L’Antonio dei frati medievali
«La vastissima bibliografia antoniana sembra suggerire che ormai rimane poco da dire sulla figura di sant’Antonio di Padova e da Lisbona». Strana affermazione, specie se la troviamo ad aprire la prefazione di un libro di 500 pagine dedicato a frate Antonio, Parole e scritture per costruire un santo, edito dal Centro Studi Antoniani nel 2022 e firmato da Eleonora Lombardo. Il nucleo da smontare è quel «sembra». Ecco, sembra ma non è. E non si tratta solo di pur preziosi nuovi punti di vista, approfondimenti, riletture, bensì proprio di inediti, di fonti che finora non erano ancora mai state prese in considerazione, chiuse nel buio di qualche polverosa biblioteca monumentale. Parliamo di una mole di documenti ragguardevole, ovvero di ben 250 testi latini scritti tra la canonizzazione del Santo, avvenuta il 30 maggio 1232, e il 1350. Evidentemente, quindi, non possono essere «di» Antonio, ma sono tutti «su» Antonio: sono infatti i sermoni, che i suoi confratelli francescani delle prime generazioni pronunciarono per presentarne la figura al popolo di Dio. Studiarli significa aprire una finestra su come gli uomini medievali guardavano al secondo santo francescano canonizzato, dietro solo a Francesco.
Merito dell’aver «aperto la finestra» di cui sopra è di Eleonora Lombardo, docente a contratto presso l’Università di Verona, dove insegna Storia del cristianesimo e Storia delle religioni. I 156 sermoni inediti li ha appena pubblicati nell’opera in due volumi Sermones de sancto Antonio de Ordine fratrum Minorum (Cisam 2026), che viene presentata l’11 giugno a Padova nel contesto del Giugno Antoniano (in Sala dello studio teologico, ore 16-18.30).
Msa. Professoressa, 156 sermoni inediti sono una quantità considerevole, ma si presuppone che lei abbia lavorato anche su analoghi documenti già accessibili. A quanto assomma il repertorio di sermoni su sant’Antonio nel periodo preso in esame?
Lombardo. In totale abbiamo a disposizione 227 sermoni composti dai francescani fino al 1350, 256 se comprendiamo le varianti. Una sessantina di questi, perlopiù custoditi nella Biblioteca Antoniana di Padova, erano già stati pubblicati da padre Vergilio Gamboso.
Da quanto tempo li sta studiando?
Ho iniziato nel 2010, subito dopo il dottorato, grazie a un progetto durato nove anni in Portogallo, seguito da contratti di ricerca con l’università di Padova. Il lavoro è stato complesso, in quanto la digitalizzazione dei manoscritti ha avuto una spinta importante solo in seguito al covid, mentre prima si era costretti a viaggiare in tutta Europa per poter accedere ai codici. Un contatto con l’originale che resta comunque insostituibile.
Che cosa è emerso?
Un repertorio di fonti preziose che peraltro continua ad allargarsi, perché grazie alla rete di studiosi e a nuove ricerche continuano a essere individuati altri esemplari. Nel libro Parole e scritture per costruire un santo, del 2022, tiravo le somme di alcuni filoni di indagine: ora con i due volumi appena usciti si mettono a disposizione di tutti i testi originali e un loro schema riassuntivo.
In contesto antoniano, quando sentiamo parlare di «sermoni» il pensiero va a quelli scritti da sant’Antonio, che però non erano la riproduzione delle sue prediche…
No, infatti. I Sermoni di Antonio sono un trattato di teologia, discorsi sui vangeli, lezioni per i frati studenti. I sermoni su Antonio di cui stiamo parlando sono invece dei riassunti, anche molto lunghi in alcuni casi, e di alto livello letterario, di omelie effettivamente pronunciate, o modelli scritti a tavolino da adattare per poter poi affrontare il pulpito e predicare.
«La» domanda a questo punto è una: chi era frate Antonio per i suoi primi confratelli?
Una sintesi possibile la ricavo proprio da un sermone, che definisce Antonio «pater et frater noster», padre dei frati e loro fratello, compagno nella loro ascesa spirituale. Mentre la santità di Francesco era percepita come irraggiungibile – la santità di un laico mistico stimmatizzato –, quella di Antonio da parte dei frati dotti che componevano i sermoni era sentita accessibile, attraverso l’applicazione, lo studio, la preghiera… Antonio funge da figura di transizione, da ponte tra i frati e Francesco; egli è uguale ai confratelli perché ha le medesime virtù, seppur perfezionate, portate a un livello di sapienza che in ogni caso rimane avvicinabile.
Quali caratteristiche, o virtù, emergono?
Le parole chiave dell’identità di Antonio e della sua esemplarità sono la povertà, l’umiltà, la sapienza, che si esplicitano nella vita, nei miracoli, nella predicazione. Chiaramente, tra le righe, possiamo leggere quali fossero le preoccupazioni dei frati, su quali aspetti faticassero di più, quali fossero le priorità morali e spirituali. I sermoni offrono uno spaccato di valore sulle vicende dell’Ordine dei frati minori e sulle tensioni che lo attraversavano.
Conosciamo gli autori dei sermoni?
Alcuni sì, mentre altri ci sono stati trasmessi in forma anonima. Ad esempio, ho scoperto il sermone scritto da san Bonaventura da Bagnoregio nel quale l’allora generale dell’Ordine parla del ritrovamento della lingua incorrotta di Antonio, da lui stesso compiuto nel 1263, e aggiunge il particolare del saio, sul quale si sofferma. È l’abito a forma di tau ora esposto nella Cappella del tesoro in Basilica. Ecco la traduzione delle sue parole: «Dalla varietà dei miracoli, come appare nella lingua che fu trovata fresca al momento della sua traslazione, per mostrare quali fossero state le parole della predicazione; come la tunica che fu trovata intatta, per indicare che aveva osservato la sua regola nella sua integrità». Sempre di Bonaventura pubblico un altro sermone inedito, conservato a Berlino, grazie al quale scopriamo che all’apertura dell’arca erano presenti dei laici e dodici «persone degne di fede» scelte dal Comune: «Segno evidentissimo che il Signore aprì la bocca di sant’Antonio per questi quattro motivi è che, trent’anni dopo la morte, al momento della traslazione, fu ritrovata nella sua bocca la lingua così fresca, bella e rossa come fosse appena morto. Questo lo videro non solo i frati, ma anche moltissimi laici, e soprattutto dodici persone degne di fede, elette dal comune di Padova, che poi furono testimoni dell’avvenimento presso il Papa. Eppure, tra tutte le membra, la lingua dovrebbe essere la prima a consumarsi a ragione della sua umidità».
Se potesse scegliere un sermone ancora da trovare, in quale direzione si muoverebbe?
Per restare con san Bonaventura, sarebbe bello trovare traccia del sermone che pronunciò in Basilica nel 1263, per la traslazione del corpo del Santo. Ma anche quello di Gregorio IX, per la canonizzazione del 1232. Difficile scegliere!
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