Amare
Parlare d’amore richiede coraggio e forse anche un po’ di ingenua baldanza. È il tema decisivo della nostra vita, e forse su questo non ci sono dubbi, ma declinato in tanti e tali modi da rendere la voce quasi afona. Alcuni anni fa lessi un romanzo di uno scrittore irlandese con un incipit folgorante: «Ci sono tre grandi rompicapi al mondo: quello dell’amore, quello della morte e, tra questi due e parte di entrambi, il rompicapo di Dio» (N. Williams, La parola amore nella terra di Clare, Mondadori).
Nelle mie conferenze o nelle lezioni ai miei studenti parlo raramente e con pudore dell’amore: la cosa più necessaria e più inafferrabile della vita. Eppure oggi, alle soglie della senilità, vedo come i miei sentimenti col tempo si siano raffinati, semplificati, amplificati. Avverto un bisogno stringente di condividere quel poco che ho imparato, con la consapevolezza che siamo tutti scolari alla scuola dell’amore: si rimane apprendisti per tutta la vita. Non c’è essere umano, poeta, filosofo, scienziato, artista, sacerdote o mistico che non si sia interrogato sul mistero dell’amore. L’amore è un tema ineludibile, non si scappa; a qualsiasi età della vita ci intriga e ci avvinghia senza mai lasciarsi afferrare del tutto. Per questo preferisco parlare di mistero dell’amore e non di enigma: si comprende qualcosa dell’amore soltanto vivendolo, entrando con timore e tremore ma anche con determinazione nei suoi tortuosi labirinti.
Oggi sappiamo molte cose sulla chimica dell’innamoramento e del legame amoroso: conosciamo il ruolo dei neurotrasmettitori, dei geni e delle reazioni psicosomatiche che sono coinvolte nell’innamoramento, nella passione, nel legame duraturo e anche nelle ferite, nelle fratture e nelle perdite di un amore che volevamo durasse per sempre. Le neuroscienze ci stanno offrendo un contributo prezioso per comprendere che cosa accade dentro di noi quando amiamo o quando perdiamo un amore.
Se volessimo definire l’amore, come si fa con un qualsiasi sostantivo, credo che ogni definizione sarebbe più o meno accettabile e degna di considerazione. Preferisco pensare che l’amore sia un processo, un verbo che indica un percorso da apprendere, piuttosto che qualcosa di statico e definito una volta per tutte. Più vado avanti con gli anni e più mi convinco che l’amore non è un sentimento, talvolta così volubile e passeggero, ma piuttosto una capacità e una scelta (Cfr. S. Olianti, L’amore non è mai sprecato. Conversazioni su amore e perdono, EMP). Si impara ad amare e si sceglie di amare. Erich Fromm ha intitolato uno dei suoi libri più conosciuti e riusciti: L’arte di amare. Amare è un’arte che richiede un paziente e finissimo lavoro artigianale: dedizione, cura, passione e tenacia. «Amare – scrive – è essenzialmente un atto di volontà. Amare qualcuno non è solo un forte sentimento; è una scelta, una promessa, un impegno» (E. Fromm, L’arte di amare, Mondadori).
Ma l’amore, oggi, che fine ha fatto? La prima cosa che balza agli occhi è che l’amore in questi nostri tempi è a scadenza, a tempo: non ha più rapporti o quasi con il «per sempre». Si consuma come si consumano le altre merci. Quando non funziona più è più conveniente cambiare l’oggetto che provare a ripararlo. «L’amore è offeso nella sua pretesa di durare» (M. Recalcati), anzi, si parte già con la consapevolezza che non sia destinato a durare. Un’altra eresia sull’amore, molto moderna, è pensare che l’amore si consumi e consumi chi lo vive: come se un meccanismo perverso consumasse rapidamente le batterie dell’amore. L’amore, invece, è l’unica «merce» che non si consuma. Anzi più si consuma e più cresce. Più si dà amore e più l’amore cresce. È l’esperienza che fa dire a Giulietta: «Più ti do e più ho per me», nel capolavoro di William Shakespeare sull’amore contrastato e tragico di due giovani veronesi (W. Shakespeare, Romeo e Giulietta, Newton Compton).
Una domanda che mi faccio sempre più spesso e che adesso vorrei fare a chi legge: come ci si libera dagli angusti e asfissianti recinti del proprio «Io»? Tutte le grandi tradizioni spirituali, gli orientamenti della psicologia umanistica e della psicoterapia esistenziale ce lo testimoniano: imparando ad amare, uscendo dalla tentazione titanica di bastare a se stessi. Solo l’amore è la via che conduce alla maturità e alla pienezza dell’esistenza, cioè alla verità di se stessi; la via per il santo Graal passa attraverso l’amore, che è nel contempo la via e la meta. L’uomo si realizza pienamente e può vivere una vita ricca e feconda solo nella relazione con un Tu (Cfr. S. Olianti, Fai fiorire la vita. Tracce per educare lo sguardo, Emp). Siamo stati creati dall’Amore e per amore, per questo siamo chiamati ad amare.
Giovanni Paolo II, in una pagina di straordinaria ricchezza teologica, ha scritto: «Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza: chiamandolo all’esistenza per amore, l’ha chiamato nello stesso tempo all’amore. Dio è amore e vive in se stesso un mistero di comunione personale di amore. Creandola a sua immagine e continuamente conservandola nell’essere, Dio inscrive nell’umanità dell’uomo e della donna la vocazione, e quindi la capacità e la responsabilità dell’amore e della comunione. L’amore è, pertanto, la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano» (Familiaris Consortio, 11).
Se l’amore è la vocazione fondamentale e nativa di ogni essere umano, nessuno può dire di avere vissuto veramente se non ha amato e se non è stato amato. Perché l’amore, quando è genuino e sincero sa di Dio, ha il sapore di Dio, che è l’amore. «L’atto di amore – scriveva Emmanuel Mounier – è la più salda certezza dell’uomo, il cogito esistenziale irrefutabile: Io amo, quindi l’essere è, e la vita vale la pena di essere vissuta» (E. Mounier, Il personalismo, a cura di G. Campanini e M. Pesenti, Editrice Ave).
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