È finita la stagione delle fragole

È finita la stagione delle fragole. Posso rimettere sotto il tappeto la polvere di un senso di colpa di averle comprate, quasi ogni giorno, al mercato. So che non dovrei comprare più nessun prodotto agricolo. Come si fa?
A fine maggio, anche per quattro uomini migranti, tre pakistani e un afgano, braccianti nei campi della costa jonica della Basilicata, era finito il tempo della raccolta. Era il primo giorno di giugno, poco più di un mese fa, Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi e Safi Iayjad, il più giovane aveva 19 anni, il più vecchio 29, fermi a una stazione di servizio lungo la strada costiera, la statale 106, vengono rinchiusi nel minivan che li stava trasportando; improvvisamente due uomini, i loro caporali, versano benzina nell’abitacolo dell’auto e danno fuoco, spezzando le maniglie delle portiere per impedirne la fuga. Waseem, Amin, Ullah e Safi muoiono bruciati. Un quinto bracciante si salva essendo riuscito a uscire dal portellone posteriore, dopo aver rotto il vetro. Un assassinio orribile, una strage oscena. Che, ancora una volta, ha messo sotto gli occhi di tutti quanto accade nelle campagne, nelle agricolture italiane. Dal sud calabrese alle piane del foggiano, dai campi del mantovano in Lombardia all’Agro Pontino.
Per alcuni giorni (manifestazione nazionale ad Amendolara, paese calabrese dove è avvenuta la tragedia) una parte dell’Italia ha rivolto la sua attenzione al mondo invisibile dei braccianti. La Regione Calabria ha stanziato centomila euro per il rimpatrio delle salme. Ma ha avuto ragione Silvio Messinetti, giornalista calabrese: «Dopo i funerali non se ne parlerà più» aveva previsto. Ora non compriamo più fragole solo perché è passata la loro stagione. Le complicità e una sorta di omertà raggiunge troppo spesso gli scaffali dei supermercati. Adesso è la volta delle angurie: nei primissimi giorni di luglio, nelle campagne mantovane, sud est della Lombardia, sono morti tre lavoratori mentre stavano raccogliendole. «Si muore come cento anni fa. In mezzo alla stessa indifferenza di un secolo fa» denuncia Michele Orezzi, segretario della Cgil mantovana. Il marocchino Haddad Taher, 55 anni, a Borgocarbonara, comune sulle sponde del Po, muore, in un giorno di afa impossibile, in un campo di angurie. Altri due braccianti sono morti in quelle stesse campagne. Un quarto muore per un incidente stradale.
Fra i braccianti e le aziende agricole dove andranno a lavorare, ci sono gli intermediari. Gente priva di scrupoli, sono i caporali. Non credo che sia un caso l’uso di un termine militare. E il caporalato non è un fenomeno solo del Sud d’Italia: «Ci sono sacche di schiavismo agrario nelle campagne di Mantova, come in Calabria, in Puglia, in Campania» avverte ancora Orezzi.
Il rapporto più recente sulla situazione nelle campagne italiane è del 2022. Redatto dai ricercatori dell’osservatorio Placido Rizzotto, centro studi della Cgil, i giornali lo riprendono in mano e rileggono i suoi dati. Il rapporto stima che vi siano almeno 230mila persone, un quarto di tutti i braccianti, sfruttate in agricoltura. 55mila sono donne. Il 30% sono cittadini europei e italiani. Tutti a rischio di ricatti, tutti con il pericolo, la inevitabile certezza, di finire nella rete carceraria dei caporali.
Almeno il 40% dei braccianti, tra i campi del Sud del Lazio, la Capitanata di Foggia, il Metapontino e le piane di Sibari e Gioia Tauro è irregolare. La percentuale è appena più bassa nelle campagne piemontesi e lombarde. In poco più di quaranta chilometri, tra i fertilissimi territori di Metaponto e Nova Siri, in Basilicata, e i frutteti del settentrione calabrese, sono al lavoro circa 20mila braccianti. In Calabria una ricerca del Cnr-ISmed calcola che siano almeno 11mila i lavoratori irregolari. Raccolgono fragole, pesche, ortaggi, albicocche, kiwi. Poi sarà il tempo dell’uva, delle patate, cominceranno anche i mesi delle arance, dei mandarini. Poi, complice il cambio climatico, sarà la volta degli avocados.
I braccianti sono arrivati con i barconi africani, a piedi attraverso le rotte dell’oriente o, con più o meno raggiri, attraverso i flussi regolari. È davvero un esercito di invisibili. Necessari, indispensabili. Un agricoltore delle campagne di Montescaglioso, grande paese del materano, riconosce: «La manodopera locale è sparita già da quindici anni. Senza le persone di fuori, extracomunitari o comunitari che siano, non avremmo potuto più fare agricoltura». E aggiunge, quasi fosse un inciso: «La gente del paese vede il lavoro agricolo come qualcosa di degradante».
Leggo quanto ha scritto la regista e documentarista Sara Manisera (suo è il libro Racconti di schiavitù e lotta nelle campagne – Aut Aut Edizioni) dopo aver partecipato alla manifestazione di Amedolara. Sara si rimette in viaggio e incontra una macchina carica di lavoratori bengalesi, «stavano andando a lavorare come se niente fosse», come se niente fosse accaduto, «come se tra noi e loro ci fosse uno scarto di una enormità tale come quello di due mondi paralleli». A Pisticci, altro paese del materano, questa volta sono io a percorrere il grande stradone di scorrimento: sui marciapiedi ci sono decine e decine di pachistani, bengalesi, forse afgani. È sera, oltre il tramonto, luce bellissima, vestono la tradizionale salwar kamiz, la lunga camicia che scende sotto le anche: sembra una scena di pace, lo è, ma temo che non lo sia. Sono seduti sui gradini, alcuni passeggiano in silenzio. Domattina torneranno nei campi. Dobbiamo misurarci con il nostro fallimento, scrive, amara, Sara: «Tra qualche settimana o mese un altro bracciante morirà». Così è accaduto. E senza il rogo orribile di Amendolara, nessun articolo o post è riuscito a raggiungere nuovamente le nostre coscienze.
Parlo con un vecchio contabile di un’azienda agricola del Metapontino. Mi racconta quello che tutti sanno: sono poche, pochissime le ore ufficialmente contabilizzate, sono tantissime, innumerevoli quelle registrate su «chiavette» nascoste. «Sono l’85% del totale» azzarda il contabile. «E questo sistema viene utilizzato sia per gli stranieri che per gli italiani più deboli, impossibilitati a difendere i loro diritti». Si obbligano i braccianti a «doppi turni» di lavoro, ore e ore sotto il sole di questa estate e nelle contabilità ufficiali risultano solo le ore previste dalle leggi. Anche i costi del trasporto dei lavoratori dalle case-dormitorio (spesso fatiscenti, inabitali) devono essere ridotti al minimo e vengono affidati alla gestione dei caporali: fermatevi a quel distributore carbonizzato sulla statale 106, e vedrete decine di minivan, da nove-dodici posti, che trasportano i braccianti verso le campagne lucane o pugliesi. Qualche giorno dopo il rogo, i carabinieri hanno compiuto un’operazione notturna di controllo straordinario: hanno fermato 35 pulmini e identificato 135 braccianti. Possiamo solo immaginare quanti siano ogni mattina, prima dell’alba, a percorrere questa strada.
A Bari, al mattino del primo sabato di luglio, nello stesso giorno in cui papa Leone era a Lampedusa a ricordare i migranti, un gruppo di braccianti ha occupato la splendida cattedrale di San Nicola. Sono uomini che provengono dai più grandi ghetti agricoli d’Italia (Borgo Mezzanone, Torretta Antonacci, nel foggiano, più di 5mila persone). Stanchi di soprusi, delle baracche di lamiera, dei casolari abbandonati, del caldo inaccettabile, della mancanza di acqua. Dicono: «Occupiamo una chiesa perché è l’unico luogo dove la nostra vita vale ancora qualcosa. Per lo Stato non esistiamo: esistono le nostre braccia quando c’è da raccogliere i pomodori, spariscono i nostri corpi quando c’è da darci un tetto, un documento, un nome».
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