La sanità della porta accanto (III^ parte)
Gli scogli da superare
Stabiliti gli obiettivi e le modalità auspicabili, ci sono anche due grossi scogli sulla strada delle Case della Comunità. Il primo è trovare tutti i professionisti che servono in un momento di grande mancanza di medici e personale sanitario, che sta diventando un’emergenza per i medici di famiglia: «Questa situazione è il risultato del fatto che per anni il servizio pubblico è stato considerato più un problema che una risorsa – commenta Vecchiato –. È da qui che nasce una mancanza di programmazione che ha disincentivato molti giovani a lavorare nella sanità pubblica. Non è uno scoglio da poco, tuttavia il DM 77 ha un merito, quello di fissare dei parametri certi, che prima o poi dovranno essere coperti: ogni 3mila abitanti ci dovranno essere 2 medici di medicina generale e 1 infermiere di famiglia e di comunità. Insomma, ognuno di noi in futuro, oltre al medico di famiglia, avrà anche l’infermiere di riferimento».
Il secondo scoglio è l’acquisto delle attrezzature: ogni Casa della Comunità dovrà fornirsi di apparecchiature di primo livello come elettrocardiografo, ecografo, spirometro e via dicendo, collegate alla telemedicina e al fascicolo sanitario elettronico. Tuttavia, per questo comparto c’è già una dotazione di 235,8 milioni di euro assegnata alle Regioni per le case di Comunità e per la medicina di gruppo: «Ripartiti per quota pro-capite sono circa 4 euro per abitante – continua Vecchiato –. Non è molto, ma non è neppure poco, visto che avere la possibilità di fare subito qualche esame di base, senza dover prenotare chissà dove e chissà quando, facilita la vita».
Non è la panacea per risolvere il problema delle liste di attesa e delle persone che rinunciano alle cure, ma può essere una facilitazione: «Il problema della rinuncia alle cure è strutturale – specifica Vecchiato –, perché dipende dall’innalzamento della povertà assoluta che colpisce quasi un italiano su 10 (Istat). Tuttavia, le Case della Comunità potranno incidere nella misura in cui le persone più fragili verranno aiutate e orientate a chiedere aiuti efficaci ai servizi sociali e sanitari».
Una sfida da non perdere
Il momento è comunque di svolta, ma il rischio di non mettere abbastanza vento in poppa e perdere una grande opportunità è dietro l’angolo.
La questione, secondo Vecchiato, è innanzitutto culturale: «Oggi domina nella sanità italiana l’atteggiamento prestazionistico. Ovvero, il medico crede di aver fatto il suo lavoro perché ha prescritto l’esame previsto dagli standard per quel problema; il professionista che fa l’esame è convinto di aver fatto il suo mestiere perché ha eseguito l’esame; ma se il paziente torna a casa senza sapere che cure può intraprendere e che risposte riabilitative può avere, a che serve? Abbiamo davvero speso tutti quei soldi in modo produttivo? Se prevale l’approccio prestazionistico, rischiamo di non farcela, anche se abbiamo le Case della Comunità». Di sicuro sono importanti le dotazioni tecnologiche, ma quello di cui c’è più bisogno, chiosa Vecchiato, « è “l’intelligenza professionale” che non si limita a seguire i protocolli ma costruisce la cura sul singolo caso, senza abuso di esami e medicine, anche se previste dagli standard. Abbiamo la grande possibilità di costruire una sanità di base che può interfacciarsi direttamente con tante specialità, ma se non è utilizzata al meglio, con la giusta integrazione tra le diverse parti, rischia di essere un costo in più invece che una risorsa».
Per cambiare la cultura sanitaria occorre però che anche i cittadini facciano la loro parte, prendendo atto della svolta della sanità italiana e conoscendo tutte le sue potenzialità: «Ogni cittadino dovrebbe accedere alle Case della Comunità per verificare se sono solo gusci vuoti o se si stanno popolando dei servizi e delle professionalità necessarie – conclude Vecchiato –. Se constatano che ancora non è così, devono muoversi, andare da chi di dovere per chiederne conto e pretendere che la riforma davvero si attui nel loro territorio. Siamo ancora in alto mare, ma questa volta vediamo terra. Meglio remare tutti dalla stessa parte per arrivare alla meta».
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