Non dimenticate Gaza

È l’appello del cardinale Pizzaballa. «Tutto quello che può servire per tenere accesa l’attenzione sulla Terra Santa va bene» ha detto l’alto prelato che, sulle elezioni in Israele e Palestina, ha sottolineato la necessità di «voltare pagine».
09 Ottobre 2026 | di

«Per la pace in Terra Santa servirà un percorso lungo. Ogni cristiano può contribuire con la sua preghiera. Alla comunità internazionale, invece, è richiesto uno sforzo maggiore sul fronte del negoziato politico, per trovare una soluzione vera. Più di tutto, però, serve la conversione dei cuori». Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, parla con il «Messaggero di sant’Antonio» della difficile situazione geopolitica che riguarda la Striscia di Gaza e la Cisgiordania. La guerra tra Israele e Palestina sembra non trovare una svolta, continuando a preoccupare il mondo e, in particolare, i credenti che vedono in pericolo i luoghi dove Gesù Cristo visse, predicò e risorse, cambiando il corso della storia. Pizzaballa è reduce da alcuni incontri pubblici significativi, tenuti nell’estate appena trascorsa: da Venezia – dove ha incontrato la diocesi e il numeroso popolo delle vacanze in spiaggia, sul litorale di Jesolo – a Rimini, dov’è intervenuto al Meeting di Comunione e Liberazione.

Msa. Eminenza, a Gaza, dopo la tregua di ottobre 2025, non ci sono più bombardamenti a tappeto. La situazione è migliorata ma non è ancora buona. 

Pizzaballa. Proprio così. Non c’è la guerra, ma non c’è la pace. Permangono grandi difficoltà e sofferenza. La gente ha perso le abitazioni, ci sono tanti sfollati. I bambini dormono nelle tende, tra i topi che li mordono. L’emergenza igienica è in parte rientrata. Gli aiuti umanitari arrivano portando i viveri, grazie a Dio non c’è la fame dei mesi scorsi. Resta difficoltoso il rifornimento di medicinali e il funzionamento delle strutture sanitarie.

I bambini sono quelli che più pagano la devastazione del conflitto. Un trauma che rischiano di portarsi dietro per tutta la vita.

Purtroppo, tante famiglie sono rimaste senza niente e il conto più pesante lo pagano i più fragili. Dico un dato: a Gaza i bambini sono 690mila. Noi stiamo sostenendo la riapertura di una scuola frequentata da un migliaio di essi, per tanti però non sarà ancora possibile riprendere le lezioni. Chiediamo a tutti, vicini e lontani, di darci una mano in questa impresa perché investire in istruzione vuol dire investire già nel presente e poi nel futuro.

Come vanno le cose nella parrocchia della Sacra Famiglia, l’unica della regione?

I cristiani rimasti sono 541. Hanno vissuto sotto assedio, la speranza è che possano presto cominciare a uscire per tornare a una vita ordinaria. Poco per volta rimettono in sesto le case, anche per avere un po’ più di riservatezza. Da qualche parte bisogna pur ricominciare.

Veniamo alla Cisgiordania: a Rimini lei ha detto che «è terra di nessuno, senza legge, e la popolazione palestinese non riesce più a sopportare l’aggressione dei coloni, che è un fatto assodato». 

Esattamente. Le aggressioni sono continue e restano impunite: sono motivo di grande preoccupazione.

Quali sono i suoi rapporti con le istituzioni? A Pasqua la tensione fu altissima quando, almeno inizialmente, le fu imposto il divieto di andare a Gerusalemme per celebrare i riti del triduo. 

È acqua passata. Si cerca di mantenere un rapporto corretto e rispettoso, dentro circostanze che, è evidente a tutti, restano complesse.

Che aspettative ci sono sulle prossime elezioni in Israele (fissate per il 27 ottobre) e tra i palestinesi (a fine novembre)? 

Abbiamo bisogno di voltare pagine. Citando il Vangelo, ho sostenuto che c’è bisogno di vino nuovo ma anche di otri nuovi...

Significa che l’aspettativa è che cambino i governanti?

Serve un cambiamento e, per cambiare, bisogna cambiare anche le persone. Vedremo come andranno queste consultazioni. Sono importanti, perché ci forniranno un criterio per capire in che direzione ci si muoverà.

Papa Leone ha usato parole molto chiare: «Per la Terra Santa si torni a negoziare un’equa soluzione politica fondata sulla pari dignità e gli uguali diritti di ogni persona umana. E a rigettare nuove azioni militari e decisioni unilaterali, in particolare, quelle che violano il rispetto e lo status quo dei luoghi santi di ogni fede religiosa». 

Il Pontefice segue da vicino e con apprensione le sorti del Medio Oriente. Ha chiesto di «riaprire spazi di dialogo e diplomazia per giungere alla pace» e ha sollecitato «con urgenza la comunità internazionale a fare in modo che progredisca la soluzione a due Stati per una pace giusta e duratura». Penso che questa sia l’unica strada percorribile, l’alternativa è l’uso della violenza che non conduce a nulla, se non alla morte. 

Due popoli e due Stati è la prospettiva da sempre sostenuta dalla Santa Sede.

Il conflitto in Terra Santa va risolto politicamente. È uno spiraglio difficile da vedere, ma bisogna continuare a chiederlo, incessantemente.

Per il successore di Pietro è l’unico modo per riconoscere a ciascuno il diritto ad avere una casa sulla propria terra. Ma sarà mai possibile? 

Indubbiamente ci vorrà molto tempo, ma la diplomazia è l’unico modo per risolvere il conflitto. Nel frattempo, siamo tutti chiamati a tenere accesi i riflettori, non dobbiamo lasciare che la questione della Terra Santa venga dimenticata o normalizzata…

Che cosa dice ai cristiani che forse pensano di andarsene? 

Se facessero questa scelta sarebbe un dispiacere. Occorre mantenere i numeri di una comunità per darle vitalità e, insieme, fornire pubblicamente una testimonianza di fede.

Che cosa pensa dell’idea «Pre­mio Nobel ai bambini di Gaza»? 

Non ho seguito molto la vicenda… Tutto quello che può servire per tenere accesa l’attenzione sulla Terra Santa va bene. Prima di tutto conta continuare a parlarne.

Ma lei vede qualche segnale di speranza? Di recente a Venezia ha parlato dell’importanza per ciascuno di mettersi in gioco, di rischiare. 

Vedo che nella società civile c’è fermento. Tanti si impegnano, ci sono gruppi e movimenti che portano segnali della voglia di voltare pagina. Serve rifiutare di deumanizzare l’altro. 

Padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia, a Gaza, chiede ai credenti di «pregare con fervore»; di parlare della situazione «con verità, carità e prudenza»; di «sostenere gli aiuti economici anche attraverso il Patriarcato latino di Gerusalemme». 

Un cristiano può fare molto, anche se vive dall’altra parte del mondo: può pregare, può sensibilizzare, può sostenere iniziative, può aiutare la scuola come gesto concreto di supporto ai bambini. Per noi è molto importante sentire questo sostegno.

Gerusalemme è la città santa per antonomasia, mettendo assieme cristiani, ebrei e musulmani. Lei ha più volte sottolineato l’importanza del dialogo interreligioso: è questa la via da percorrere per ricostruire le relazioni umane?

Una delle conseguenze più gravi del ricorso alle armi è compromettere i rapporti. E quando i rapporti si compromettono, tutto diventa più difficile. Si rischia la chiusura e la contrapposizione senza uscita. Il dialogo interreligioso ha e mantiene un ruolo fondamentale, partendo dal dato di fatto che gli uni vivono accanto agli altri. Tornare a riconoscere questo dato è decisivo, senza buonismi astratti e senza fatalismi.

Come salvaguardare lo status quo che garantisce la convivenza?

Lo status quo è un assetto molto fluido, ma non può basarsi su rapporti di forza. Le autorità sono chiamate a mantenere un equilibrio. Preservare quello attuale è necessario, perché è l’unico possibile. 

Che cosa dovrebbe fare la comunità internazionale per favorire il percorso di pace?

Mi aspetto un’attenzione maggiore e che possa promuovere un negoziato politico che poi si traduca, nel concreto, in una soluzione vera che abbia effetti sul territorio. Sappiamo tutti che ci vorrà tempo, tanto tempo, ma bisogna cominciare.

È possibile riprendere i pellegrinaggi di fede? 

Noi ce lo auguriamo, ora che la situazione è più tranquilla. Spero che poco alla volta possano ripartire anche per sostenere il lavoro di tante famiglie e l’economia locale.

Il Papa visiterà la Terra Santa? 

Prima o poi verrà, bisogna creare le condizioni. Ogni tanto ci sentiamo e ne parliamo. Siamo grati al Santo Padre per la sua vicinanza.

Eminenza, per concludere: possiamo ragionevolmente sperare che un giorno i luoghi di Gesù Cristo riabbiano pace?

Non dobbiamo smettere di crederci. Servono persone capaci non solo di parlare di pace, ma di praticarla e di testimoniarla. Per cambiare, prima di tutto è necessaria la conversione dei cuori. Di tutti. Per convertirsi a Dio e a riconoscere gli altri, nel reciproco rispetto.

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Data di aggiornamento: 09 Ottobre 2026

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