Webdipendenza
Le statistiche ci raccontano, sempre più spesso, che è in aumento, a ogni latitudine, il numero dei giovani che non studiano, non lavorano, sono iperconnessi agli smartphone e ai social media, magari chiusi nella propria stanza. Si chiamano nerds oppure hikikomori, appellativo mutuato dal Giappone dove vengono definiti così i giovani che vivono isolati nella loro solitudine tecnologica. A fare i conti con questa generazione che subisce una sorta di alienazione indotta dalle nuove tecnologie digitali, sono spesso adulti, genitori, educatori, formatori, talvolta impreparati di fronte a questa vera e propria emergenza epocale. Alcune novità vengono dagli Stati Uniti dove due tribunali, di recente, hanno condannato YouTube e Facebook di Meta, ritenute responsabili di creare dipendenza.
Si possono adottare codici di comportamento, soprattutto nei confronti degli adolescenti, senza innescare atteggiamenti ostili o controproducenti? È possibile invertire la rotta della dipendenza digitale a cui questa società e le giovani generazioni sembrano condannate ogni giorno di più? A rispondere a queste domande ci ha provato il professor Giuseppe Riva nel suo saggio dal titolo Crescere connessi – Una sfida per genitori e figli (il Mulino), in cui affronta i temi dell’alfabetizzazione digitale, dei rischi connessi all’uso spregiudicato di smartphone e social network, e del ruolo che scuola e famiglia possono avere nel trasformare i giovani da consumatori passivi a utenti responsabili. Il professor Riva insegna Psicologia della Comunicazione all’Università Cattolica di Milano, ed è direttore dello Humane Technology Lab. «Il problema – rileva subito Riva – è che la nostra società è costruita intorno alla tecnologia. Le relazioni corrono sul digitale. Fare i compiti passa dall’accesso all’informazione online all’intelligenza artificiale. Il vero problema è che la tecnologia non la possiamo eliminare».
Qual è, allora, il compito di un genitore o di un educatore? «Io parlo non solo come professore, ma anche come genitore – sottolinea Riva –. Tocca a noi fare un po’ da mediatori digitali, mediando cioè tra l’impulso a usare sempre la tecnologia che pervade le nostre vite, e che certamente non scomparirà, e la capacità critica di riflettere su ciò che ci serve realmente e su come usarlo in maniera efficace». Il mediatore digitale dovrebbe cercare di capire qual è il significato delle esperienze che si fanno con la tecnologia, e cercare di far riflettere i giovani sul valore che la tecnologia ha per una persona. «Se io passo tre ore su TikTok, ha un valore per me? – si chiede Riva –. Questa domanda apparentemente “banale”, in realtà noi non ce la facciamo mai. Gli stessi genitori non se la pongono. Tuttavia, riuscire a riflettere sul valore dell’esperienza che noi facciamo con la tecnologia, rappresenta sicuramente il punto di partenza: più riusciamo a capire che valore ha per noi passare la giornata tra i social online oppure giocando ai videogiochi, più diventa facile riuscire a trovare soluzioni alternative a un computer o a uno smartphone».
Danni da iperconnessione
Le ricerche scientifiche ci avvertono che l’iperconnessione produce danni a livello comportamentale e neurologico nel momento più delicato dello sviluppo intellettivo, affettivo e psicologico degli adolescenti. «Sicuramente l’iperconnessione è un problema che può assumere forme diverse in base all’età del soggetto. Noi sappiamo che chi è più giovane è più sensibile all’impatto dell’iperconnessione. Mano a mano che l’età cresce, una persona impara a gestire la tecnologia, ma in assoluto sono i più giovani a essere iperconnessi. Più scendiamo con l’età, più aumenta il rischio, anche perché le ricerche dimostrano che gli effetti dell’iperconnessione durano nel tempo».
Quindi è cruciale il ruolo di genitori e di educatori, e non solo come mediatori digitali. «Quello che dobbiamo fare – sollecita Riva – è aiutare gli adolescenti e i giovani a uscire, a capire che c’è altro al di là della tecnologia, e che soprattutto non dobbiamo essere “giudicati” solo dal mondo digitale. Per fortuna le persone fisiche, quelle vere che possiamo guardare negli occhi, hanno la capacità di ascoltarci e di accettarci per quello che siamo». La tecnologia è uno strumento che noi decidiamo di scegliere, che possiamo utilizzare, e possiamo anche decidere come farlo.
Ci sono, però, ulteriori interrogativi che occorre porsi: perché un giovane si chiude all’interno di una stanza? Perché, forse, ha paura del mondo? «Diciamoci la verità – osserva Riva – perché esistono gli hikikomori? Perché ci sono giovani che temono di non essere all’altezza di un mondo che fa sempre più richieste, che impone obblighi crescenti, che comporta problemi, spesso complicati da affrontare e da risolvere. Un adolescente che non ha ancora un’idea chiara di chi è, di che cosa farà della sua vita, di quale sarà il suo posto nel mondo, subisce la pressione dei social che invece spingono a essere tutti più belli, più ricchi, più intelligenti, più felici. Sicuramente tutto questo è un problema». E con il conflitto intergenerazionale tra giovani e adulti come la mettiamo? «Pensare che non ci siano conflitti nell’adolescenza è impossibile, anche perché se non c’è il conflitto, abbiamo un problema. È altrettanto vero che il ruolo di un genitore non può essere solo quello di chi detta le regole. Io ho due figli di 18 e 15 anni. È chiaro che c’è una parte di me che dice: “Non fare questo, non fare quest’altro, non fare quell’altro ancora”. È vero, dunque, che il ruolo corretto del genitore è alla fine quello di essere un mediatore digitale».
La sfida dell’educazione
In questo contesto educativo, un ruolo fondamentale deve averlo la scuola, ma con quali oneri e limiti è difficile stabilirlo a priori. «Anch’io sono un docente –ammette Riva –, quindi so che la sfida è complicata. Uno dei problemi più significativi per i docenti, è che il mondo sta cambiando velocemente. Se oggi noi pensiamo alla scuola italiana, è fatta da cinquantenni e sessantenni mentre il mondo dei giovani è completamente diverso. Dovremmo avere una struttura collegata alla scuola – suggerisce Riva – con il compito di aiutare gli studenti a capire come usare in maniera efficace la tecnologia, senza che questa gli succhi l’anima».
Nei dibattiti pubblici e sui media, quando si affrontano le questioni della dipendenza dei giovani dagli smartphone, dai social e dai videogiochi, in genere emergono tre tendenze: quella dei più prudenti che vogliono regolamentarne l’accesso, quella dei genitori che temono di isolare i figli limitando loro l’uso dei device digitali perché hanno paura di emarginarli dai loro amici e compagni, e, infine, c’è la terza tendenza, quella di chi grida allo scandalo di limitazioni liberticide, accusando di oscurantismo coloro i quali denunciano le conseguenze che l’iperconnesione può avere sulla salute mentale dei giovani. Chi ha ragione? «È difficile dare una risposta – replica Riva –. Io ho una posizione che sta nel mezzo fra queste tre. Penso che non sia un problema di età. Si torna spesso sul dibattito di far accedere o meno ai social, ragazzi che hanno meno di 15 o 16 anni. Secondo me, è un problema di competenze. Bisogna sapere come gestire la tecnologia. Occorre tornare al modello della patente. Se un quattordicenne vuole correre con lo scooter, deve imparare il codice della strada e conseguire il patentino. Soltanto successivamente può salire su uno scooter e girare per la città. Ci vorrebbe una cosa analoga anche per i social. Dovrebbe essere previsto un patentino. Ogni ragazzo che vuole frequentare i social, dovrebbe essere informato, studiare e capire. Così – conclude Riva – sarebbe pronto per affrontare il mondo della tecnologia, con tutte le sue opportunità, ma anche con tutte le sue minacce, evidenti o potenziali».
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