Una Rivoluzione incompiuta (2^ parte)
Allarme divario sociale
Le disuguaglianze economiche sono diventate un’emergenza negli Stati Uniti. Ma questo «è un discorso complesso che deve fare i conti con le trasformazioni dell’economia statunitense a partire dagli anni Settanta del XX secolo – ammette Raffaella Baritono –. Un decennio sintetizzato dagli storici con la formula “the shock of the global” per evidenziare le trasformazioni che hanno portato a quella fase di globalizzazione economica all’insegna dei principi neoliberali». Le cause di quel cambiamento furono molteplici. «Il peso economico della guerra in Vietnam assieme all’espansione della spesa pubblica per effetto delle politiche di welfare e delle conseguenze delle due crisi petrolifere del 1973 e del 1979 portarono a una trasformazione complessiva che vide il progressivo smantellamento del modello fordista (alta crescita, alta produttività, alti salari) a favore di politiche di liberalizzazione, di deregolamentazione e di progressiva delocalizzazione delle strutture manifatturiere».
Le politiche economiche della stagione reaganiana sono indicate da Baritono come il punto di svolta decisivo: «Avviate in parte sotto la presidenza di Jimmy Carter, e poi soprattutto sotto quella di Ronald Reagan, con misure di detassazione che hanno favorito i ceti più ricchi e la finanziarizzazione dell’economia, si sono accompagnate a una battaglia culturale che ha visto i poveri come “i nuovi privilegiati”, coloro che potevano vivere di sussidi federali alle spalle di coloro che lavoravano e pagavano le tasse». La metamorfosi dell’America era compiuta. «Gli Stati Uniti, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, si sono trasformati da un “impero della produzione” a un impero “dei consumi”. L’abbassamento dei redditi dei ceti medi, la progressiva precarizzazione del mercato del lavoro, l’allentamento delle tutele sindacali dei cosiddetti “working poor”, sono stati solo in parte compensati da un accesso ampio ai consumi e al debito». La crisi del 2007-2008 ha poi fatto esplodere tutte le contraddizioni accumulate in decenni «rendendo evidenti i livelli altissimi di disuguaglianza sociale, ma anche il modo in cui queste disuguaglianze si articolano sulla base delle differenze di genere e di gruppo etnico».
Il soft power conta ancora?
Tra i contributi più originali e duraturi dati dall’America al mondo c’è il soft power culturale: cinema, musica, televisione, consumi. Un complesso immaginario che nel corso del Novecento ha conquistato il pianeta. Come si è costruito questo dominio culturale, e quanto regge ancora oggi? Stefano Luconi individua nella collaborazione tra settore privato e governo federale la chiave del fenomeno: «Ha avuto un ruolo rilevante la sinergia tra le aziende dei vari settori e il governo. Dal secondo dopoguerra, Washington ha utilizzato gli aiuti all’estero per diffondere non solo il proprio modello socioeconomico, ma anche i suoi contenuti culturali». Un esempio emblematico riguarda proprio l’Italia. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, «il Piano Marshall ebbe, tra le contropartite, l’apertura del mercato italiano all’importazione dei film hollywoodiani». Un dettaglio che molti ignorano, ma che la dice lunga su come la diffusione della cultura americana non sia mai stata spontanea, ma parte di una strategia deliberata di proiezione del potere e di costruzione del consenso, oltre che di subdola spinta all’emulazione del modello di vita americano con la sua gerarchia di valori. Oggi, però, quel soft power è in difficoltà. «La sua incidenza – osserva Luconi – è legata alla percezione dell’immagine degli Stati Uniti nel mondo. Quando Washington attua politiche prevaricatrici su altri Paesi, come sta avvenendo con la seconda amministrazione Trump, il suo soft power ne esce profondamente ridimensionato».
L’incognita demografica
Gli Stati Uniti stanno attraversando una trasformazione demografica di proporzioni storiche. Questa rivoluzione silenziosa sta ridisegnando la mappa politica e antropologica del Paese. «Secondo i dati dell’ufficio del censimento – sottolinea Baritono –, nel 2050 la popolazione “bianca” sarà una minoranza rispetto all’insieme delle minoranze presenti nel contesto statunitense per effetto dei flussi migratori, ma anche a seguito delle dinamiche demografiche che riguardano i diversi gruppi etnici. Ne consegue che i rapporti di forza fra le varie aree del Paese si stanno modificando, soprattutto dal punto di vista politico». I due partiti, quello repubblicano e quello democratico, reagiscono in modo opposto a questa trasformazione. «I democratici hanno cercato di porsi come principale riferimento per chi ritiene che la tendenza sia inarrestabile. L’elezione di Obama sembrò richiamare la necessità per il partito democratico di essere il partito delle minority-majority, con il riferimento all’idea di un’America post-razziale».
Ma quella visione «ebbe breve durata, visto il tipo di reazione che l’elezione di Obama – primo afroamericano eletto alla presidenza degli Stati Uniti – provocò dal punto di vista del risentimento delle fasce di classe media impoverite. Un risentimento sfruttato dalla retorica populista». Invece, il partito repubblicano «con Trump si è trasformato sempre più in un partito che guarda all’indietro, che sembra non voler fare i conti con i mutamenti demografici e con le sue conseguenze politiche» mentre «in Stati dell’Unione tradizionalmente conservatori, dove è stato forte l’afflusso di persone con la creazione di hub tecnologici e di investimenti, si sta producendo un divario fra le grandi aggregazioni metropolitane, più diversificate dal punto di vista etnico, e le aree a vocazione rurale, poco popolate e più omogenee».
Dal canto suo, Luconi porta dati concreti sulla crescita del potere economico delle minoranze: «Le aziende controllate da membri delle minoranze etniche sono circa 1,2 milioni, su un totale di 5,6 milioni, con un fatturato intorno agli 1,6 trilioni di dollari». Tuttavia la presenza di queste minoranze «resta nei comparti tradizionali: alimentazione, servizi alla persona e rivendite al dettaglio», mentre «tra i Ceo delle 500 maggiori imprese classificate dalla rivista “Forbes”, gli ispanici sono il 3,4%, gli asiatici solo il 2,4% e gli afroamericani appena l’1%». Nessuna analisi dell’America contemporanea può prescindere dal ruolo che i media e, soprattutto, i social media hanno avuto nel trasformare (e spesso avvelenare) il dibattito pubblico. «Il rapporto diretto dei politici con gli elettori ha trasformato i media da mezzi per fare informazione in strumenti per rafforzare le preesistenti convinzioni degli utenti che vi accedono – sostiene Luconi –. In questo modo, non c’è più un confronto dialettico né un vero dibattito tra posizioni differenti. La società si radicalizza così in due componenti contrapposte, e diventa anche più facile il passaggio dalla violenza verbale a quella fisica, con vittime da ambo le parti».
Istituzioni allo stress test
Il sistema dei checks and balances disegnato dai Padri Fondatori degli Stati Uniti è ancora all’altezza di una società così complessa e veloce? Ferdinando Fasce non nasconde «i tanti problemi di equilibrio dei poteri tra esecutivo, legislativo e giudiziario che le amministrazioni Trump hanno evidenziato ed evidenziano ogni giorno». Mauro della Porta Raffo, presidente onorario della Fondazione Italia USA e autore del saggio Donald Trump – Le origini, i trascorsi, l’oggi, il futuro (Arca Edizioni) ritiene che «il sistema elettorale americano, con la sua logica federale e il Collegio elettorale, può produrre risultati paradossali, con la possibile affermazione del candidato meno votato a livello federale. È accaduto quattro volte: nel 1876, 1888, 2000 e 2016, sempre a danno dei democratici». L’esempio più clamoroso rimane quello del 2016, con Hillary Clinton vincitrice del voto popolare, ma con Trump divenuto presidente: «La Clinton prevalse in California per oltre quattro milioni di suffragi, conquistando i relativi cinquantacinque delegati mentre Trump prevalse in Michigan, Pennsylvania e Wisconsin per meno di ottantamila voti totali ottenendo i quarantasei Grandi elettori che gli consentirono il sorpasso e la vittoria nel Collegio elettorale».
Inoltre «può accadere, e capita, che il nominato alla corsa alle presidenziali non conti sul maggior numero di sostenitori, neppure tra quanti si sono premurati di votare nei caucus e nelle primarie del partito». Dal canto suo, Raffaella Baritono mette in luce le contraddizioni tra la retorica isolazionista e la pratica interventista dell’amministrazione Trump che «ha sconfessato le promesse fatte in campagna elettorale quando prese le distanze da quello che lui definiva come il bellicismo dei democratici che aveva gettato gli Stati Uniti in una delle guerre più lunghe e fallimentari come quelle in Afghanistan e in Iraq». Ma la realtà del potere si è rivelata più complicata della retorica. «Non è facile per gli Stati Uniti un disimpegno dallo scenario internazionale alla luce delle grandi interdipendenze che caratterizzano la sua economia, per la presenza militare statunitense (più di 800 basi sparse in tutto il mondo), per il ruolo chiave che gli Stati Uniti hanno in quegli organismi internazionali che sono stati il frutto dell’azione statunitense stessa».
Della Porta Raffo ritiene che «il massimo livello di forza mai raggiunto dagli Stati Uniti sia quello conseguito alla fine della Seconda Guerra mondiale: un momento di assoluto predominio malgrado l’allora Unione Sovietica, al quale è seguito un declino via via più veloce e profondo. Oggi gli Stati Uniti restano dominanti in fatto di armamenti e tecnologia. E sono ancora “i guardiani del mondo”. La crisi interna degli Usa è la conseguenza di un decremento di autorità e autorevolezza che ha prodotto la “perdita” della Cina, la nascita del “terzomondismo”, e il progressivo distacco dei Paesi latinoamericani. È altrettanto interna la crisi dovuta al crescere e al prevalere di nuove etnie i cui usi, esigenze e comportamenti sono e rappresentano “altro” rispetto alla tradizione americana».
Stefano Luconi rileva, infine, l’abbandono di qualsiasi componente idealistica nella politica estera americana: «La National Security Strategy di Trump afferma che Washington si pone come unico obiettivo la realizzazione degli interessi economici nazionali, e non disperderà più risorse ed energie per difendere i diritti umani su scala globale, salvaguardare lo stato di diritto in altri Paesi, promuovere la democrazia nel mondo e stabilizzare la sicurezza collettiva». Un cambiamento di prospettiva che suona come una beffa nell’anno in cui gli Stati Uniti celebrano i 250 anni di quella Dichiarazione d’Indipendenza che proclama proprio l’universalità dei diritti umani come fondamento della convivenza civile.
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