Dalí e Dante in Sicilia
C'è un filo sottile e invisibile che lega Salvador Dalí alla Sicilia? L’isola che ha fatto dell’eccesso, del barocco e della contraddizione una forma d’arte riconosce nell’artista catalano un suo familiare. E c’è qualcosa di altrettanto logico, quasi inevitabile, nel mettere Dalí faccia a faccia con Dante Alighieri: due visionari separati da sei secoli, ma accomunati dall’ossessione per l’aldilà come specchio del presente.
È questa la sfida culturale che la città di Vittoria (Ragusa) ha deciso di raccogliere. Fino al prossimo 5 luglio, il Castello Colonna Enriquez ospita la mostra «Dalí incontra Dante. Un viaggio tra sogni e visioni», curata da Mery Scalisi e Alessia Zanella con un contributo critico di Giancarlo Felice. L’evento è promosso da Fondazione Demetra e Mediterranea Arte.
Il cuore della mostra è un corpus grafico straordinario: le cento tavole che Dalí realizzò ispirandosi alla Divina Commedia. Non illustrazioni nel senso tradizionale del termine, come si potrebbe presumere, ma reinterpretazioni visionarie in cui il testo dantesco viene scomposto e rimontato attraverso il filtro dell’inconscio surrealista.
L’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso di Dante perdono così i tradizionali contorni della teologia medievale per trasformarsi in paesaggi psichici, in scenari mentali dove le inquietudini dell’uomo contemporaneo trovano forma e colore. Perché, in fondo, legano da sempre tutte le generazioni della storia dell’umanità.
Dalí non si piega ai versi del poema dantesco, ma lo affronta a occhi spalancati. A tratti lo sfida apertamente, e lo reinterpreta con la stessa libertà emotiva e creativa con cui il poeta fiorentino aveva osato mettere in scena Papi e Imperatori nel giudizio divino.
Il risultato è un’opera nell’opera, un dialogo tra arte e letteratura, tra pennello e metrica che si guardano allo specchio, si interrogano, si provocano in un gioco sofisticato di rimandi e risonanze che rivela quanto i due artisti condividano, al di là delle epoche, la certezza che l’immaginazione rimane uno straordinario strumento di conoscenza, non di fuga dalla realtà.
Anche la scelta della sede espositiva non è casuale. Il Castello Colonna Enriquez, edificio seicentesco nel cuore di Vittoria, conserva una memoria architettonica densa. Le sue celle, i corridoi, gli ambienti storici non fanno soltanto da contenitore alle opere, ma amplificano il senso di costrizione e liberazione che attraversa il viaggio dantesco e quello artistico di Dalì.
Visitare la mostra significa muoversi fisicamente tra ombra e luce, proprio come il pellegrino della Divina Commedia si muove tra dannazione e redenzione. La parola di Dante si fa immagine e visione tanto che la mostra diventa un’esperienza immersiva, metafisica, che sollecita il visitatore a una partecipazione attiva.
Uno degli assunti più stimolanti della mostra è la lettura di Dante come autore sorprendentemente attuale, «non come un reperto del passato, ma come un universo vivo», sottolinea la curatrice Mery Scalisi, che definisce la Divina Commedia un «mondo aperto» in cui ogni scelta umana si traduce in esperienza morale e sensoriale.
Visto attraverso questa lente, il poeta fiorentino non appare come quell’icona granitica che la storia ci ha tramandato, ma come un esploratore moderno: un uomo che ha saputo guardare in faccia il dolore, il desiderio, la speranza, e li ha declinati in versi consegnandoli a una letteratura universale senza tempo. Dalí, da parte sua, è il traduttore ideale di questa universalità nell’età dell’immagine.
Il percorso espositivo allestito a Vittoria si chiude con due sezioni di approfondimento dedicate rispettivamente alle figure femminili come simboli di elevazione spirituale nei due universi artistici, e al tema del viaggio come messaggio di speranza. Una conclusione che allontana la mostra da qualsiasi deriva puramente estetica e onirica per restituirle una dimensione umana, viscerale e non epidermica. Segno tangibile del fatto che non è pensata solo per i turisti di passaggio, ma che intende radicarsi nel territorio come occasione di riflessione collettiva.
In un’epoca che sforna immagini alla velocità della luce, fermarsi davanti alle tavole di Dalí ispirate a Dante, richiede uno sforzo particolare: quello di guardare con un approccio contemplativo, di lasciarsi disorientare e sopraffare, di accettare che alcune domande eterne – sul dolore, sulla redenzione, sul senso della nostra vita – non abbiano una risposta necessariamente definitiva. Ma che ci spingano, come Dante e Dalì, a sperimentare una visione più nitida e coraggiosa.