Benedite la vita
Ogni vita merita un romanzo, recita il titolo di un bel libro di uno psicoterapeuta americano che ebbi modo di conoscere e di apprezzare durante i miei studi universitari. Sono convinto che, per quanto misera, nessuna vita vada disprezzata e che davvero ogni vita meriterebbe un romanzo. Scrive Henry David Thoreau, in un libro che leggevo un po’ alla volta a mio figlio camminando nel bosco, quando era piccolo: «Per quanto misera sia la vostra vita, affrontatela e vivetela; non evitatela, né insultatela. Essa non è cattiva come voi. Un brontolone troverà qualcosa che non va persino in paradiso. Amate la vostra vita, per quanto povera essa sia! Forse potete trascorrere qualche ora piacevole, eccitante e meravigliosa, anche in un ospizio. Il sole che tramonta è riflesso con la stessa lucentezza sia dal palazzo di un ricco che dalle finestre dell’ospizio; e in primavera la neve si scioglie rapidamente anche sulla soglia di quest’ultimo» (H.D. Thoreau, Walden ovvero Vita nei boschi, BUR 1988, p. 404).
C’è forse qualcosa di più esaltante e straordinario che vivere? Ma la vita non va insultata, va benedetta, anche quando la fatica, il dolore o la frustrazione attanagliano al punto da togliere il respiro. Vivere è un’avventura personale e la prima vocazione di ogni essere umano. Che significa vivere una vita degna d’essere vissuta? Una vita nella quale ci si riconosce, che sentiamo nostra, e che viviamo da protagonisti? Sono le domande che mi faccio da sempre. Siamo stati chiamati alla vita; potevamo non esserci. Venire al mondo è già un prodigio, un miracolo da riconoscere e di fronte al quale possiamo solo meravigliarci. Per questo, sciupare la vita, non farla fecondare di frutti, è il peccato più grande. Non ci sono date altre possibilità che questa: non c’è una vita di prova e poi, se va bene, la vita vera. La vita vera è adesso; è questa! Per questo non va sciupata né mortificata. Per questo voglio accoglierla ogni mattina con un sorriso e un grazie sulle labbra come un dono, misterioso e incommensurabile. Un dono irripetibile. Non accetto di vivere ai bordi della vita né alla periferia dell’esserci, e, per quanto gettati nel mondo, come direbbe Heidegger, voglio vivere ogni giorno con l’incanto di un bambino che tutto si aspetta senza lamentarsi. (Cfr. S. Olianti, Fai fiorire la vita. Tracce per educare lo sguardo, EMP 2023, p.52).
Ho amato nella mia giovinezza Nietzsche e Schopenhauer, ma non potrei mai accettare che la vita umana sia solo «un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando per l’intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia» (A. Schopenahauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Laterza, Roma-Bari 1997, Vol. 2, p. 244). Né potrei accettare che la vita è solo nausea o una «parentesi tra due nulla» come predicato da Sartre, in alcuni dei suoi libri più conosciuti: «Penso che siamo tutti qui a bere e a mangiare per conservare la nostra preziosa esistenza, e che non c’è niente, niente, nessuna ragione d’esistere. (…). Tutto è gratuito, questo giardino, questa città e io stesso. Quando capita di accorgercene, viene il voltastomaco e tutto comincia a oscillare; ecco la nausea» (J.P. Sartre, La nausea, Einaudi, Torino 2011, p. 152 e p. 177).
Se non c’è nessuna ragione d’esistere perché alzarsi al mattino? Perché faticare per studiare, per cercare un buon lavoro? Perché mettere al mondo altri nauseati? Infatti non si fanno più figli né più si crede al legame d’amore che dura per sempre. La domanda se il nostro essere al mondo ha un senso, è la domanda; le altre sono corollari. Solo così la vita si squaderna al gusto e alla gioia. Mi è capitato più volte di fare l’esperienza estatica della gioia di vivere, specialmente durante le mie lunghe camminate nel bosco o nei momenti in cui l’abbraccio della persona che ami ti avvolge fino a penetrarti nelle viscere, e talvolta questa esperienza traboccante mi ha frastornato: com’è possibile che tutta questa bellezza non abbia un senso? Com’è possibile che tutta questa ricchezza di sapori e di colori, di emozioni e desideri finisca per sempre in una fossa? Chi raccoglierà tutte le lacrime e le promesse d’amore, i gemiti e i sorrisi infantili, le fatiche e gli slanci del cuore? (Cfr. S. Olianti, Di fronte alla morte impara la vita, EMP, 2022, p.18)
Sono domande potenti come quelle che si faceva Thoreau e che lo hanno portato a vivere da solo, per oltre due anni, nel bosco sulle rive del lago Walden: «Andai nei boschi per vivere con saggezza, vivere in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, che non avevo vissuto» (H.D. Thoreau, ivi). Sbaragliare tutto ciò che non è vita perché non c’è cosa peggiore che scoprire, in punto di morte, di non aver vissuto. Ecco, allora, la domanda che più conta, quella che tutti temiamo alla soglia della senilità: per chi, per che cosa abbiamo vissuto? Ne è valsa la pena? Scegliere la vita, dunque, per non invecchiare da giovani e per morire da vivi. C’è un’arte tutta da scoprire e da valorizzare: scegliere responsabilmente come vogliamo vivere. La suprema libertà dell’uomo è poter scegliere in che cosa credere e come vivere, ricordando che ciò che scegliamo di credere non è innocuo ma produce delle conseguenze sulle forme che assumerà la nostra vita e sulla nostra visione del mondo. Vorrei fare mio l’epitaffio che Stendhal volle che fosse scritto sulla sua tomba, in italiano: «Scrisse, amò, visse». Cambierei soltanto l’ordine: «Vissi, amai, scrissi». Sarebbe già tanto.
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