«Vi cerchiamo perché vi amiamo»

ll fenomeno dei «desaparecidos» in Messico è una vera e propria crisi umanitaria: sono quasi 100 mila le persone sparite dal 1964 a oggi. Ma le famiglie non si rassegnano...
20 Aprile 2022 | di

Sulle mascherine che Verónica Rosas Valenzuela indossa per proteggersi dal covid 19 ci sono un volto e un nome ricamati a mano: sono quelli di Diego Maximiliano Rosas Valenzuela, il suo unico figlio. Diego aveva 16 anni quando è stato sequestrato a Ecatepec, un municipio incastrato nella sconfinata periferia settentrionale di Città del Messico. Lo stesso municipio che l’aveva visto nascere, giocare, farsi grande. Era il 4 settembre del 2015. Da allora di questo giovane – che come i suoi coetanei amava lo skateboard e le feste con gli amici – non si sono avute più notizie.

Durante gli ultimi, infiniti, sei anni e mezzo, la sua famiglia non ha però mai smesso di cercarlo. «Pensavo che l’avrei trovato velocemente o che le autorità me lo avrebbero riportato indietro – ricorda Verónica –. Con il passare del tempo ho capito che non sarebbe stato così e che non si trattava solo di Diego. Ho incontrato infatti tante altre famiglie che cercavano i loro parenti e insieme abbiamo formato un collettivo». Si chiama Uniendo Esperanzas ed è nato nel 2018 per assicurare sostegno alle famiglie degli scomparsi.

Il fenomeno dei desaparecidos in Messico è una vera e propria crisi umanitaria: sono quasi 100 mila le persone sparite dal 1964 a oggi; della maggior parte si sono perse le tracce a partire dal 2006, da quando, cioè, il governo messicano decretò la cosiddetta guerra al narcotraffico. Con gli anni la violenza è debordata: ora più di 50 mila corpi giacciono negli obitori in attesa di essere identificati mentre, d’accordo con la Commissione nazionale di ricerca, il 98 per cento dei responsabili delle sparizioni forzate rimane impunito.

Di fronte all’indolenza delle autorità, le famiglie dei desaparecidos hanno iniziato a cercare i loro cari in maniera autonoma, riunendosi in collettivi. Come nel caso di Uniendo Esperanzas, si tratta di gruppi composti soprattutto da donne: madri, sorelle, mogli, figlie che, nel loro processo di ricerca, sono diventate più esperte delle stesse autorità. Molte di loro ormai maneggiano varie tecniche dell’antropologia forense: sanno analizzare i piccoli rilievi del terreno che potrebbero nascondere una sepoltura clandestina, possono distinguere tra ossa umane e animali, e non dimenticano di esigere che il campione di Dna – fondamentale per l’identificazione di resti umani – venga prelevato dai resti trovati nel modo più accurato possibile.

È stato grazie alla determinazione delle donne di Uniendo Esperanzas se, circa un anno fa, le autorità hanno iniziato le ricerche dei desaparecidos lungo il Gran Canal di Ecatepec. Nelle anse di questo corso di maleodoranti acque di scarico si concentrano rifiuti di ogni genere ed è qui che potrebbero trovarsi anche resti umani. Da mesi Verónica e le sue compagne ritornano periodicamente lungo queste rive. Indossano camici, occhiali protettivi e guanti in lattice e impugnano dei lunghi rastrelli. Per ore, assistite da funzionari della Procura federale, rovistano tra mucchi di terra dragata dal fondo del canale. È un’attività sfiancante sia fisicamente che psicologicamente, cui però queste donne, mosse dall’amore per i propri cari, non si sottraggono.

Alla ricerca di informazioni

Sono le 11 di mattina del 25 febbraio 2022, il sole già arroventa il cemento e la pelle. In uno dei tanti rioni che punteggiano Ecatepec una ventina di persone è riunita davanti al murales che raffigura il volto di Diego. Proprio qui, a pochi metri da quella che era la casa di famiglia, Verónica l’ha visto per l’ultima volta. Oggi è un giorno speciale. Accanto al ritratto del giovane verrà installato un buzón de paz: una sorta di cassetta della posta a chiusura ermetica destinata a ricevere, in maniera anonima, qualsiasi informazione che possa aiutare a localizzare Diego. Solo Verónica potrà aprirla e raccogliere i messaggi che, si spera, verranno depositati al suo interno.

«I fattori che impediscono alle persone di essere solidali sono diversi: la criminalizzazione delle vittime, la stigmatizzazione, l’indifferenza, la paura» spiega padre Arturo Carrasco Gómez, rettore della parrocchia anglicana Sagrada Familia di Città del Messico, da anni impegnato nell’accompagnamento spirituale delle famiglie dei desaparecidos. Lo fa insieme ad altre operatrici e operatori di diverse confessioni religiose, lavorando dal basso, ascoltando le persone per conoscere ciascuna delle loro storie e necessità. Le alte gerarchie ecclesiastiche, segnala, si lasciano coinvolgere poco e fugacemente. «Le chiese osservano questa catastrofe senza intervenire – sottolinea –. E invece dovremmo tutti dare priorità all’amore per il prossimo e contribuire alla ricerca dei desaparecidos».

Una sparizione forzata danneggia anche il tessuto sociale: deteriora le relazioni tra vicini di casa, fa crescere la diffidenza, l’odio. Secondo le indagini, una delle persone che ha partecipato al sequestro di Diego sarebbe un minorenne che viveva nello stesso rione. Anche per questo per Verónica non è facile essere qui oggi. Eppure non si perde d’animo, sostenuta dai suoi familiari, da padre Arturo e da varie amiche, ha deciso di tornare nel quartiere per «toccare il cuore» dei suoi abitanti. È convinta, infatti, che gesti come questo aiutino a ottenere verità e giustizia e, in definitiva, a costruire un mondo di pace. «Questa è un’opportunità per dare respiro a cuori gravati da tanto dolore, tanto danno, tanta violenza – dice al microfono, scrutando le finestre degli edifici circostanti da cui però nessuno si affaccia –. Non stiamo cercando i responsabili o i colpevoli, vogliamo solo sapere dove si trova Diego».

 

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Data di aggiornamento: 20 Aprile 2022
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