Palestina, la stagione della raccolta delle olive

Ritrovo gli appunti di un lontano viaggio in Palestina. Ero a Tul Karem, cittadina a ridosso del Muro, la «barriera di separazione» (lunga 730 chilometri) che accerchia i territori della Cisgiordania. Il nome Tul Karem ha origini aramaiche: «il monte dei vigneti». Da secoli e secoli le sue colline sono popolate da olivi. Ricordo la serenità di un pic-nic nelle campagne con la famiglia del sindaco di Beit Leid, villaggio a poca distanza dal capoluogo. Gli uomini intingevano la pita, il sottile pane palestinese, nell’olio, lo speziavano con lo za’tar, miscela di timo e sesamo, e discutevano del futuro raccolto delle olive. Attorno un paesaggio di mandorli, vite basse e striscianti, fichi e melograni. C’era una profonda serenità nell’aria.
Il sindaco allora era Salameh Driede. Orgoglioso della sua terra, dei suoi olivi. Mi disse: «Noi li chiamiamo alberi romani. Molti di loro sono stati piantati duemila anni fa». Non so se sia vero, erano olivi antichi, bassi, contorti, poco più alti di un uomo, ben curati. L’olivo, zaytoun, è l’albero della Palestina. Albero sacro, shajara mubaraka, benedetto da Allah. I contadini palestinesi, per secoli, li hanno piantati lottando contro i sassi e l’aridità. Sono cresciuti ovunque, mai allineati, sapientemente disordinati. Oltre la metà del territorio della Cisgiordania è un oliveto. Gli olivi di Tul Karem, mi raccontarono, erano lavoro e reddito per 18mila famiglie. Si calcola che nei territori palestinesi si trovino oltre dieci milioni di olivi. E che centomila famiglie vivano grazie all’olio che questi alberi producono. Le olive sono sopravvivenza, economia, identità di un popolo. È cibo, legame con la terra, è la loro storia. A Tul Karem la raccolta delle olive era fatta a mano, niente pettine, quasi non serviva nemmeno la scala, solo una sacca legata alla vita.
Ai primi di ottobre, come ogni anno, in tutta la Palestina è comincia la mawsin al-zaytoun, la stagione della raccolta delle olive. Ma non è più la gioia di un tempo, non sono più i giorni della fatica allegra dei raccoglitori e dei pic-nic familiari all’ombra di alberi generosi. Subito, come oramai da anni, sono cominciate le aggressioni dei coloni israeliani che occupano intere parti della Cisgiordania. Da molto tempo non c’è più pace sotto gli olivi e, dagli orribili eccidi compiuti da Hamas il 7 ottobre di quattro anni fa e dalla oscena vendetta israeliana su Gaza, la raccolta delle olive è diventata un pericolo, un rischio, spesso un dolore e un’umiliazione. I contadini palestinesi vengono minacciati, aggrediti, picchiati. A volte uccisi. I loro olivi danneggiati, bruciati, sradicati, tagliati. Quest’anno tredici contadini palestinesi sono stati feriti da attacchi dei coloni solo nel primo giorno della raccolta.
Secondo un rapporto redatto nel 2025 da Acs, associazione padovana di cooperazione e solidarietà, sono stati distrutti, in Cisgiordania, dai coloni e dall'esercito israeliano 92mila alberi di olivo. Sessanta comunità palestinesi sono state cacciate dai propri villaggi. Lo scorso anno, organizzazioni non governative israeliane, hanno contato 158 attacchi di coloni contro raccoglitori palestinesi. Nei primi otto mesi di quest’anno, le Nazioni Unite hanno registrato mille e seicento episodi di violenza da parte dei coloni. Yesh Din, associazione israeliana per la difesa dei Diritti Umani, ha contato, solo fra il 27 settembre e il 6 ottobre, 109 violenze contro contadini palestinesi impegnati nella raccolta delle olive. Una media di undici al giorno.
A Gaza, la guerra scatenata da Israele dopo il 7 ottobre, ha distrutto l’intera economia agricola della Striscia: secondo le Nazioni Unite solo una piccola percentuale di olivi si è salvata, l’85% degli alberi non esiste più. Solo il 3% dei terreni agricoli della striscia è accessibile ai contadini.
Ripenso a quei lontani giorni di Tul Karem, a quel sindaco e alla sua famiglia: erano così felici di accompagnare uno straniero nel loro campo di olivi. Ripenso alle antiche fabbriche del sapone di Nablus, importante città della Cisgiordania. Le mura di quegli edifici erano intrise di olio di oliva. Dovevo camminare con mille cautele: i pavimenti erano scivolosi come piste di ghiaccio. Guardavo con stupore il grande «pozzo», il qazan, a volte profondo fino a tre metri, dove bollivano assieme soda, acqua e olio. La bollitura era destinata a durare sei giorni. La pazienza e la fatica erano ricompensate dalla fabbricazione del miglior sapone del Medio Oriente, sapone all’olio d’oliva, esportato in Giordania, in Siria, in Egitto. Fino a pochi anni fa arrivava anche in Italia con la rete del Commercio Equo. L’assedio israeliano ha reso tutto più difficile, quasi impossibile. Quando visitai Nablus vi erano due fabbriche che lavoravano a pieno ritmo. I vecchi mi dissero che a Marsiglia avevano copiato i segreti del sapone palestinese per fabbricare il loro. Di Nablus, come di Tul Karem, ricordo la pace, la fatica, l’allegria, i sorrisi, la determinazione, l’orgoglio. Scoprii allora un poeta palestinese, Mourid Barghouti. Aveva descritto gli olivi come una carta d’identità del popolo palestinese: «non ha bisogno di visti o foto e la loro validità non finisce con la morte del titolare».
Dove è finita la serenità del pic-nic a Tul Karem e la fatica tranquilla dei saponifici di Nablus? Guardo le immagini del feroce assalto di giovani coloni israeliani incappucciati contro gli abitanti di Abu Falah, villaggio a meno di venti chilometri da Ramallah, capoluogo dei territori palestinesi. Ho il sospetto che la loro aggressione abbia trovato risalto nelle pagine internazionali dei giornali e spazio nelle news televisive solo perché è stata malmenata e ferita Heidi Levine, una bravissima ed esperta giornalista del «Washington Post».
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