Sulle tracce dei maestri (II^ parte)

Pubblichiamo la seconda parte del dossier di luglio-agosto dedicato a un turismo che cerca i luoghi in cui operano o hanno operato coloro che promuovono valori profondamente umani.
17 Luglio 2026 | di

Roma vista dalle borgate

Ogni viaggio ha una porta d’ingresso. A Roma questa porta è la Stazione Termini. Ogni giorno vi transitano centinaia di migliaia di persone. È il punto in cui la città si presenta e, allo stesso tempo, il luogo dove emergono con maggiore evidenza le sue fragilità. Per questo il nostro itinerario sulle tracce di alcuni dei grandi maestri del Novecento, che hanno operato a Roma, le stesse sulle quali Ottavo Colle APS cammina da anni, non può che partire da qui, dal luogo dove ha operato don Luigi Di Liegro.

Fondatore della Caritas di Roma nel 1979, Di Liegro comprese prima di molti altri che le stazioni ferroviarie non sono soltanto infrastrutture di mobilità ma luoghi umani attraversati da povertà, solitudine e a volte speranza. Attorno a Termini costruì una rete di servizi destinati a chi viveva ai margini della società, contribuendo a trasformare l’assistenza in un progetto di cittadinanza in anni in cui questo era rivoluzionario. Guardando il via vai incessante della stazione Termini – che registra una media giornaliera di 480mila persone in transito – si comprende ancora oggi la forza della sua intuizione: una città si misura da come accoglie chi arriva e da come tratta chi resta indietro.

Da Termini il viaggio prosegue verso sud-est, fino al quartiere Mandrione–Tuscolano. Se la stazione è la porta della città, il Mandrione è una delle sue periferie simboliche. Qui, tra gli archi dell’Acquedotto Felice, don Roberto Sardelli decise, negli anni ’60, di condividere la vita delle famiglie delle baracche. Fondò qui la Scuola 725, un’esperienza educativa che avrebbe cambiato il destino di decine di ragazzi esclusi dai percorsi scolastici tradizionali. Sardelli non portò solo istruzione dove mancava: insegnò che la conoscenza può diventare strumento di emancipazione e di riscatto collettivo. Passeggiando lungo il Mandrione si scopre però che questa non è soltanto la storia di un sacerdote. È anche un laboratorio della sociologia urbana italiana. Qui Franco Ferrarotti e Maria Immacolata Macioti svolsero alcune delle loro più importanti ricerche sul campo, osservando la vita quotidiana delle borgate romane e dando voce a mondi che la città ufficiale preferiva ignorare. Gli stessi luoghi furono raccontati da Pier Paolo Pasolini nei reportage pubblicati su «Vie Nuove», dove il Mandrione appare come uno straordinario osservatorio delle trasformazioni sociali dell’Italia del dopoguerra. Tra gli archi dell’acquedotto si incontrano così tre sguardi diversi — quello del prete, del sociologo e del poeta — accomunati dalla volontà di vedere ciò che gli altri non vedevano.

La tappa successiva conduce alla Basilica di San Paolo fuori le Mura, sulla via Ostiense. Qui la figura di don Giovanni Franzoni apre una riflessione diversa ma complementare. Abate domenicano della Basilica negli anni del Concilio, Franzoni – poi sospeso a divinis per le sue posizioni su aborto e divorzio – interpretò il cristianesimo anche come pratica di partecipazione civile, dialogo e responsabilità sociale. Le attività della Comunità cristiana di base di San Paolo, ancora oggi attiva, mantengono viva quella lezione: la fede non come rifugio dal mondo, ma come strumento per comprenderlo e trasformarlo.

L’ultima tappa ci porta a Prato Rotondo, nella periferia nord della capitale, dove operò don Lutte. Anche qui ritroviamo il filo che unisce tutte le figure incontrate durante il percorso: la scelta di stare accanto agli ultimi. Nelle borgate e negli insediamenti precari della Roma in espansione, don Lutte accompagnò le battaglie per la casa, la scuola e la dignità delle persone, ricordando che la periferia non è un margine geografico ma una questione di diritti.

Alla fine della giornata ci si accorge che questo itinerario non racconta solo sacerdoti e intellettuali, ma una diversa idea di città. Una Roma che non si legge attraverso i monumenti, ma le relazioni; non attraverso il potere, ma la cura. Dalla stazione Termini alle borgate, dalle comunità di base alle scuole popolari, emerge una geografia morale che continua a parlare al presente. Forse è proprio questo il significato più profondo del viaggio: non visitare luoghi del passato, ma ritrovare, attraverso i loro maestri, una bussola per orientarsi nel futuro. In un tempo che sembra aver smarrito i punti di riferimento, questi itinerari urbani non cercano eroi da celebrare ma maestri da ascoltare. Camminando nei luoghi dove hanno vissuto e operato, si scopre che la città conserva ancora le tracce di chi ha saputo trasformare la solidarietà in azione e la fede in impegno civile. E che forse il patrimonio più prezioso che possiamo ereditare non è fatto solo di pietra e opere d’arte, ma di esempi. (Continua...)

Puoi leggere il dossier completo nel numero di luglio-agosto del «Messaggero di sant'Antonio» o nella versione digitale della rivista. Provala ora!  

Data di aggiornamento: 17 Luglio 2026
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