Italia a rischio: il dissesto idrogeologico

50 anni fa, il 4 novembre 1966, l’alluvione che colpì soprattutto la Toscana e la Pianura padana mise a nudo le criticità del territorio italiano. Da allora, esondazioni e smottamenti si sono ripetuti con crescente frequenza.
28 Ottobre 2016 | di

Il 1966 fu un annus horribilis per l’Italia, da pochi lustri risorta dalle macerie della Seconda guerra mondiale. Il «miracolo economico» aveva alterato negli italiani la percezione che avevano di se stessi e del loro territorio. Non eravamo certo l’America anche se avevamo iniziato a pensare, pure noi, «in grande». Con l’abbandono repentino della cultura contadina, dei cicli delle stagioni, del rapporto con la terra e l’acqua – elementi fondamentali che, per secoli, avevano scandito e governato la vita di un Paese, come il nostro, a forte connotazione rurale –, gli italiani non avevano ancora realizzato che per dominare il loro pezzetto di mondo non era sufficiente disporre di una cucina superaccessoriata, del cemento armato e delle autostrade, della nostra frettolosa «rivoluzione industriale» che attirava, nelle grandi città, manodopera dal Sud e dalle campagne.
E dire che un assaggio lo avevamo già avuto appena tre anni prima, in un altro tragico autunno, quello del 1963, con il disastro provocato dalla diga del Vajont: una lezione capita poco e servita ancora meno. Come ci ha ricordato anche il recente devastante terremoto in Centro Italia, l’uomo non può dominare la natura, né può sostituirsi a essa, ai suoi ritmi, ai suoi spazi vitali, alla sua legittima supremazia.
Nel novembre del ’66, in particolare tra il 3 e il 5, al culmine di alcune settimane di persistente maltempo, nelle flagellate regioni del Nordest dell’Italia si contarono quasi 90 morti e oltre 40 mila sfollati. Furono centinaia gli edifici, i ponti e le strade distrutte. Il 4 novembre il livello dell’acqua alta, a Venezia, raggiunse quasi 2 metri. Centoquaranta chilometri quadrati di territorio della Pianura padana furono inondati d’acqua. Oltre 200 Comuni subirono gravissimi danni.
Nell’Italia centrale si registrarono alluvioni e frane, e un alto numero di vittime. La più colpita fu la Toscana. Nel bacino del fiume Arno le precipitazioni raggiunsero quasi 200 millimetri, cioè la quantità di pioggia che normalmente cadeva nell’intero mese di novembre. Quanto bastava per preannunciare l’onda di piena che avrebbe travolto Firenze. In Italia, gli eventi del 1966 costarono la vita a 130 persone. Si contarono 400 feriti, quasi 90 mila tra sfollati e senzatetto. E nei dieci anni successivi, lo Stato spese oltre 10 mila miliardi delle vecchie lire per far fronte ai danni e alla ricostruzione.
Il salvataggio di Firenze
Figlia dell’allora sindaco di Firenze, Piero Bargellini, Antonina aveva 22 anni nel 1966, e studiava Lingue all’Università. Il suo ricordo ci precipita nel dramma di quelle ore: «La notte tra il 4 e il 5 novembre, il babbo uscì di casa perché chiamato da prefetto e questore, dato che l’Arno si stava gonfiando, e si temeva che crollasse il Ponte Vecchio. Il babbo andò alla Rai a fare un appello ai fiorentini e, infine, raggiunse Palazzo Vecchio, dove rimase bloccato e non riuscì a tornare a casa perché il fiume, esondando, aveva ormai invaso le strade del centro storico». Poi fu l’apocalisse. La famiglia Bargellini viveva in un solido palazzo rinascimentale nei pressi di Santa Croce, in via delle Pinzochere. Antonina si prodigò ad aiutare le famiglie di suo fratello e di sua sorella, le cui abitazioni erano state invase da cinque metri d’acqua e fango.
L’emergenza fece scattare la solidarietà tra famiglie che nemmeno si conoscevano. Finalmente l’acqua putrida iniziò a defluire gradualmente, e rimase mezzo metro di melma. Un contributo fondamentale per risollevare Firenze arrivò dagli «Angeli del fango»: giovani provenienti da tutto il mondo, armati solo di secchi, scope e badili per ripulire strade, piazze, monumenti, abitazioni, palazzi, biblioteche, botteghe. All’inizio dormirono nei vagoni ferroviari. Poi molte famiglie fiorentine di ogni estrazione sociale misero a loro disposizione cibo e alloggi. Insieme contribuirono al miracolo del salvataggio del patrimonio storico e artistico della città. «Qualche volta, la sera, andavo a incontrarli – dice Antonina –. Si parlava un po’ inglese, un po’ tedesco. Si cantava a lume di candela e, nonostante la situazione, si creò tra noi un clima eccezionale».
Alla fine dell’alluvione, a Firenze si contarono 17 morti. Tra le tragedie umane accadute, grande scalpore destò quella di una signora paralizzata che morì affogata. Furono migliaia gli sfollati e ingenti i danni a opere d’arte, abitazioni, chiese, attività artigianali e commerciali. Migliaia di persone persero il lavoro e la loro fonte di sostentamento. Antonina puntualizza che «tutto il mondo aiutò Firenze, non solo Europa e Stati Uniti. Tra le decine di Paesi, anche Cile, Perù, Etiopia, Congo, Eritrea, Somalia, Marocco, Ceylon (l’attuale Sri Lanka), Corea, Australia, Nuova Zelanda, Haiti, Cina, Giappone, e perfino l’Unione Sovietica nonostante la “guerra fredda”. Molti di questi erano Paesi del terzo mondo, nazioni povere. Dalla Tunisia si offrirono di donare sangue per trasfusioni. Dalla Somalia una nave carica di banane.
Una tra le cose più commoventi fu l’arrivo di migliaia di lettere di bambini da tutto il mondo: chi inviava disegni, chi pochi spiccioli. Mio padre ricevette dai bambini delle favelas di Salvador de Bahia, in Brasile, soldi raccolti per i loro coetanei di Firenze. Ma ci furono anche tanti anziani e operai che mandarono una parte della loro pensione o dello stipendio. Mio padre, che aveva dedicato la sua vita alla valorizzazione del patrimonio culturale di Firenze, pur avendo ricevuto enormi quantità di denaro per il recupero delle opere d’arte danneggiate, non si scordò della popolazione, e disse: “Basta con gli aiuti per il Cristo del Cimabue. Pensiamo ai poveri cristi!”».
Il sindaco Bargellini, tra il marzo e l’aprile del 1967, compì un viaggio negli Stati Uniti assieme alla figlia Antonina per ringraziare del sostegno dato a Firenze. «Parteciparono migliaia di persone, spesso vestite in bianco, rosso e verde per rendere omaggio al nostro Paese – conclude Antonina –. Anche l’allora presidente degli Stati Uniti, Lyndon Johnson, chiese di incontrare papà. Un caro ricordo di mio padre fu quando si recò nella chiesa di Santa Cabrini, a New York, dove il sacerdote lo fece parlare durante l’omelia mentre la gente piangeva. In un mese siamo stati a New York, Washington, Philadelphia, Detroit, Boston, San Francisco e Los Angeles. Un viaggio incredibile. Un’accoglienza calorosa e affettuosa».
Un racconto esclusivo del dramma vissuto da Firenze nel 1966, lo offre il libro "I colori dell’alluvione" di AB Edizioni, corredato dalle straordinarie foto a colori realizzate proprio in quei giorni dall'artista americano Joe Blaustein.
Fragili, ma consapevoli
L’Italia è gracile per sua natura. E il rischio idrogeologico, connaturato alla morfologia del territorio, si è aggravato a partire dal secondo dopoguerra quando il boom economico ha innescato l’esplosione del comparto edilizio, spesso con tassi altissimi di abusivismo che hanno indotto a costruire anche laddove sarebbe stato più sicuro non farlo. La piaga dell’abusivismo ha toccato, al Sud, anche il 60 per cento delle aree edificate.
Secondo i dati del Rapporto 2015 sul Dissesto idrogeologico in Italia, redatto dall’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, l’Italia è uno dei Paesi europei più soggetti a frane. Se ne contano oltre 528 mila. Il dato allarmante è che un terzo di queste sono repentine (crolli, colate di fango e detriti), tali da rendere ancora più insidiosa la minaccia per l’uomo e i suoi insediamenti. Ogni anno sono circa un centinaio gli eventi franosi che causano vittime, feriti, sfollati e danni a edifici, beni culturali e infrastrutture di comunicazione. Le regioni con le maggiori superfici a pericolosità elevata o molto elevata, sono Emilia-Romagna, Toscana, Valle d’Aosta, Campania, Abruzzo, Piemonte, Lombardia e l’area della Provincia Autonoma di Trento. La popolazione a rischio viene stimata in oltre 1 milione e 200 mila persone, a cui vanno aggiunte 80 mila aziende che danno lavoro a 207 mila addetti. I rischi più elevati si registrano in Valle d’Aosta, Basilicata, Molise e Campania.
Sul fronte dei beni culturali, i dati non sono affatto confortanti: quelli esposti alle conseguenze del rischio frane sono il 18,1 per cento del totale. A essere interessati sono anche numerosi borghi storici, alcuni dei quali notissimi come Volterra (PI), Civita di Bagnoregio (VT), Certaldo (FI), Todi (PG) e Orvieto (TR).
Per quanto riguarda le alluvioni va anche peggio. Le inondazioni possono essere provocate da fiumi, torrenti, canali, laghi e, per le zone costiere, dal mare. Il fenomeno interessa, in particolare, Emilia-Romagna, Toscana, Lombardia, Piemonte e Veneto, tanto che i comuni con aree a tasso di pericolosità idraulica o da frana sono 7.145 pari all’88,3 per cento dei comuni italiani. Sette regioni (Valle d’Aosta, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Molise e Basilicata) hanno il 100 per cento di comuni interessati. E sono quasi 8 milioni gli italiani esposti alle conseguenze delle alluvioni, se si sommano i rischi di pericolosità media ed elevata. Le regioni dove c’è una maggiore concentrazione di popolazione a rischio sono Emilia-Romagna, Toscana, Veneto, Lombardia e Liguria. Con riflessi anche sul sistema produttivo: a essere minacciate sono oltre 576 mila imprese che danno lavoro a più di 2 milioni e 200 mila persone. Sarebbero inoltre il 21,8 per cento del totale i beni culturali esposti al rischio idraulico. Su questo versante, le città d’arte a tenere il fiato sospeso sono Venezia, Ferrara, Firenze, Ravenna e Pisa.
C’è, infine, la non secondaria questione dell’erosione delle coste che, di fatto, interessa quasi tutta la nostra penisola. Su 8.300 chilometri di coste, circa 4.800 sono basse, cioè con spiagge di ghiaia o di sabbia, che sono le più soggette all’azione del mare. Un fenomeno a cui concorre anche l’attività umana con i suoi insediamenti che, paradossalmente, sono poi i primi a subire le conseguenze dell’erosione delle coste.
Un museo per non dimenticare
Fare memoria ed educare rimangono due fattori decisivi per scongiurare il ripetersi delle tragedie del passato. Proprio nella città del Giglio è nato il Progetto Firenze 2016, sostenuto da un Comitato di Coordinamento per promuovere ricerca e documentazione, iniziative imprenditoriali, mostre ed eventi che consentano di fare tesoro della tragedia del ’66, per prevenire possibili calamità future e per far acquisire alla popolazione la consapevolezza e la conoscenza del territorio, per proteggere manufatti, beni culturali e infrastrutture produttive.
Giuliano Bianucci, membro del Comitato, spiega che tutto dovrebbe confluire in un museo-community, realizzato in collaborazione con l’Università di Firenze: uno spazio in continuo divenire che si arricchirà, attraverso un complesso database, di contributi diversi coinvolgendo il territorio, il mondo della cultura e della scienza affinché il museo sia uno spazio della «memoria viva» sulle alluvioni, della prevenzione e della ricostruzione, diventando un laboratorio internazionale.
 

Data di aggiornamento: 26 Giugno 2017
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