La sanità della porta accanto (II^ parte)

Pubblichiamo la seconda parte del dossier di novembre dedicato alla rivoluzione della sanità territoriale che potrebbe essere una svolta sia per agevolare l’accesso alle cure che per creare un’assistenza su misura per malati cronici e non autosufficienti.
07 Novembre 2026 | di

Una riforma a metà

Vecchiato usa il condizionale non a caso. Al 30 giugno 2026, il primo obiettivo, quello fissato dal PNRR, è stato centrato: le Case della Comunità censite nel territorio nazionale erano 1.224, 186 in più rispetto al target minimo previsto di 1.038. Una buona notizia senza dubbio. Tuttavia, il problema è che la maggioranza di queste Case erano e sono in buona parte gusci semivuoti, lontani dagli standard previsti dal DM 77/2022; in maggioranza non hanno ancora integrato i servizi socio-sanitari, ma soprattutto non dispongono di personale sufficiente e delle tecnologie e delle strumentazioni di base previste dalla riforma, che tra i suoi perni annovera anche la telemedicina, i fascicoli sanitari digitali costantemente aggiornati e alcuni fondamentali macchinari di diagnostica. In una regione come il Veneto, tra le più all’avanguardia in ambito sanitario, è lo stesso Consiglio Regionale a registrare questa incompiutezza: «Sul piano attuativo – scrive nella relazione informativa – a fronte di 64 strutture con almeno un servizio attivo, solo 3 risultano pienamente conformi al DM 77/2022». Un’ammissione che porta Vecchiato ad affermare che «per ora, in gran parte dei casi, non sono ancora Case della Comunità. ma edifici destinati ad ospitarle».

Il fatto che siamo all’inizio di una rivoluzione sanitaria e assistenziale più che scoraggiarci dovrebbe stimolarci a vegliare su un’effettiva attuazione della riforma, perché l’accesso alla salute non è un regalo, tantomeno un lusso, ma è un diritto sancito dalla Costituzione. Tra le buone notizie c’è che il nuovo assetto dell’assistenza sanitaria territoriale, delineata dal DM 77/2022, è una vittoria per chi da sempre lotta per una sanità più equa e accessibile – associazioni, centri studio, addetti ai lavori –, e che ha spinto moltissimo nei decenni perché la riforma prendesse questa piega. «Se ne parlava da almeno venticinque anni e ha avuto delle tappe intermedie: dal D.Lgs. 229/1999 di riforma sanitaria e dal piano Veronesi finalizzato a realizzare l’ospedale e il distretto socio-sanitario del futuro, fino alle Case della Salute introdotte con la legge finanziaria 2007, di cui le Case della Comunità sono l’evoluzione», rimarca Vecchiato.

Come funzioneranno le Case della Comunità

Un’anteprima, seppur incompleta, di questa riforma è la medicina di gruppo integrata, presente soprattutto in Veneto, Emilia-Romagna e in alcune altre regioni del Nord, che consente a più medici di medicina generale di condividere la stessa sede e alcuni servizi: «Il poliambulatorio è aperto fino alle 20.00, anche se il mio medico non c’è – afferma Emanuela, impiegata –. Questo mi consente di andare in segreteria a prendermi una ricetta in qualsiasi momento della giornata, accedere all’infermeria per un’iniezione o una medicazione, trovare un medico del gruppo per una sospetta bronchite. Una volta addirittura mi hanno fatto un elettrocardiogramma d’urgenza, seduta stante. Un servizio così mi ha aiutato a trovare soluzioni in modo semplice, diretto e accessibile, evitando l’ospedale».

Ma vediamo come dovrebbe funzionare una Casa della Comunità che operi a pieno regime. «Dovrebbe essere per il cittadino la porta d’ingresso al sistema sanitario e socio-sanitario territoriale – spiega Vecchiato –. Il suo compito primario è governare la domanda dei cittadini e orientarli verso le risposte più appropriate ai loro bisogni. Per questo, secondo il DM 77, dovrà essere presente un Punto unico di accesso, che raccoglie tale bisogno. La richiesta di cura raccolta verrà poi valutata da un’équipe multidisciplinare composta da medici di medicina generale, pediatri, specialisti, infermieri di famiglia, assistenti sociali, in raccordo con la Centrale operativa territoriale (COT) che coordina i passaggi tra ospedale, domicilio e strutture intermedie».

La vera chiave di volta è l’approccio, che non si basa più sulla prestazione, cioè sul puntare l’attenzione solo sull’organo malato, ma ritorna a considerare la persona nel suo insieme, soprattutto quando ci sono più malattie o più situazioni di disagio. Non a caso, a guidare la risposta alle singole richieste degli utenti è previsto il Piano Assistenziale Individuale (PAI), «che sarà efficace – dice Vecchiato – solo se rimarrà personalizzato e non seguirà la tendenza corrente alla standardizzazione». Per chiarire cosa intende per «personalizzato» spiega: «Non dev’essere fatto solo da un professionista, ma deve coinvolgere la persona e i suoi familiari. E questo per due motivi: per condividere le responsabilità e potenziare i risultati». E continua: «Deve comporre i bisogni con gli obiettivi, deve indicare gli interventi necessari (visite, terapie, aiuti domiciliari, sostegno sociale…), individuando i professionisti e i servizi responsabili dei tempi, dei modi e della valutazione dei risultati. Un PAI così inteso considera la condizione della persona e non solo il sintomo o la patologia. Ci vorrà tempo per arrivare a questo risultato, ma c’è già una minoranza che si muove in tal senso».
(Continua...)

Puoi leggere l'intero dossier nel numero di novembre del «Messaggero di sant'Antonio» o nella versione digitale della rivista. Provala ora!

Data di aggiornamento: 07 Novembre 2026
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