Nel cuore dei migranti

La comunità etiope-eritrea nutre una forte devozione per il Santo, frutto della vicinanza del mondo francescano. La testimonianza di fra Teklom Berhane.
05 Novembre 2020 | di

Le ore di navigazione, le onde altissime, il vento sferzante. Infine, l’approdo su una costa italiana. È la fine di un calvario. Si avvera il sogno di un futuro migliore. Sono tratti comuni, che si riscontrano puntualmente nei racconti dei tanti migranti che giungono nel nostro Paese via mare, provenienti dall’Africa.

Molti sono eritrei, costretti a lasciare la propria terra per sfuggire a povertà e disperazione. Attraversano il Sudan e la Libia, e poi su fino al canale di Sicilia lungo quelle che chiamano le «strade dell’inferno». Le tratte sono gestite da bande criminali senza scrupoli: intermediari e trafficanti.

Il viaggio dura mesi. Le somme pagate: da 1.000 a 1.500 dollari, ma a volte si arriva anche a decine di migliaia. Oltre il 90 per cento di questi migranti racconta di essere stato vittima di violenza, tortura e trattamento disumani, soprattutto nei luoghi di detenzione e sequestro, in particolare in Libia.

Il dramma del popolo eritreo in fuga è fissato in una data: 3 ottobre 2013. Alle 5 del mattino, un peschereccio stracarico affonda con 368 migranti eritrei a bordo, a ridosso di Lampedusa. Ma anche tra coloro che ce l’hanno fatta a sbarcare, le tragedie non mancano, sono impresse nella memoria. Come accaduto a Shiva, 10 anni, sopravvissuta a un naufragio. Per un lungo periodo ha continuato a disegnare il mare. Lo colorava di nero. Per lei, il Mediterraneo rappresentava il dolore.

I viaggi della speranza degli eritrei, e di tanti migranti come loro, s’incrociano per certi versi con la storia di sant’Antonio. Anche lui partito dal Portogallo per il Marocco, per poi riprendere un viaggio che lo portò inaspettatamente ad approdare, naufrago, sulle coste di Milazzo, in Sicilia. Era il gennaio 1221. Da lì risalì a piedi il nostro Paese, con il forte desiderio di vivere quella «fraternità» predicata e vissuta da Francesco d’Assisi, che l’aveva conquistato.

L’esperienza di Francesco e Antonio, la loro attenzione agli ultimi hanno segnato nei secoli l’attività dei francescani, soprattutto nell’accoglienza di quanti vivono situazioni di disagio e di povertà. Le tante povertà di ieri e di oggi, come quella dei «fratelli migranti».

Fra Teklom Berhane, per molti anni attivo nella capitale eritrea, Asmara, da cinque è responsabile della comunità francescana dei cappuccini di Milano. Segue, come parroco, la comunità etiope-eritrea presente nel capoluogo lombardo. Con lui operano anche fra Tewelde Beyene, fra Tewelde Tzeggai, fra Arbed Pietros e fra Berhane Ghebrekidan. Ognuno di loro è impegnato nel condividere spazi di azione e attenzione ai bisogni del popolo migrante eritreo attraverso la cura spirituale e materiale.

La prima comunità a servizio dei migranti etiopi-eritrei risale al 1970. Numerosi i confratelli che si sono succeduti in questo particolare servizio, tra tutti fra Teklom ricorda il confratello fra Marino Haiale, rimasto in Italia per ben ventitré anni. «La nostra missione – spiega – è assistere i nostri fratelli eritrei nella vita quotidiana, garantendo in primo luogo l’assistenza religiosa. Molti sono cattolici – precisa –. Ma abbiamo buoni rapporti anche con ortodossi e musulmani».

La fede unisce l’intera comunità di migranti. «È coltivata attraverso numerosi momenti di preghiera e di incontro festoso. Nutre poi una forte devozione a sant’Antonio di Padova. In Eritrea – ricorda fra Teklom – abbiamo due importanti santuari a lui dedicati: il primo è ad Asmara; il secondo si trova a Keren, ed è stato inaugurato circa quindici anni fa.

Una devozione diffusa in tutta l’Eritrea ma anche in Etiopia. Cattolici, ortodossi, musulmani pregano il Santo vicino agli ultimi, ai poveri, ai deboli». «Ogni martedì i due santuari si riempiono di giovani eritrei per la Santa Messa e la preghiera. Per loro Antonio è il Santo dell’impossibile – sottolinea –, colui che fa incontrare ragazzi e ragazze per un futuro matrimonio, ma anche il Santo interreligioso, che riesce a riunire persone di diverse culture e religioni».

Il pane che i francescani spezzano ogni giorno, lo condividono, attraverso le numerose attività di accoglienza in diverse parti d’Italia, con tanti migranti. Con una mano tesa che non abbandona mai nessuno, assicura padre Teklom. «Le persone che si rivolgono a noi sono stanziali, hanno trovato alloggio e lavoro. Ma c’è anche chi si trova in difficoltà economica. Molti sono di passaggio, diretti verso altri Paesi europei. Le donne, spesso, sono in cerca di un lavoro magari come badanti, collaboratrici domestiche. A tutti cerchiamo di offrire un aiuto concreto. Con un’attenzione particolare agli anziani e ai malati».

Nel centro francescano di via Cislaghi, ogni giovedì i frati, insieme ad alcuni volontari, aprono le loro porte per distribuire viveri e vestiario. Per le Messe nella loro lingua, i migranti eritrei si recano al Santuario di Maria Bambina di via Santa Sofia. «È bello vederli danzare e cantare con vera gioia», aggiunge fra Teklom.

Canti e preghiere che ogni anno, il 13 giugno, si ripetono puntualmente nella trasferta della comunità etiope-eritrea alla Basilica del Santo per la tradizionale Messa a lei riservata. «Arriviamo a Padova con due pullman (circa 110 persone) – informa il francescano –. Nelle suppliche dei migranti la richiesta a Dio, per intercessione di sant’Antonio, del dono della pace per il loro Paese da troppo tempo coinvolto in guerre fratricide. Chiedono ad Antonio, considerato ormai il Santo dei migranti, di proteggerli qui in Italia e nei loro viaggi verso l’Europa».

Com’è accaduto a Kidane, 26 anni, che, dopo aver trascorso un periodo a Milano, ora vive in Norvegia. Il suo esodo è stato drammatico: il cammino nel deserto, la detenzione in Libia e l’attraversamento del Mediterraneo. «Eravamo in mare, disperati – dice –. Pregavamo molto. Ho invocato tante volte sant’Antonio. Ho imparato a conoscerlo, sin da piccolo, in famiglia. Senza di lui non sarei qui». Da quel giorno non ha mai smesso di ringraziarlo. «Sul suo volto – confida – vedo riflessi i tanti volti dei migranti. A lui chiedo di continuare a guardare quel mare, e di non smettere di salvare vite».

 

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Data di aggiornamento: 05 Novembre 2020
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