Il virus dell’inclusione

La disabilità non è una malattia, ma è comunque parecchio contagiosa. Un contagio che sarebbe bello potesse estendersi a tutta la nostra società.
22 Aprile 2019 | di

Si dice che non è mai troppo tardi per cambiare idea. E oggi, con parecchie primavere sulle spalle, posso assicurarvi che questa frase non è solo un semplice luogo comune. Da quasi trent’anni, infatti, ovunque mi trovi a discutere (ai convegni, sui miei articoli…), il tema dell’automatica associazione disabilità-malattia è ancora al centro del dibattito. Non ho mai sopportato questo tipo di ragionamento e, partendo dalla mia esperienza personale, ci ho sempre fatto sopra parecchia ironia. L’incaricato medico dell’Usl che ogni anno bussa alla mia porta per vedere le mie condizioni lo sa bene: «Buonasera dottore, sono ancora io, Claudio, ho ancora la tetraparesi e sono ancora in ottima salute. Gradisce un bicchiere di vino o un caffè?».

Da qualche tempo, però, mi sono reso conto che in realtà mi stavo sbagliando. La disabilità, ho scoperto, è davvero una malattia. Non solo. La disabilità è una malattia che, se non si prendono le dovute precauzioni, le dovute distanze, tende a essere contagiosa. E i primi sintomi si verificano quando una persona inizia a farsi delle domande scomode. Non è solo una mia teoria, posso portare delle prove consistenti. Anni fa, per esempio, ho contagiato un giovane tirocinante universitario che mi ha affiancato per un breve periodo nel mio lavoro. Un ragazzo per bene, ma davvero molto timido e chiuso. «Senti Francesco, per comunicare con me devi necessariamente guardarmi negli occhi, figurati per fare questo tipo di lavoro!». Beh, non è stato immediato, il contagio è avvenuto lentamente. Ma oggi Francesco è un educatore professionale che lavora con la disabilità, guardandola negli occhi con sicurezza, mai con la testa bassa.

Tra i contagiati ricordo anche un mio vecchio amico che oggi, dopo tanti anni di lavoro con le persone con disabilità, continua a lavorare in altri contesti per includere, e a volte recuperare psicologicamente, ragazzi immigrati che scappano da situazioni strazianti di guerra e povertà. Un altro conoscente, pur avendo studiato per anni da educatore, era riuscito a cavarsela. Finché, entrato nel mondo del lavoro, per lui non c’è stato più scampo. Faceva una gran fatica ad accompagnare in bagno i miei colleghi con disabilità, diceva di avere una particolare sensibilità all’olfatto che lo rendeva impossibilitato a quel tipo di assistenza. Vi assicuro che dopo qualche mese si è contagiato anche lui. Adesso fa l’educatore in un asilo nido e, come potete immaginare, è ben abituato a quello stesso tipo di odori… 

Il contagio si è rivelato in seguito così potente da colpire anche numerosi personaggi dell’ambiente istituzionale. Dal nostro presidente Sergio Mattarella – che ha mostrato i suoi sintomi ospitando persone con disabilità in vacanza a Castelporziano e nominando cavaliere della Repubblica il blogger con disabilità Iacopo Melio – fino a papa Francesco che, con tutto quello che sta facendo, è evidentemente stato contagiato dalla forma più «aggressiva» del virus. Se la disabilità, dunque, non è evidentemente una malattia, di sicuro è parecchio contagiosa. Un contagio che sarebbe bello potesse estendersi a tutta la nostra società.
E voi siete mai stati contagiati d’inclusione? Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina Facebook. 
 

Prova la versione digitale del «Messaggero di sant’Antonio»!

Data di aggiornamento: 22 Aprile 2019
Lascia un commento