Sognando Vittoria
La 40enne Jasmine è parrucchiera a Torre Annunziata (città metropolitana di Napoli), dove vive col marito falegname, Rino, e tre figli maschi, partoriti con taglio cesareo. Il negozio di cui è titolare si chiama «Californie» (titolo di un precedente film di questa troupe) ed è il luogo ideale per animate conversazioni femminili, fatte di risate chiassose e contrasti appassionati e leali. Jasmine vive una vita onesta, laboriosa, colma d’affetti e di festosi rapporti sociali. Una notte, in sogno, le fa visita il padre Vincenzo, da poco defunto per asbestosi (intossicazione da amianto), nell’atto di affidarle una bambina bionda («biondulella») che le corre incontro e l’abbraccia. Il sogno si ripete e ogni volta dà alla donna un senso di serena completezza. Da allora Jasmine, la protagonista del film Vittoria (Italia 2024) di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman, è assediata dal desiderio di avere una figlia. La cartomante esclude che una femmina sia in arrivo e Jasmine capisce di non volere una quarta gravidanza, ma un’adozione internazionale, in merito alla quale raccoglie informazioni da un’amica (una lavoratrice portuale che ha fatto il medesimo percorso e le consiglia di coinvolgere subito l’intera famiglia). Il tenero figlio maggiore, Vincenzo, che aiuta in salone come apprendista, ha qualche sintomo ansioso e sta per emigrare per lavoro a Milano, è dapprima cauto, ma poi invita la mamma a non demordere. Il marito, invece, è decisamente contrario (così come la sorella e la suocera). I soldi sono pochi e Rino vorrebbe aprire un piccolo laboratorio a Capri. Ma chi può fermare una pulsione materna così risoluta? «I figli sono di chi li cresce!» sentenzia Jasmine in faccia all’incredulo marito.
Attorno c’è la vita che pulsa: l’incanto del mare, il tifo per il Napoli, le clienti che vogliono la frangetta, l’inquinato mondo industriale di Bagnoli e la solita burocrazia impenetrabile, lenta, scomoda, costosa (25mila euro per l’iter adottivo). E poi c’è la visita della simpatica assistente sociale, il viaggio a Roma per i documenti, il litigio a cena con gli amici, le rinunce, le difficoltà di traduzione, i maneggi per aggirare regole severe: «Non si può scegliere il sesso nell’adozione» e «I bambini possono avere problemi di salute». Infine c’è l’incontro con Vittoria, la bambina da adottare, un nome che è un programma. Non sveliamo il sorprendente finale. Da segnalare l’incontro col medico di fiducia, che conosce Jasmine da tempo e intuisce la fonte esistenziale dell’insonnia e dell’agitazione della paziente. È un medico senza camice bianco, che ascolta senza fretta né supponenza, accoglie il pianto della donna, lascia che i pensieri prendano forma. Sono queste doti comunicative che mancano a molti supertecnici odierni: essenziali qualità professionali che meriterebbero una valutazione specifica nei test per l’accesso a Medicina.
Si tratta di un film sull’etica del desiderio, un desiderio prepotente e apparentemente irrealistico. Ogni donna fantastica di avere una figlia del proprio genere, con la quale tornare bambina, giocare con le bambole (altre bimbe immaginarie), rivivere una storia d’amore e una maternità accudente. Rompere l’uniformità «al maschile» (un marito e tre figli) è per Jasmine immaginare da capo la famiglia, dare fiato agli affetti più delicati, alle cose minute, al piacere di farsi belle, al giardino segreto delle confidenze. La trama disegnata dai due registi prende spunto da una vicenda reale, accaduta nel 2016 ai due attori protagonisti (le foto di coda ne documentano uno svolgimento felice). La macchina da presa accosta i personaggi fino a sfiorarli, li ritrae in primissimi piani, ne registra intatta la colorita voce dialettale (il napoletano è tradotto nei sottotitoli), li accompagna con un commento sonoro empatico e discreto fino nell’innevata Bielorussia, dentro a un orfanotrofio, dove abitano bambini e bambine inevitabilmente feriti da lutti e carenze relazionali. Il cinema ci adotta e anche noi lo adottiamo. Non importa chi siamo, da dove veniamo, quali disabilità abbiamo o quali sogni inconfessabili nascondiamo. Dal buio della solitudine ci salva lo schermo luminoso, cui chiediamo ragioni di speranza. La pellicola urta contro le convinzioni borghesi e i miti del successo e ci viene a trovare per invitarci a sognare, ancora una volta, l’inattesa gioia di dare e ricevere vita. Gli spettatori sono investiti del compito di raccontarsi come proseguirà la storia di Vittoria, «procreata» e «inseguita» da un affetto coraggioso. Vittoria – immaginiamo – nascerà una seconda volta, dall’alto, e noi con lei, se daremo retta ai nostri sogni. Al sogno del cinema.
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