Foglie secche
Cadono con un lieve fruscio che pare una preghiera, un sospiro di sollievo dopo l’estenuante fatica del verde. Le foglie secche hanno consumato il loro tempo e ora si offrono alla terra, accartocciandosi in pergamene di luce marrone e oro. Guardarle scendere è come leggere un salmo sulla fragilità: «Fammi conoscere, Signore, la mia fine, quale sia la misura dei miei giorni, e saprò quanto fragile io sono» (Sal 39); il loro bordo frastagliato, così sottile, ricorda che tutto in noi si affretta verso la fine.
Eppure, in questo loro disfarsi, in questo essersi fatte leggere leggere, c’è una bellezza che non teme la caducità. Si sbriciolano sotto i passi, si frammentano, eppure non vanno perdute. Lasciate sulla terra, la concimano. La foglia secca insegna che la vera disponibilità non sta nel restare verdi per sempre, ma nel lasciarsi andare quando il tempo è compiuto. È l’ultimo atto di obbedienza alla vita che cambia. Camminare su di loro è un atto contemplativo: ogni fruscio è un invito a non temere il nostro autunno, a lasciare che l’essenziale si riveli solo quando il superfluo è caduto. Le foglie secche sono custodi di memoria, fragili ponti tra la vita e la morte, tra l’albero e la terra. È il profeta Isaia a paragonare l’uomo a una foglia che appassisce e cade: «Tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento…» (Is 64,5b). In questo versetto, la fragilità delle foglie è usata come metafora per descrivere la condizione umana segnata dal peccato.
Tutto ciò che vive è destinato alla morte: ma il palpito d’oro che scende dai rami non racconta solo il finire, la spogliazione; queste foglie, paradossalmente, sembrano rivelare la necessità di fare spazio a una vita nuova, diversa; mostrano la bellezza che solo l’autunno può regalare. Trasformano il cadere in dono: colorano il paesaggio di sfumature inusuali. C’è chi organizza passeggiate nei boschi per contemplare il foliage, «fogliame», che si riferisce proprio allo spettacolare mutamento autunnale del colore delle foglie. E mentre le foglie mostrano tutta la fragilità del nostro vivere, rivelano che solo Dio «rimane per sempre», proprio come canta il Salmo 102: «I miei giorni declinano come ombra e io come erba inaridisco. Ma tu, Signore, rimani in eterno, il tuo ricordo di generazione in generazione… tu sei sempre lo stesso e i tuoi anni non hanno fine». Noi invecchiamo, cambiamo: Dio invece è stabile. La sua immutabilità non significa staticità o immobilità, ma solidità, fermezza. Come la roccia che non rimane scossa dall’infuriare della tempesta, così Dio rimane lo stesso anche quando tutto attorno a noi pare crollare.
Acquerugiola
Non sono gocce, / ma foglie.
Il ticchettio autunnale, / che circonda il mio silenzio.
Il piccolo frastuono / di una pioggia d’oro.
Sembrano cantare / mentre scendono pacate.
E raccontano: / è bello lasciare il ramo /
per nutrire la terra!
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