NoWalls: voglia di bene

Marta Dore, giornalista e antropologa milanese, con l'associazione NoWalls, letteralmente NienteMuri, semina giustizia e solidarietà al motto di "prima l'italiano".
08 Aprile 2019 | di

«Il talento è l’avere voglia. Lo diceva Jacques Brel, uno che aveva un gran senso dell’umorismo, e io sono d’accordo». Se Brel aveva ragione, Marta Dore è certo donna di grande talento. Giornalista e studiosa di antropologia, ha la linea della vita che appoggia quasi sui 50 anni, un tempo che al magazzino dei luoghi comuni del linguaggio sarebbe catalogato sbrigativamente alla voce mezza età. 

Il tempo di mezzo della vita non significa però la stessa cosa per tutti e tutte. Se sei un uomo vuol dire essere nel pieno degli anni e del fascino, all’apice delle competenze e delle realizzazioni, pronto a una nuova crisi e quindi a una ridefinizione energica di sé. Se invece sei una donna, più probabilmente chi ti definisce di mezza età intende per te l’ingresso nel tempo della fragilità fisica, della diminuzione delle possibilità seduttive, della messa in discussione di quelle professionali e – se hai avuto il coraggio o la possibilità sempre più rara di diventare madre da giovane – anche il momento in cui i tuoi figli si emancipano e pian piano vanno via, chi agli studi e chi al lavoro, lasciandoti a chiederti cosa resta delle relazioni quando cambiano le funzioni o – più banalmente – se saprai ancora avere cura di te ora che la cura degli altri non sembra più così urgente. 

Dei luoghi comuni però Marta non sa tanto cosa farsene e forse anche per questo la sua mezza età somiglia più a un inizio che a un declino. Bionda da così tanto tempo che non sembra sia stata mai altro, timida, milanese per nascita e poi per scelta, questa signora dagli occhi chiari è abituata a stare tra tensioni opposte e a reinventarsi ogni giorno, un’elasticità utile in molti frangenti, ma indispensabile se sei madre. Di figli Marta ne ha tre, tutti maschi, e la loro differenza d’età – 19, 16 e 9 anni – le ha permesso di trovarsi in una posizione di equilibrio tra il già espresso dal percorso del primogenito, universitario fuori sede, e il non ancora degli altri due, saldamente ancorati a casa. Avere figli è una macchina del tempo ed è una scuola di profezia, perché ti costringe a immaginare molto più futuro di quello che puoi pensare solo per te stessa. Il mondo che hai trovato e quello che hai abitato ti preoccupano meno di quello in cui cresceranno loro e questa preoccupazione può assumere molte forme. 

Certi genitori mettono ogni sforzo nella tutela economica dei figli, cercando di garantire loro una copertura per il massimo tempo possibile, magari per sempre. Altri investono tutto sulla loro formazione, convinti che nessuna rendita possa proteggerli dai casi della vita se non avranno gli strumenti culturali per ripensarla quando i suoi terremoti arriveranno. Sono scelte giuste, ma hanno dietro il pensiero che il mondo sia soprattutto un posto da cui doversi difendere e occorra arrivarci attrezzati di tutto il possibile. Marta e suo marito invece non hanno mai smesso di pensare che il mondo oltre che affrontarlo, bisognasse anche un po’ cambiarlo, rendendolo più giusto di come lo si è trovato e a misura dei figli di tutti. Per questo, dopo anni di volontariato nel campo dell’accoglienza, lei ha scelto di diventare responsabile dei progetti di comunicazione di una realtà milanese molto dinamica che si chiama significativamente «NoWalls», niente muri (www.nowalls.it). 

Lo slogan di NoWalls è «prima l’italiano», un gioco di parole un po’ polemico con chi grida «prima gli italiani», per mettere in guerra tra loro i poveri nati qui e quelli nati altrove. Prima l’italiano, per Marta e il team di cui fa parte – quasi interamente composto da donne –, ha significato attivare per tutta Milano esperienze di scuole di alfabetizzazione di base per rifugiati. È un gesto più rivoluzionario di quanto non appaia: da un lato offre ai migranti uno strumento di emancipazione e smonta le accuse di chi dice «non possono integrarsi, non parlano nemmeno la nostra lingua», dall’altro però alimenta la vera paura che si nasconde dietro questa obiezione: che la nostra lingua i migranti la imparino davvero e decidano che il Paese che la parla può diventare il loro. 

Il principio di NoWalls è proprio questo. «È importante, fondamentale, gettare una rete sana intorno al migrante che arriva in Italia e che spesso è solo e disorientato. Attraverso la rete si possono tessere i percorsi concreti di una nuova vita che può e deve essere utile a loro, ma anche alla società in cui sono stati accolti». 

Le scuole di NoWalls oggi sono dieci in tutta Milano e intorno a loro si progetta inclusione anche attraverso lo sport, la musica, l’avviamento al lavoro, gli scambi culturali e lo stare insieme, con una grande attenzione alle questioni di genere e all’ecologia. Condividere le differenze in un percorso di accoglienza pacifico fino a pochi anni fa sembrava la cosa più sensata da fare, la più vicina a un’idea di umanità solidale e non conflittuale, ma nel frattempo è cambiato qualcosa: quella visione di multiculturalismo sembra oggi diventata la meno popolare di tutte. «Abbiamo ricevuto sui social network molti commenti sprezzanti e insulti che riprendono i discorsi politici di chi indica nello straniero il male del Paese. Li abbiamo lasciati perché si capisca in che clima stiamo vivendo». 

In un’Europa incarognita, dove xenofobia e razzismo si moltiplicano, realtà come NoWalls e persone come Marta fanno in silenzio la cosa più preziosa di tutte: proteggono un’altra possibilità di mondo. Il talento, aveva ragione Brel, è averne voglia.

 

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Data di aggiornamento: 09 Aprile 2019
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