Bulli e Papi
Secondo i più autorevoli analisti internazionali, stiamo vivendo un momento storico definito come uno «spartiacque». L’ordine globale, faticosamente costruito dopo la Seconda guerra mondiale, sembra dissolversi sotto i nostri occhi, sostituito dalla logica del più forte, del più arrogante e del più armato. E dai recessi della Storia si riaffacciano, in modo prepotente, le ombre più cupe del passato. È in questo scenario che si inserisce l’ultimo saggio del politologo Vittorio Emanuele Parsi, dal titolo Contro gli imperi. Il futuro delle nostre democrazie nel nuovo ordine mondiale (Saggi Bompiani). Professore ordinario di Relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano, Parsi compie un’analisi lucida, severa e impietosa, dimostrando che a far saltare l’ordine mondiale, così come lo avevamo conosciuto negli ultimi ottant’anni, non sono state né Mosca né Pechino, ma lo stesso Occidente dal suo interno, con gli Stati Uniti di Trump.
Msa. Professore, per descrivere la mutazione degli Stati Uniti di Trump, lei usa, nel suo libro, la metafora del leone che vegliava sulla foresta e che si è trasformato in un lupo affamato. Quali conseguenze ha prodotto questo cambiamento nella geopolitica internazionale?
Parsi. Nel momento in cui gli Stati Uniti si trasformano da sostenitore dell’Occidente a principale avversario, tutto il quadro di riferimento cambia, e dobbiamo prenderne atto per evitare di ritrovarci spiazzati, quando il ritardo nel non aver compreso questa mutazione ci lascia in una condizione nella quale le mosse a nostra disposizione sono poche e tardive. Poi, con la mia metafora del politologo Randall Schweller sul leone e il lupo, che io semplicemente mutuo, non sottovaluto il ruolo che continua a rivestire tra i lupi la Russia, ma mi rivolgo in particolare a Paesi come le medie potenze, alle democrazie soprattutto europee, e non solo, affinché da agnelli, cioè da sostenitori di un leone come gli Stati Uniti, che manteneva l’ordine, si facciano essi stessi leoni collettivi per tutelare quell’ordine che li ha così ben serviti e che li ha forgiati.
Il 20 gennaio scorso, al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, il premier canadese Mark Carney ha dato uno scossone ai leader europei osservando che le medie potenze devono agire insieme poiché se non si trovano al tavolo delle trattative, rischiano di finire nel menu.
Cosa serve agli europei per realizzare una visione come quella di Carney?
Serve quello che papa Leone, in un recente discorso, ha indicato ai cristiani, e che è un ideale per tutti i cittadini europei: rifuggire sia dal cinismo cieco secondo il quale «tanto che m’importa di quello che succede agli altri», sia dall’idealismo astratto di chi vede o s’inventa un mondo che non esiste per sottrarsi alle proprie responsabilità. Dobbiamo accettare le responsabilità, preservare questo mondo, smettere di pensare, come in Italia si è fatto per tanti decenni durante la guerra fredda, che l’Europa è stata solo il teatro di scontro tra russi e americani. Noi europei occidentali siamo stati i protagonisti della guerra fredda con le nostre società libere, aperte, con le nostre democrazie liberali, con le economie di mercato. Oggi gli intellettuali devono smetterla di inseguire l’effimera gloria dei dibattiti televisivi, e devono invece mantenere posizioni serie, coerenti e propositive rispetto alla realtà. Non dobbiamo cadere nella tentazione del populismo che in Italia è molto diffuso. Dobbiamo impegnarci noi, in prima persona, a lottare per l’Italia e per l’Europa che vogliamo. Per noi e per chi verrà dopo di noi.
Perché Trump e Putin vogliono smantellare e indebolire l’Unione europea?
Sia Trump che Putin vedono nell’Unione europea un ostacolo rispetto ai propri piani. Per la Russia esiste il progetto di un’egemonia fondata sull’oppressione, sull’uso della guerra per modificare il comportamento degli altri, per piegare gli altri alla propria volontà, come nel caso della guerra contro l’Ucraina, o con una guerra occulta come accadde a Tbilisi, in Georgia. L’Unione europea, invece, è un’organizzazione dello spazio continentale fondata sul diritto, sul rifiuto della guerra, sulla preferenza per la democrazia e per l’economia di mercato regolata, sulla protezione della proprietà privata. Queste due visioni insistono sullo stesso spazio territoriale, e non sono compatibili. Non capire questo è il motivo per cui non comprendiamo quanto sia cruciale la lotta dell’Ucraina per il futuro dell’Europa. E non capire questo ci attarda nel comprendere fino in fondo che la pace con la Russia è ostacolata innanzitutto da queste due visioni opposte, ma che non sono equivalenti: la nostra si fonda su principi non negoziabili, per quello che siamo divenuti in questi ottant’anni. Per quanto riguarda gli Stati Uniti di Trump, l’Unione europea, con il suo spazio regolato, con la separazione dei poteri, con il suo talvolta lento procedere, è l’incarnazione del principale ostacolo alla sua concezione del potere: il potere illimitato, secondo Trump e i suoi accoliti, la libertà di fare soldi a palate modificando le leggi, approfittando della posizione dominante contro i concorrenti internazionali e quelli domestici; un potere illimitato in ambito internazionale, cioè la possibilità di piegare a quel potere chiunque vi si possa opporre. Questa concezione del potere illimitato, Trump c’è l’ha in comune con Putin e Xi Jinping. Il leader cinese, mentre parla di sostenere il sistema internazionale vigente, di fatto dal 2022 appoggia la guerra criminale della Russia contro l’Ucraina, sostiene le peggiori forme di dittatura, come in Bielorussia e in Iran. Non adotta i dazi perché non gli conviene, ma fa una concorrenza spietata, col dumping, soprattutto contro le aziende europee, per eliminare la concorrenza. Il legame tra Stati Uniti, Russia e Cina esiste. Ed è contro questa visione del mondo che dobbiamo lottare dimostrando più coraggio, più determinazione e più resistenza.
L’Europa ha paura di arginare il neoimperialismo cinese. Teme di subire ritorsioni economiche che potrebbero nuocerle, e che quindi condizionerebbero le scelte degli elettori.
Sì, l’Europa è molto spaventata dal rischio di subire ritorsioni. In questo momento c’è un atteggiamento conservativo che dopo l’ostilità della Russia e degli Stati Uniti di Trump, paventa anche l’ostilità della Cina, ma la Cina si comporta già in modo ostile nei nostri confronti, in maniera non dissimile da quanto fanno gli Stati Uniti e la Russia di Putin. Quando hai vissuto per tanti decenni in un mondo in cui la sicurezza non la pagavi, non aveva un prezzo, e non avendo un prezzo tu potevi illuderti anche che non avesse un costo – mentre il costo, come sappiamo, ce l’ha – finisci inevitabilmente per pensare che la sicurezza sia un bene senza valore, perché tanto le cose che non paghi, cosa possono valere? Oggi, invece, ci troviamo in una situazione in cui sappiamo benissimo che la sicurezza ha un prezzo, che la sicurezza costa, che la sicurezza è anche un valore, e che è un valore irrinunciabile poiché costituisce una cornice che consente agli altri valori della nostra res publica europea di poter essere garantiti ai cittadini e alle cittadine del nostro continente.
Con il dichiarato disimpegno militare statunitense in Europa, come farà il Vecchio Continente ad approntare in tempi brevi un nuovo ed efficace dispositivo di difesa comunitario? E con un problema in più: ora le cancellerie europee temono l’annunciato riarmo della Germania.
Se abbiamo ancora paura della Germania dopo circa settant’anni di istituzioni comuni nell’Unione europea, di cittadinanza europea, di percorso di trasformazione delle identità di tedeschi, francesi, italiani, spagnoli, ecc. in quello che siamo oggi come europei, allora possiamo chiudere «baracca e burattini». Guai a chi presenta la difesa europea comune come la sola possibile da prendere in considerazione, e finisce per utilizzarla contro quello che è possibile fare invece adesso, con i trattati vigenti e con il poco tempo che abbiamo, e cioè il riarmo nazionale, che può essere tranquillamente coordinato attraverso gli strumenti che già esistono sia in ambito NATO, sia nel nucleo di istituzioni comuni militari europee. Quello che impedisce il salto di qualità è concepire i confini nazionali come gli unici confini possibili. Oggi i confini dell’Italia non sono alla soglia di Gorizia o di Lampedusa. I confini dell’Italia sono sì a Lampedusa perché è la propaggine sud dell’Europa, ma sono anche nel Baltico, sono nel Mare del Nord, sono nei Balcani, nei Carpazi, sul Mar Nero. Sono ovunque ci siano i confini europei. Dobbiamo considerare quei confini come se fossero nostri, e valutare che una violazione di quei confini deve essere ritenuta come una violazione dei nostri confini storici nazionali. Per fare questo occorre utilizzare in comune ciò che abbiamo già. I Paesi di confine sul fronte orientale dell’Europa hanno aumentato le loro capacità militari, hanno l’assistenza in ambito NATO da parte di altri Paesi europei. La Germania e la Polonia si stanno riarmando proprio perché la minaccia russa è più vicina a loro. Francia e Gran Bretagna – sebbene quest’ultima sia fuori dall’Unione europea –, sono completamente in asse con le politiche europee rispetto alla percezione della minaccia, e sono due grandi potenze nucleari. Paesi come Italia e Spagna hanno dispositivi militari di tutto rispetto, che sono di fatto inutilizzati o sottoutilizzati. Basterebbe mettere a disposizione tre, quattro o cinque brigate italiane e altrettante brigate spagnole in maniera permanente come se fossero il nucleo della forza di reazione rapida a disposizione dei Paesi dell’Unione europea in caso di minaccia, stabilendo che i quartier generali di questa forza di reazione rapida andassero a integrare le forze militari di Paesi più piccoli, come Olanda, Belgio, Ungheria o Slovacchia. Non sarebbero brigate per gli spagnoli al di qua dei Pirenei, e per gli italiani al di qua delle Alpi, ma verrebbero dislocate in Francia, in Austria, in Ungheria, in Germania, in Danimarca, su posizioni sufficientemente lontane dal confine russo per evitare che i russi possano sollevare pretesti di minacce nei loro confronti. Questo dispositivo costerebbe poco, ma avrebbe un significato notevole. Come dire: noi ci siamo come capacità e volontà di reazione difensiva comune.
Costruire una difesa comune senza un’intelligence adeguata rende fragile i concetti di sovranità e di indipendenza dell’Europa se questi ultimi si misurano nel loro confronto con potenze come Stati Uniti, Cina e Russia. Mentre le Big Tech statunitensi o i servizi di intelligence cinesi carpiscono informazioni in Europa, spesso a nostro danno, e gli hacker russi attaccano la nostra cybersicurezza, il Vecchio Continente sembra non disporre di un’analoga capacità difensiva e offensiva.
L’intelligence è sempre importante, ma non è l’unico fattore. È vero che l’Europa è indietro rispetto alle potenziali minacce dei Paesi che lei citava, ma c’è il tempo per recuperare il deficit tecnologico. Nessuno predica il divorzio dagli Stati Uniti. Finché questo non accade, avremo comunque una certa condivisione di informazioni. Dobbiamo anche imparare dagli errori degli altri. Se noi copiassimo quello che hanno fatto gli americani, ci ritroveremmo nella stessa condizione in cui sono oggi, con la parte che conta nel mercato di Wall Street in mano a un oligopolio di poche compagnie, sempre più in grado di chiudere l’accesso agli altri, sempre più in combutta con il potere politico. La sfida è quella di mantenere un mercato competitivo e di avere capacità significative di alta tecnologia.
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