La sindrome dei costi fissi

La cosiddetta sindrome dei costi fissi è l’errore di chi si fa condizionare per le scelte attuali dai costi sostenuti ieri. Ma è la terra promessa di domani che dà senso al presente, non il rimpianto per le cipolle d’Egitto.
03 Luglio 2026 | di

Una delle prime leggi economiche è la cosiddetta sindrome dei costi fissi. È l’errore, molto comune, di chi si fa condizionare per le scelte attuali dai costi sostenuti ieri. Ipotizziamo, per un esempio semplificato, che un’azienda abbia acquistato, anni fa, dei macchinari perché intendeva aprire una nuova linea di prodotti (es. nel tessile per l’abbigliamento). Poco dopo, ci si accorge che l’investimento non produce i frutti che si speravano, e quei macchinari iniziano a diventare un problema. Ad alcuni diventa evidente che bisogna dimenticarsi dei costi di ieri e cercare di guardare all’oggi e quindi al domani, ma il titolare non riesce ad accettare quella perdita e quindi ad ammettere il suo errore. E così inizia a immaginare nuovi usi di quelle stesse macchine, allo scopo di provare almeno a ridurre il disagio per quella scelta sbagliata. Energie e altri soldi spesi nel cercare di resuscitare quell’impianto nato morto, mentre le altre linee di produzione iniziano a soffrire perché molte persone vengono deviate dal loro lavoro ordinario con la speranza di riusare, riconvertire, sanare quelle vecchie macchine.

Quale sarebbe, invece, la scelta buona? Mettersi il cuore in pace per quei soldi spesi ieri e per quell’investimento andato a male, che ormai sono andati, e impedire a quell’errore di continuare a produrre danni oggi. Questa sindrome, purtroppo, è molto presente nelle scelte quotidiane di molte persone, tutti i giorni. Pensiamo, per un altro esempio, a una suora che vive da trent’anni in convento. È entrata a 20 anni, e ora ne ha 50. Giunta ormai alla maturità, per una evoluzione della sua vita, si rende conto di aver sbagliato la sua prima scelta – «Io in convento non ci dovevo entrare. Sono stata una stupida, e ancora di più quelli che mi hanno consigliato di entrare» –. Inizia a pensare di dover cambiar vita, ma il «costo sostenuto», o l’investimento fatto di trent’anni della sua esistenza, diventa un ulteriore ostacolo – «allora dovrei buttar via trent’anni di vita? –. E così, per non buttar via la vita passata, che ormai è andata, continua a buttar via gli anni che le sono rimasti, permettendo al passato di divorarsi il suo presente.

Non sto dicendo, sarebbe assurdo, che tutte le persone (suore, mariti, mogli, frati…) che si trovano dentro una grande crisi e pensano di andar via lo debbano fare come unica soluzione. Le soluzioni di queste crisi sono molte; alcune si riescono a superare restando nel convento, nella famiglia e nella comunità di sempre. La ragione per rimanere, però, non deve essere il non voler buttar via l’investimento passato, perché in questi casi si continua a buttar via sia il presente che il futuro, vissuto arrabbiati e avvelenati con la vita, con se stessi, con gli altri, persino con Dio. La ragione per restare va cercata sempre nel presente e nel futuro, in una seconda scelta della stessa vita di ieri, perché deve essere chiaro che è il futuro che dà senso al presente, non il rimpianto o il rimorso del passato. Diverso è il discorso di chi resta per una sua misteriosa fedeltà a se stesso, che diventa più importante della propria stessa felicità: ma, in questi casi, tutto parla di presente e di futuro. È la terra promessa di domani che dà senso al presente, non il rimpianto per le cipolle d’Egitto.

Prova la versione digitale del «Messaggero di sant'Antonio»! 

Data di aggiornamento: 03 Luglio 2026
Lascia un commento che verrà pubblicato