Sartini: eremita della bellezza
La vocazione di Ulisse Sartini (Ziano Piacentino, 1943) nasce da lontano. Nel 1949, in prima elementare, vince un concorso nazionale di pittura. Poi, agli inizi degli anni Settanta, giunge a Milano: gli studi dal maestro Luigi Comolli, le prime personali. «Allora desideravo essere “moderno”, ispirato da Henry Moore e dai maestri dell’astrazione». È Filippo Schettini, gallerista di Crippa, Dova e Baj, a invitarlo a cambiare prospettiva dopo aver visto un autoritratto giovanile. Da allora la pittura – che guarda ai grandi maestri del Rinascimento – e la figura saranno per Sartini un orizzonte invalicabile. Con una predilezione per il ritratto e i soggetti religiosi. «Sono un appassionato di lirica. Maria Callas è stato il primo ritratto importante su commissione: nel 1980 viene collocato al Museo del Teatro alla Scala. Quando è riuscito, il ritratto è la sintesi di corporeità e interiorità».
Anche l’arte sacra è fondamentale nell’opera di Sartini. Le sue opere sono collocate in una trentina di chiese, tra cui il duomo di Piacenza con la grande Ultima Cena. Suoi sono i ritratti ufficiali di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco. «Dipingere per me è preghiera. Ed è motivo di commozione vedere le persone pregare dinanzi alle mie opere». Altro caposaldo dell’opera di Sartini è il ciclo Embriocosmo: uno sguardo che lega il miracolo del concepimento di una nuova vita umana e le origini dell’universo. Una prospettiva sull’Infinito che si declina sia come opere autonome sia come «orizzonte» per i ritratti e i lavori d’arte sacra.
Da oltre sessant’anni le sue giornate cominciano in studio, il suo eremo, alle sei del mattino, e finiscono al calar del sole: la pittura è la sua vita. «Contemplando la Sindone ci troviamo faccia a faccia con il più bello dei figli dell’uomo. E così se penso alla bellezza non posso che pensare a Maria. Cosa ci può essere di più bello del volto della Madre di Dio?».
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