattutto in Italia, in Inghilterra e nei Paesi Bassi) e un figlio devoto (mantenne sempre con la madre un rapporto molto stretto).
«Hammershøi – spiega il curatore Paolo Bolpagni – viaggiò varie volte nella Penisola, visitò Roma, collezionò cartoline con vedute di città, e soprattutto rifletté sull’antichità classica e guardò ai cosiddetti Primitivi: Giotto, Beato Angelico, Masolino, Masaccio, Luca Signorelli, Desiderio da Settignano. Benché abbia dipinto una sola opera di soggetto italiano (che sarà in mostra), durante le proprie permanenze esercitò un’attenzione estrema e recepì spunti e insegnamenti, che contribuirono a delineare il suo personalissimo linguaggio. Non bisogna del resto ignorare il ruolo che il canonico soggiorno a Roma rivestiva tradizionalmente nella formazione dei giovani artisti danesi. La relazione, comunque, funzionò in senso biunivoco: non pochi pittori italiani di differenti provenienze geografiche, infatti, furono suggestionati dalla visione o della conoscenza di opere di Hammershøi, sia a lui contemporanei, sia della generazione successiva».
Parafrasando il poeta Rainer Maria Rilke, «Hammershøi è uno di quelli di cui non si deve parlare troppo precipitosamente. Il suo lavoro si inscrive nella distanza e nella lentezza; quale che sia il momento in cui lo cogliamo, esso offre materia di riflessione su ciò che di importante e di essenziale vi è nell’arte».
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