Kento e il rap «impegnato»
Da quindici anni tiene laboratori di scrittura rap negli istituti penali minorili di tutta Italia. Ma non chiamatelo educatore, «io sono solo un rapper, uno scrittore». Originario di Reggio Calabria, classe 1976, Francesco Carlo, in arte Kento, fa parte di quella golden age – correvano gli anni ’90 – in cui il rap divenne un fenomeno sociale a 360 gradi, oltre che uno strumento di denuncia e riscatto. È ancora così per questo artista che si è sempre schierato dalla parte dei più deboli. Non a caso, di recente il rapper Kento ha presentato il suo nuovo libro Con una pistola alla tempia (Terre di Mezzo), che ripercorre la storia vera di Aladin Hussain Al Baraduni, street artist yemenita deciso a denunciare le ingiustizie e i soprusi perpetrati nel suo Paese, e per questo costretto a fuggire dallo Yemen.
Parliamo del suo impegno negli istituti penali minorili. Come è nato?
Ho iniziato un po’ per caso… Quindici anni fa un’associazione che conoscevo chiese la mia disponibilità per un laboratorio di scrittura rap in un istituto penale minorile. Una cosa all’epoca mai sentita. L’esperimento finì male e il laboratorio fu interrotto anzitempo, ma da quella esperienza mi resi conto che avrei potuto lasciare qualcosa là dentro e regalare a questi ragazzi due ore diverse dal solito. Due ore in cui loro sarebbero diventati protagonisti.
In cosa consiste un laboratorio di scrittura rap in carcere?
È molto semplice: io entro con un computer e delle casse bluetooth, attacco la base che fa da catalizzatore di idee e, da un primo ascolto, lascio che i ragazzi tirino fuori tutto quello che hanno dentro. In un secondo momento stimolo in loro la riflessione. Poco importa se parlano un’altra lingua, se non sanno leggere né scrivere, i giovani di oggi sono «nativi», non hanno bisogno che venga loro spiegato come rappare. Si tratta di un processo naturale. Svolgo questi laboratori da nord a sud, il numero di ragazzi ideale in un corso è sei o sette, ma ho gestito anche corsi da venticinque persone. In ogni caso, l’iniziativa riscuote sempre grande interesse.
Cosa rappresenta il rap per i ragazzi detenuti?
Sicuramente un’occasione di riscatto, un modo per sfogarsi e riflettere. Ma da solo non può essere considerato una terapia. Lo diventa solo nel momento in cui è accompagnato da tanti altri «strumenti» che concorrono al benessere di un ragazzo: il supporto dell’educatrice, l'aiuto della psicologa, l'affetto della famiglia… Se un giovane invece è completamente solo, il rap non può fare miracoli.
Divertimento a parte, che soddisfazioni le ha regalato finora questo suo ruolo di insegnante di rap in carcere?
La più recente? La settimana scorsa una canzone composta con i ragazzi dell’Istituto penale per i minorenni Malaspina di Palermo ha vinto la sezione rap del Premio nazionale Carlo Caruso. S’intitola Le tempeste non durano per sempre. Premi a parte, a volte i testi rap scritti da un detenuto sono stati valutati dal giudice, insieme a tutta la documentazione, in vista della scarcerazione.
Ci racconta un aneddoto che l’ha colpita durante uno dei suoi laboratori?
Ogni volta, in ogni laboratorio c’è sempre un ragazzo che se ne sta in disparte e mi guarda male. Il che è ironico perché la partecipazione al laboratorio è su base volontaria. Ricordo in particolare una volta in cui, durante la pausa sigaretta, mi si avvicinò un ragazzo e mi chiese se potevo aiutarlo a scrivere una canzone per la sua ragazza che stava là fuori. Altre volte le rime sono indirizzate alla mamma, alla quale in molti vogliono chiedere scusa. Il carcere è nostalgia, la nostalgia è scrittura.
Nel web la definiscono un «rapper militante», «impegnato», che sta «dalla parte giusta», cioè quella dei più deboli e degli emarginati (nel 2024 Kento è stato il primo musicista a partecipare a una intera missione di ricerca e soccorso a bordo della Ocean Viking di SOS Mediterranee, ndr). Oggi però assistiamo anche al successo di rapper che inneggiano all’odio, alla violenza alla misoginia. Cosa è cambiato nel mondo della musica rap dagli anni ’90 a oggi?
Premetto che la definizione di «rapper militante» mi sta un po' stretta. Direi piuttosto che io riverso nelle canzoni ciò che ho dentro, non si tratta di una ricerca spasmodica dei contenuti. Guarda caso scrivo anche canzoni d’amore ad esempio, non solo canzoni di denuncia sociale. Quanto al rap di oggi: sono sempre esistiti testi misogini, che esaltano il consumismo e così via. E così, anche dalla musica di oggi mi aspetto una dose di superficialità, perché il rap è lo specchio corretto e spietato della nostra società. Dunque non credo che a portare certi contenuti siano stati i rapper e, in ogni caso, non è corretto generalizzare. Il rap sta a valle dei problemi, non a monte.
Veniamo al suo ultimo libro Con una pistola alla tempia (Terre di Mezzo). Come ha deciso di raccontare la storia di Aladin Hussain Al Baraduni?
Prima di Aladin ho visto e ammirato le sue opere, i suoi graffiti sui muri di Roma. Un giorno ci siamo incontrati per caso ad un evento e ci siamo abbracciati. È nata una bellissima amicizia. La storia di Aladin è incredibile, se non sapessi che è vera la crederei una finzione. E pensare che la sua unica «colpa» è stata di aver utilizzato l’arte per denunciare l’ingiustizia. Questo libro parla proprio di questo coraggio, ma anche di pace, di tolleranza e di multilateralismo.
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