C’è bisogno di andare oltre le apparenze e il dolore, che tenta di pervadere l’esistenza, per poter gustare la vita. La via è quella della bellezza, che può essere incontrata da un occhio attento mosso da un cuore aperto, anche se magari ferito. Da un cuore come quello di Pietro, bambino di 7 anni, che vive con la madre Aurora, desideroso di trovare il padre che non ha mai conosciuto e alle prese con una malattia che lo costringe spesso in ospedale. Ma Pietro affronta tutto con semplice fiducia, cercando il bene in ogni cosa e persona: in Leone, che vive sotto il portico vicino a casa, amico, confidente e maestro; nel nonno Giuseppe, saggio libraio che gli regala il racconto del colombre di Buzzati (una delle chiavi di lettura dell’intero romanzo); ma soprattutto in Tommaso, medico dal cuore indurito, ottimo nel suo lavoro di ricerca, ma senza un senso che riempia la vita.
«Il cuore di Pietro ha l’orizzonte del mondo» ed è capace di toccare il cuore degli altri, invitando a scegliere di amare le cose buone e di non lasciarsi bloccare dal dolore. La radice del bene di cui Pietro vive si riconosce nei tratti di Aurora, donna con una grande passione per il disegno, che non è semplice rappresentazione, ma occasione per imparare a guardare davvero; però Aurora pare aver perso la speranza, rinunciando ai suoi sogni artistici per prendersi cura di un figlio non cercato ma amato, e portando il dolore della violenza subita. La bellezza che si affaccia, che chiede ospitalità, anche un minimo spiraglio del cuore, è occasione di conversione di rotta, in modi diversi, per i personaggi del romanzo; se accolta, apre a una meravigliosa novità, come recita la lettera agli Ebrei: «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli».
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