Un ospedale mobile nella savana
Il signor Danilo Tonin squaderna un grande foglio sul tavolo. Spiega che è lo schema del «campo base». L’indice scorre sulla carta: «Qua gli alloggi, là le tende per le attività, qui i generatori, lì la cucina, poi il rimorchio con la sala operatoria e quello con i servizi…». Se non fossimo in Caritas sant’Antonio sembrerebbe una sorta di mappa del Risiko con le indicazioni per l’accampamento. Quel progetto che il signor Danilo illustra quasi in un’estasi creativa sembra già cosa fatta. Lui è già lì, «con gli stivali sul terreno», ma la guerra che vuole combattere insieme a noi è in realtà un’esplosione di pace, una lotta a una piaga endemica: la cecità e le malattie della vista che colpiscono milioni di persone nelle zone rurali dell’Africa. Un impegno enorme di per sé, che però il signor Danilo già aspira a far diventare qualcosa di più grande: una sanità itinerante nei villaggi più sperduti della savana.
La svolta
È in Benin dal 2007, da quando, cioè, ha deciso di mollare tutto, un’avviata fabbrica di argento, la villa, la macchina, una vita agiata per una cosa folle che oggi è divenuta l’ospedale mobile e itinerante «Provvidenza Divina». È così che è diventato un missionario laico a 55 anni suonati e oggi che ne ha 80, con migliaia di occhi salvati alle spalle, non ha rimpianti: «Anch’io come tanti ero nella ruota della produzione, del successo nel lavoro, ma ero infelice, non mi bastava. È stato difficile capire che cosa davvero cercavo e, dopo averlo capito, ancora più difficile mettere in pratica la mia scelta dei poveri, totalmente controcorrente». All’inizio a guidarlo c’è sant’Antonio: «Ho frequentato l’istituto teologico dei frati, a Padova», ma il salto nel vuoto avviene a Lourdes, in un viaggio fatto quasi per caso, «davanti alla grotta della Madonna, dove c’era l’esposizione del Santissimo. È stata la mia conversione». Tuttavia, pur sapendo di volersi dedicare ai poveri, non è scontato individuare il dove e il come. Le indicazioni arrivano quando meno se l’aspetta: «Un amico mi invita a pranzo, dove c’era una suora del Benin. Parlando con lei, inizio a capire la situazione sociale e sanitaria del Paese». In Benin c’è un medico ogni 16mila abitanti, ma nelle zone rurali non ce n’è neppure uno. «Il medico è lo stregone e la povertà degli abitanti – contadini poveri e analfabeti, che non hanno avuto accesso all’istruzione – non consente di curarsi in città. La gente non può accedere ai più comuni esami di laboratorio, una donna incinta non fa neppure un’ecografia, così anche l’unica forma di medicina che hanno, quella naturale, senza una diagnosi certa, è meno efficace».
La via è tracciata. Nel 2007 il signor Danilo atterra in Benin, tramite alcuni religiosi, come un marziano su un nuovo pianeta. Affitta una camera e comincia a guardarsi intorno. Non è tipo da stare con le mani in mano. L’unica possibilità che intravede per dare il via alla sua missione è stringere un accordo con l’ospedale più vicino, ottenendo tariffe calmierate per i più poveri. Sembra funzionare, ma l’anno dopo il direttore con cui ha fatto l’accordo se ne va e chi lo sostituisce cancella ogni collaborazione. È la spinta che lo porta a cercare l’autonomia nella sua missione. Tornato in patria, perfeziona l’idea di un ospedale itinerante, fatto di rimorchi, che si installi periodicamente nei luoghi più abbandonati del Benin, per assistere i villaggi vicini, nel giro di 150 chilometri.
Un progetto quasi folle
Andrà tutto bene, ne è sicuro. Con Dio ha fatto un patto, spiega ridendo, con un’ironia che caratterizza il suo modo di essere almeno quanto la sua forza interiore. «Ho detto al Signore chiaro e tondo: “Io mollo tutto, però tu adesso mi devi dare tutto”. E così è sempre stato, non ho mai chiuso un progetto in rosso, anzi spesso mi avanzava una piccola somma. Questa missione vive nel segno della Provvidenza». E se la Provvidenza non l’ha mai deluso, neppure lui ha mai deluso la Provvidenza. Nel suo modo di operare è un fiume in piena, che riesce a gestire i suoi mille rivoli, complice forse anche la sua esperienza da imprenditore. Individua i referenti, va, parla, spiega, sa coinvolgere, incastra possibilità. Il dirigente di un’azienda ospedaliera gli promette di attrezzargli di tutto punto i semirimorchi, qualora riuscisse a trovarli, con ambulatorio, sala operatoria e tutta l’attrezzatura necessaria; ma sono tanti quelli che gli spianano la strada: dai venditori di rimorchi e materiali di logistica che gli regalano o gli forniscono a buon prezzo mezzi e attrezzature, all’amico che gli offre i soldi per la spedizione. I primi medici volontari sono oculisti e questo gli apre l’accesso a un simposio internazionale di oculistica, dove allaccia contatti con le più importanti ditte del settore, in Italia e nel mondo. Ancora oggi sono 18 in oculistica e 7 nel settore ottico: due volte all’anno gli offrono tutto il materiale che necessita per la missione: macchinari, ferri chirurgici, medicine e colliri, camici, materiale d’uso corrente. Ci sono aziende che gli donano tutte le montature per gli occhiali.
Il suo racconto è un susseguirsi di aneddoti, di storie, di inspiegabili coincidenze. Quel che è certo è che l’Ospedale Provvidenza Divina, grazie a questo vortice di aiuti, opera dal 2012, curando oltre 20mila persone all’anno, per lo più affette da malattie oculari, alcune gravissime e che porterebbero alla cecità, altre che richiedono occhiali da vista. Per gestire questo flusso di contatti e «far le cose per bene» il signor Danilo ha aperto prima una Ong in Benin, ad Abomey-Calavi (città a sud del Paese), la Soleil d’Afrique-Benin, poi una Onlus con lo stesso nome ad Arsiè (BL) in Italia, il suo paese di origine.
Unica battuta d’arresto, il covid, «che mi ha fatto però rendere conto della necessità di proteggere maggiormente medici e paramedici dalle infezioni, procurandomi un mezzo per i dormitori, mentre prima i volontari soggiornavano nelle parrocchie o nelle case della gente». A loro deve molto: lavorano sodo e si pagano persino il viaggio per venire fin qui: «Per farli sentire più a casa ho persino insegnato al cuoco africano a fare il risotto» ride ancora, sornione.
L’ospedale per tutti
Oggi i volontari italiani tra medici e tecnici sono una trentina, ma nel frattempo l’ospedale ha provveduto a formare 2 medici, 8 infermieri e 4 tecnici locali, che stipendia regolarmente. «Il nostro ospedale applica tariffe diverse a seconda delle possibilità della gente, anche perché in Benin c’è la credenza che se la cura non è pagata sarà inefficace. Accettiamo all’occorrenza anche polli e uova. Il poco che raccogliamo ci permette di pagare il personale e il vitto e l’alloggio per i volontari».
Tuttavia, dopo 15 anni di onorato servizio agli ultimi, l’Ospedale Divina Provvidenza ha bisogno di un pit stop: «I mezzi si sono deteriorati, allo stesso modo anche gli impianti e certe attrezzature. È da un po’ che sognavo di rinnovare il campo base, per migliorare il servizio alla gente ma anche la sicurezza e il comfort del personale, che ogni giorno si prende cura di oltre 100 persone, tra cui molti bambini, e ne opera almeno 10. Vorrei anche rafforzare la parte del progetto che riguarda l’assistenza sanitaria di base, mandando un medico generico nei villaggi e così pure infermieri e tecnici per le analisi del sangue e le ecografie per le donne in gravidanza. Nella sede dell’associazione ad Abomey-Calavi, che ci serve anche da magazzino, abbiamo già un piccolo laboratorio di analisi mentre da anni è già attiva una collaborazione con l’ospedale di Padova, che legge a distanza i referti dei nostri pazienti. Insomma, ormai abbiamo maturato l’esperienza e la rete di contatti per fare un salto di qualità e per curare più persone e in modo ancora più efficace».
L’intervento di Caritas sant’Antonio
Ed è così che il signor Danilo ha rimesso in moto, al massimo dei giri, il vortice dei suoi contatti, riuscendo a ricevere in dono nuovi telai di semirimorchi, motrici, camion frigorifero, attrezzature specialistiche e perfino un pick-up. L’ospedale di Padova gli attrezzerà sala operatoria e antisala, munita di macchinari per la sterilizzazione dell’aria e arriverà pure un microscopio operatorio. Il tutto per un valore di oltre 380mila euro. Tuttavia questa volta per completare il rinnovamento dell’Ospedale Provvidenza Divina, mancano tanti e costosi tasselli, tra cui 5 caravan da realizzare sopra i telai dei semirimorchi, gruppi elettrogeni, una cucina, un depuratore, servizi igienici per le camere dei volontari e i wc chimici per i pazienti, i nuovi gazebo per la sala d’attesa e gli elettrodomestici per la lavanderia, una macchina per il servizio sanitario nei villaggi e, non ultime, le spese di trasporto. Stavolta e per la prima volta nella storia dell’ospedale occorre un finanziamento, per giunta cospicuo: 478mila euro. Tocca alla Provvidenza fare la sua parte, lascia intendere il signor Tonin, sempre memore del suo patto. «E la Provvidenza questa volta siete voi, la Caritas sant’Antonio e i suoi sostenitori».
Ha fretta il signor Tonin di concludere questo progetto. Vorrebbe comprare tutti i pezzi mancanti e allestire il nuovo ospedale da campo, con le maestranze che può trovare più facilmente in Italia e poi smontarlo e trasportarlo a Genova per traghettarlo in Benin. «Il sogno è riaprire la missione a gennaio del 2027 ed estenderla al Togo». Nel frattempo, è volato nel Paese africano per prendere tutti gli accordi ma anche per costruire la continuità del progetto per il futuro: «Non sono eterno! Prima o poi la Provvidenza mi manderà in vacanza da Lui!». E intanto va in giro con il suo progetto del campo base nella borsa, lo dispiega davanti a imprenditori, politici, associazioni, parrocchie e gente comune: «Qui l’ambulatorio, là il gazebo con le stuoie per l’attesa, poi la cucina e la mensa per offrire un pasto alla gente che aspetta anche fino al giorno dopo di essere visitata, là il posto per sterilizzare i ferri chirurgici, lì il semirimorchio con le montature e il tecnico per le lenti…». E chi lo ascolta è già con «gli stivali nel terreno» assieme a lui.
Segui il progetto su www.caritasantoniana.org.
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