01 Aprile 2020

Anthony Fauci, un immunologo in prima linea contro il Coronavirus

«Ce la faremo. Ma per il vaccino ci vorrà tempo» dice il professore americano che fa parte dell’unità di crisi istituita dal presidente degli USA per arginare la diffusione del Covid-19.
Il professor Fauci illustra alla Casa Bianca la strategia contro il Coronavirus.
Il professor Fauci illustra alla Casa Bianca la strategia contro il Coronavirus.
SAUL LOEB / AFP via Getty Images

Il mondo è in ginocchio, martoriato da un virus che non conosce frontiere. La pandemia da Coronavirus, Covid-19, ha sconvolto il nostro stile di vita, fondato su un sistema socio-economico che ci sembrava inattaccabile. Quello del villaggio globale, della libera circolazione di merci, capitali e persone. Non avevamo fatto i conti, però, con un microrganismo patogeno, un virus, uno dei tanti che si sviluppano da sempre sul nostro pianeta. Un nemico invisibile e subdo­lo che ha messo a nudo in pochi mesi la nostra fragilità, e scardinato le nostre certezze. Perché la globalizzazione, suo malgrado, favorisce la rapida circolazione anche di batteri, germi e virus. Una minaccia planetaria che rischia di sconvolgere il presente e il futuro dell’umanità. Il professor Anthony Fauci, 79 anni, è uno dei più celebri immunologi del mondo, direttore del NIAID, il National Institute of Allergy and Infe­ctious Diseases che fa parte degli NIH, i National Institutes of HealthIl super-virologo italo-americano ha già sfidato Aids ed Ebola, e ora fa parte del team di esperti creato dal presidente Donald Trump per contrastare la diffusione del Covid-19.

Msa. Perché il Coronavirus è così difficile da arginare?
Fauci. Perché è ancora a uno stadio di massima imprevedibilità visto che è un virus assolutamente nuovo, diverso da tutti gli altri che già conosciamo. Osserviamo quello che è successo in Cina e in Italia, tra i Paesi più colpiti prima che il virus si diffondesse in tutto il mondo. Compresi gli Stati Uniti. L’emergenza sanitaria è sicuramente molto seria. Ed è per questo motivo che anche negli Stati Uniti la stiamo affrontando con grandissima attenzione. 

Lei come se lo spiega l’alto numero di contagi in Italia?
Penso che il virus sia arrivato in Italia attraverso persone che si trovavano in Cina: lì sono state contagiate e hanno portato l’infezione in Italia. Sappiamo per certo che l’infezione ha avuto origine a Wuhan, nella provincia di Hubei. La stessa cosa è successa anche negli Stati Uniti: i turisti provenienti da Wuhan hanno visitato le città americane ed è così che abbiamo registrato i primi casi. Sfortunatamente, l’Italia non è stata in grado di contenere nel modo migliore i primi contagi, e così il virus si è propagato rapidamente, soprattutto in Lombardia e nella parte settentrionale del Paese. E questo proprio perché, all’inizio dell’epidemia, sono mancate le misure necessarie per limitarlo. 

La CNN è perfino arrivata ad accusare l’Italia di essere un focolaio del Covid-19. 
L’Italia non ha nessuna colpa. E anche altri Paesi si sono poi ritrovati nelle stesse condizioni. L’Italia non ha fatto nulla di male, e dunque non deve essere accusata di nulla. È stata solo sfortunata ad aver registrato, nella fase iniziale della pandemia, un numero così alto di contagi che in poco tempo si sono diffusi in tutto il Paese, rendendone difficile il contenimento.

Perché il virus si è sviluppato in Cina? 
Quasi sicuramente ha fatto un salto di specie da un animale-ospite all’uomo. Nel 2002 c’è stato un Coronavirus che è passato dal pipistrello allo zibetto che poi lo ha trasmesso all’uomo. Ed è così che abbiamo avuto la famosa Sars, ovvero la Sindrome respiratoria acuta grave, che ha avuto una diffusione mondiale. Nel 2012, in un modo simile, un altro Coronavirus ha fatto il salto dal pipistrello al cammello, infettando moltissima gente in Medio-Oriente, e causando la Sindrome respiratoria del medio oriente (Mers). Questa volta, quasi certamente, è successa la stessa cosa: il virus ha fatto il salto di specie e ha cominciato a diffondersi, a partire dalla Cina. E da qui, siccome la gente ha continuato a viaggiare in diverse parti del mondo, ha raggiunto anche l’Italia e gli Stati Uniti.

Le eventuali mutazioni del virus possono incidere sulla messa a punto del vaccino? 
No. Tutti i virus mutano in continuazione, quindi non penso che le mutazioni del Coronavirus possano avere un impatto funzionale sulla preparazione di un vaccino, il cui processo di sviluppo e sperimentazione, quindi, non subirà alcuna interferenza. Anche un vaccino in fase di test non potrà essere somministrato alla popolazione prima di un anno, un anno e mezzo. Una cosa è certa: le cose peggioreranno, prima di migliorare.

Un’eventuale diffusione massiccia del virus in Africa sarebbe una pessima notizia. 
Questo è vero. Se il virus si propaga in Africa, dove il si­stema sanitario è molto debole, a quel punto diventa un problema di difficile risoluzione. Ogni Paese che non è dotato di un sistema sanitario nazionale adeguatamente evoluto ed efficiente, può incontrare serie complicazioni nel contenere la diffusione del virus e i suoi effetti.

Quasi il 10 per cento degli ammalati finisce in terapia intensiva. Come vanno trattati?
Per il momento non esiste uno specifico trattamento anti-virale disponibile. I pazienti che versano in gravi condizioni vengono ricoverati in terapia intensiva e assistiti con macchine respiratorie e ventilatori polmonari, fino a quando non guariscono spontaneamente. Ma non abbiamo nessun farmaco specifico, clinicamente testato, contro questo virus. Stiamo sperimentando diversi farmaci, ma non esiste alcun rimedio farmacologico che abbia dimostrato scientificamente di poter guarire i pazienti contagiati.

Come valuta l’operato dell’Organizzazione Mon­­diale della Sanità che forse ha dichiarato tardivamente la pandemia? 
Parlare di pandemia è solo una questione semantica. A prescindere da come vogliamo definire questo virus, penso che la risposta debba essere assolutamente severa e rigorosa.

Come dobbiamo affrontare la nostra paura?
È importante non farsi prendere dal panico perché la paura peggiora la situazione. Basti sapere che la maggioranza delle persone contagiate è asintomatica, sta bene e guarisce spontanea­mente. Rischia di più chi è già affetto da altre malattie, come le patologie polmonari e cardiovascolari, il diabete; chi è sottoposto a chemioterapia per combattere un cancro, soprattutto tra le persone anziane. Sono coloro che dovremmo proteggere di più, tenendoli lontanti da posti affollati, assicurandoci che non si spostino e che non entrino in contatto con persone positive al Coronavirus. 

Professor Fauci, ci parli delle sue origini italiane. 
I miei nonni paterni erano siciliani di Sciacca, mentre i miei nonni materni erano di Napoli. Sono arrivati negli Stati Uniti nei primissimi anni del Novecento. Io sono nato nel quartiere di Brooklyn, a New York, dove ho frequentato tutte le scuole, fino alla laurea in medicina alla Cornell University. Sono cresciuto in una famiglia italiana, in un quartiere italiano. Quasi tutti i miei vicini di casa erano italo-americani. L’atmosfera era ricca di cultura italiana, con valori come il senso del dovere, della famiglia, dell’indipendenza, all’insegna dell’onestà, della lealtà e del senso civico.

L'intervista al virologo Fauci, qui pubblicata in anteprima, uscirà nel numero di maggio del «Messaggero di sant'Antonio» - edizione per italiani all'estero.

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Data di aggiornamento: 01 Aprile 2020
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