Noi, «superfiori» in Gesù Cristo
«Cristo è risorto! È veramente risorto!» È l’annuncio della Pasqua, evento centrale della fede cristiana. Senza la risurrezione del Signore, il cristianesimo si riduce a seguire l’esempio di un uomo, Gesù, che ha fatto tanto del bene e che ha mostrato un modello di vita sociale nel quale il prendersi cura gli uni degli altri è aspetto fondamentale della vita. Il suo insegnamento può essere avvicinato a quello di tanti personaggi della storia che hanno fatto dell’amore per gli altri, della nonviolenza, del perdono elementi chiave dell’esistenza. E, come Gesù, hanno incontrato l’opposizione di chi agiva per altri interessi, giungendo anche alla decisione di toglierli di mezzo. Proprio questo succede al Nazareno, che muore in croce, perdonando i suoi uccisori. Se questa è la fine di tutto, allora rimane un bel ricordo, un bell’esempio, nulla più. Ma il Vangelo dice che Gesù, nella sua vita terrena, ha sempre manifestato la pretesa di essere il Figlio di Dio, mandato dal Padre per salvare gli uomini. Aveva annunciato che doveva soffrire ed essere ucciso, ma il terzo giorno sarebbe risorto. È proprio questo l’articolo centrale del Credo, della professione di fede che ogni domenica si recita a Messa. Ma ci crediamo davvero?
Nel nostro tempo, ci sono due aspetti particolarmente in crisi nell’ambito della vita spirituale: la fede in Dio e il senso del peccato. Il progresso della tecnologia, sempre più efficiente, promette la risoluzione dei problemi della vita: tanti ostacoli e difficoltà sono stati superati proprio grazie alle scoperte scientifiche (pensiamo alla cura di molteplici patologie, ai servizi a cui siamo abituati nel mondo odierno, alle comodità presenti). A che cosa serve Dio in tutto questo? Se una volta era invocato per toglierci dai guai, sembra che adesso ce la possiamo cavare da soli… in realtà, Dio non è a servizio dei nostri bisogni, ma desidera che viviamo davvero come figli suoi, e opera affinché diventiamo veramente umani, a immagine e somiglianza sua. L’altro aspetto che abbiamo perduto è il senso del peccato, che non consiste anzitutto nell’infrangere delle regole, bensì nell’incrinare il nostro rapporto con Dio: mettiamo al centro noi stessi, in opposizione a Lui e al suo desiderio di bene per noi. Ciò che è lecito o meno lo decidiamo per conto nostro: Dio è solo un’illusione, una nostra proiezione. Questo modo di pensare, diffuso con la modernità, è stato promosso come liberazione dell’uomo, ma finisce col renderlo schiavo di se stesso.
La risurrezione di Cristo vuole far luce sulla fede e sul peccato; nella Prima Lettera ai Corinzi, san Paolo è chiaro: «Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati» (1Cor 15,17). Detto in altro modo, è proprio la risurrezione di Cristo che rende piena la nostra fede (e non vana, cioè vuota), e che dona a tutti la possibilità della riconciliazione con Dio. Nella risurrezione, infatti, si manifesta l’amore di Dio che è più forte della morte: la donazione totale di Gesù sulla croce non rimane un gesto isolato, ma quel dono d’amore è reso eterno e disponibile agli uomini di tutti i tempi. Questo evento racchiude la promessa di una vita buona e rinnovata, anticipata già nell’oggi, ma che si compirà con la nostra risurrezione. Anche sant’Antonio ne parla con una bella immagine: «Il mandorlo fiorirà [...]. Dice il salmo: “Rifiorì la mia carne, e con tutte le mie forze canterò le sue lodi” (Sal 27,7). Ricorda che la carne dell’uomo fiorì nel paradiso terrestre prima del peccato, sfiorì dopo il peccato, rifiorì però nella risurrezione di Cristo, «superfiorirà», cioè fiorirà perfettamente, nella risurrezione finale». Un caro augurio di Buona Pasqua a tutti!
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