Il senso della morte
Novembre è il mese che ci costringe a interrogarci sulla morte, e sulla nostra incapacità cronica di cogliere il suo legame profondo con la vita. Da una parte l’abbiamo rimossa dalla nostra esperienza quotidiana, relegandola in luoghi separati: gli ospedali, gli hospice. Pensiamo che non faccia bene alle persone, tantomeno ai bambini, trovarsi di fronte al corpo di una persona morta. Eppure, fino a poche decadi fa questa era un’esperienza comune, parte di una normalità fatta di arrivi e partenze, dolore e conforto, elaborazione collettiva della perdita, per poter davvero lasciare andare chi non c’è più. Dall’altra parte la morte viene spettacolarizzata in maniera oscena, nel senso letterale del termine: ciò che dovrebbe restare fuori dalla scena dello spettacolo.
Accade nel cinema pulp, nei videogiochi, ma anche nelle espressioni di odio sempre più comuni e normalizzate, non solo sulle piattaforme, ma ormai anche nel discorso pubblico. E poi ci sono le morti irrilevanti, i danni collaterali: le vittime delle migrazioni, i civili che perdono la vita in guerre combattute da chi non le ha dichiarate, i soldati sacrificati sull’altare di ideali che spesso mascherano ben altro. Riappropriarsi oggi del senso della morte, e del suo valore educativo, è più che mai fondamentale: morte e vita sono inseparabili, a partire dalle nostre stesse cellule che, se non morissero, non potrebbero rigenerarsi. Ricordarlo non è un esercizio astratto: è la condizione per guardare la vita in un altro modo, con più gratitudine e rispetto.
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