«La morte ci aiuti a vivere bene»
«“Ci sono tre grandi rompicapi al mondo: quello dell’amore, quello della morte e, tra questi due e parte di entrambi, il rompicapo di Dio”. Così scriveva, nel suo libro La parola amore nella terra di Clare (Mondadori), lo scrittore irlandese Niall Williams. Per questo, parlare della morte, raccontarla, è sempre cosa complessa e delicata». Ha esordito così lo psicologo, life coach e docente di etica e psicologia della religione, Simone Olianti, nel corso del convegno Raccontare la morte. Le parole per narrare un tabù» organizzato dal «Messaggero di sant'Antonio» lo scorso 6 giugno, nell’ambito delle celebrazioni per il Giugno Antoniano, al quale hanno preso parte anche lo psichiatra Diego De Leo, co-fondatore e past-president dell’Accademia Internazionale per la Ricerca sul Suicidio, e la giornalista, inviata in aree di crisi, Laura Silvia Battaglia..
Scopo della conferenza, rivolta a un vasto pubblico composto di operatori del mondo della comunicazione, esperti del settore, ma anche persone semplicemente interessate al tema, quello di esplorare, attraverso un approccio multidisciplinare, come comunicare il lutto e superare la rimozione del fine vita nella società contemporanea.
Simone Olianti, il primo a prendere la parola, ha in particolare offerto strumenti pratici e umani per affrontare la gestione delle crisi emotive legate a esperienze di lutto o all’idea stessa della morte e ai suoi portati di profonda angoscia.
«Se ci pensiamo bene – ha ricordato lo psicologo –, l’intera filosofia è nata proprio per rispondere in qualche modo alla grande domanda dell’essere umano sulla morte. Morte dinanzi alla quale abbiamo due possibilità: negarla, rifiutandone l’idea, oppure renderla un’occasione per vivere meglio la nostra intera vita».
Ma oggi, ha sottolineato Olianti, la morte non sempre diventa un’occasione per una «buona vita», anzi, sempre più spesso, «viene spettacolarizzata oppure, al contrario, rimossa, nascosta, salvo poi ritrovarcela addosso in forma di ansia e di angoscia». «Eppure, noi sappiamo bene che la morte è realtà per ogni uomo e ogni donna e, come tale, dobbiamo riconoscerle una dignità, anche imparando a narrarla, prima di tutto a noi stessi» ha ribadito Olianti. E per rimpossessarci di una narrazione buona, dobbiamo ripartire da quel senso del limite che la nostra società vorrebbe invece annullare. Gli antichi greci, dai quali, sappiamo, discende la nostra civiltà, avevano tanti modi per dire la parola «uomo», ma quasi tutti lo definivano proprio in relazione alla morte.
Un potente aiuto nell’accogliere il nostro limite più grande ci giunge dalla Bibbia, dalla speranza non ingenua che essa ci propone. Perché solo una speranza autentica, ha chiosato lo psicologo, può aiutarci a gestire la paura della morte, paura che spesso, proprio a livello psicologico, è all’origine di molti disturbi.
Il cristianesimo ci indica la strada, ricordandoci che siamo esseri unici e irripetibili, esseri in relazione, e, così facendo, ci restituisce una profonda dignità che nessuna morte può scalfire. Certo, il timore dinanzi alla morte è normale, perché è un’esperienza che non conosciamo, e la fede non può farlo scomparire, ma la fede può invece aiutarci a far sì che esso non diventi angoscia, di fatto bloccando la nostra vita.
Ecco allora che, con fede e grazie alla fede, possiamo cominciare non solo a pensare senza angoscia alla nostra morte, ma anche a meditare su di essa, pure nella preghiera: questo, infatti, ci consente di diventare sempre più consapevoli delle nostre priorità e ci ricorda che il tempo non va sprecato. Il tempo è nostro e solo noi possiamo decidere come impiegarlo.
Solo confrontandoci con la nostra morte potremo infatti vivere una vita davvero spirituale e far sì che la morte ci trovi vivi, cioè ci trovi intenti a vivere secondo il nostro autentico desiderio.
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