Per un’IA a vantaggio dell’umanità
«Le intelligenze artificiali sono pronte a rifare il mondo. Aiutaci a garantire che i cambiamenti avvantaggino tutti noi». È questo il messaggio che si legge sulla Homepage del Future of Life Institute, organizzazione statunitense molto attiva nel sostenere una tecnologia che promuova la vita e la dignità degli esseri umani. Non a caso da loro l’Enciclica di papa Leone Magnifica Humanitas viene ritenuta fondamentale per affrontare un tema così decisivo. Il 15 settembre questo istituto ha compiuto a Washington un’operazione memorabile. Ha messo insieme, per un evento denominato «Pro-Human Assembly», i poli opposti della lacerata vita politica americana: il senatore Bernie Sanders, socialista democratico, e Steve Bannon uno dei leader della destra MAGA, già collaboratore di Trump. Nei loro interventi hanno espresso entrambi durissime critiche verso le aziende della Silicon Valley, perché «il futuro non può essere affidato agli oligarchi» delle Big Tech che «mentono spudoratamente, socializzano i rischi, tengono per sé i profitti». Le divisioni tra loro sono riemerse quando si è parlato dei rapporti con la Cina. Per Sanders bisogna puntare a un accordo globale, Bannon invece individua in Pechino un nemico, da cui gli USA devono pensare a difendersi.
Non si è trattato di un caso: le proteste contro i danni ambientali generati dai giganteschi centri di calcolo allestiti dalle compagnie IA accomunano negli USA destra e sinistra. Il 73% degli americani non si fida di queste aziende, il 79% teme per i posti di lavoro, il 70% per l’ambiente. Preoccupazioni simili ci sono pure da noi. Secondo l’istituto SWG, l’80% degli italiani vede il pericolo che si perda il controllo della IA, col 46% che chiede regole più rigorose e il 21% che propone di rallentarne lo sviluppo. Queste informazioni offrono un contesto a quanto accaduto il 23 settembre quando gli amministratori delegati di Anthropic e OpenAI, le due società leader nel settore IA, hanno rilanciato l’allarme di fronte al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Il primo, Dario Amodei, ha parlato dei rischi della possibile perdita di controllo da parte dell’umanità su macchine sempre più autonome. Il secondo, Sam Altman, ha detto che la «nuova rivoluzione tecnologica» può portare sconvolgimenti imprevedibili. Entrambi hanno chiesto aiuto alla Comunità internazionale perché «le decisioni non possono essere lasciate ai laboratori della Silicon Valley, ma devono coinvolgere i governi». Interventi apparsi a molti surreali, perché sono proprio loro le persone che questi software li sviluppano per poi immetterli sul mercato realizzando profitti miliardari. Volendo «rallentare», possono farlo, senza gridare «al lupo, al lupo». Tanto è vero che nei giorni successivi, di fronte alla notizia di «attacchi informatici» a siti governativi, Altman ha dovuto annunciare il momentaneo stop delle sue versioni IA più potenti.
Intanto a Washington si erano incontrati il presidente Trump e quello cinese Xi Jinping, capi delle due nazioni dove operano le aziende guida del settore. Vertice a porte chiuse, in pubblico hanno comunque dichiarato di essere d’accordo sulla necessità di mantenere aperto un canale di comunicazione per avvertirsi reciprocamente in caso di improvvise minacce. Un po’ poco, vista la situazione. Per fare di più ci vorrebbe tra loro una fiducia che al momento non c’è.
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