Quei fattorini chiamati rider
Ricordate Easy Rider, due giovani che, su rombanti motociclette, attraversano gli Stati Uniti dalla California a New Orleans? Uscito nel 1969, è stato molto di più di un film di successo, in tanti lo hanno interpretato come il manifesto di una generazione. Più che per la trama è passato alla storia per le atmosfere proposte: per la ricerca di libertà che anima i protagonisti, Peter Fonda e Dennis Hopper, non per i risvolti amari di un finale drammatico.
Mai ci saremmo aspettati di ritrovare molti anni dopo la parola rider (cavaliere) usata in tutt’altro contesto, per indicare quelli che fino all’inizio del nuovo millennio avevamo invece chiamato fattorini. Anche questi viaggiano su due ruote, ma non cavalcano bolidi potenti bensì banali biciclette o motorini. Dare loro il nome di rider è stata una trovata del «capitalismo delle piattaforme» per fornire una patina di avventura alla mansione di chi di fatto fa consegne a domicilio. In concreto cosa è successo? Che, con smartphone e algoritmi (dal 2011/2015 in avanti), queste attività sono finite nelle mani di multinazionali che hanno fatto proprio il business. Chi produce il cibo deve preoccuparsi di cucinare, alle consegne ci pensa l’app che media tra domanda e offerta. Nel mezzo però c’è lo sfruttamento di chi il lavoro manuale lo fa: i ciclofattorini.
Veniamo allora alla notizia. Ai primi di febbraio la Procura di Milano ha formulato per la società che gestisce Glovo in Italia l’accusa di «caporalato digitale», di erogare cioè ai rider paghe da fame (76% sotto la soglia di povertà, 81% in meno rispetto ai contratti di settore). In più ha accertato un uso opaco degli algoritmi (decidono chi lavora e chi no) e disposto la nomina di un amministratore giudiziario che regolarizzi la situazione. «Milano scopre nuovi schiavi» ha titolato il «Corriere della Sera», citando i verbali sulle «regole di ingaggio» per questi lavoratori «geolocalizzati e connessi fino a 12 ore al giorno» e pagati da 2 a 4 euro a consegna. Univoche le loro testimonianze: «Ci trattano come numeri e se ci rubano la bici le spese sono a carico nostro». A fine mese analoghi provvedimenti giudiziari sono stati emessi nei confronti di Deliveroo, l’altro gigante del settore.
Ma quanti sono i ciclofattorini in Italia? Dati certi arrivano da Just Eat, la sola società che ha regolarizzato il rapporto di lavoro e conta 2.500 dipendenti circa. Poi ci sono i due colossi: Glovo con 40mila account e Deliveroo con un numero pare inferiore. I rider sono al 90% uomini, giovani e stranieri, 25% pakistani. Detto questo, sono in aumento pure gli italiani poveri, ultracinquantenni, che cercano redditi integrativi dopo un licenziamento o per arrotondare pensioni da fame. Vedremo a cosa porteranno le inchieste. Altre iniziative nella logistica hanno prodotto assunzioni ed entrate fiscali per lo Stato. Ci sono poi Paesi come Spagna e Olanda che hanno imposto ai datori di lavoro di assumere i fattorini. Il giro d’affari in Italia è di cinque miliardi, margini per applicare norme europee e abolire la schiavitù del caporalato digitale ci sono di certo. E i clienti? Forse non sanno che dati su consumi, gusti e orari sono raccolti, profilati e venduti come merce. Un’opportuna riflessione non guasterebbe.
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