31 Maggio 2021

Carità di strada

Andrà ai bambini di strada del Burkina Faso l’aiuto di Caritas sant’Antonio in questo giugno. Per non dimenticare chi sta male, anche senza virus.
Carità di strada

© JeSuisLAutre

Di volta in volta, e secondo latitudini diverse, possono essere meninos de rua o niños de la calle, gamín a Bogotà, besprizornye nella Russia del secolo scorso, scugnizzi a Napoli o, senza necessità di ulteriori nomignoli, bambini di strada. Possono chiamarsi Kim, come nel romanzo di Kipling ambientato in India, Pixote, come nell’omonimo film brasiliano, ormai di trent’anni fa, di Hector Babenco, Pasquale e Giuseppe, come in Sciuscià di De Sica (Oscar come miglior film straniero nel 1948), o il Krisna adolescente di Salaam Bombay!, film non sufficientemente noto di Mira Nair. O essere annoverati tutti più semplicemente come «monelli», il più famoso dei quali è quello di Charlie Chaplin (the kid, in inglese). Vivere sopra e soprattutto ai lati delle strade, oh!, ma non solo sopra, spesso anche sotto, come nelle fogne o nei cunicoli di Bucarest.

Di per sé, il binomio «ragazzi-strada» non è ancora negativo, né dovrebbe causare particolari allarmismi sociali. Voglio dire, i ragazzi e le ragazze dovrebbero stare in strada e nei suoi dintorni: là fuori è il loro habitat naturale, lì giocano, si incontrano, conoscono il mondo che li circonda. Al netto, evidentemente, di sicurezza e traffico. Purché all’ora di merenda abbiano una casa, e una famiglia, dove rientrare. Ecco, il punto è che tutti i ragazzi e le ragazze di prima sulla strada non ci vivono: ci sopravvivono. In molti casi anche ci muoiono. Non vi trascorrono alcuni momenti belli della loro giornata, ma tutto il loro tempo, notte compresa. Per strada si sono persi la loro umanità e la loro dignità, senza nemmeno avere uno straccio di sassolino di Pollicino per ritrovare la via di casa.

La strada è per tutti loro il ring dove fare a pugni con la vita, per un po’ di calore, un sacchetto di colla da sniffare per non sentire troppo la bua che hanno dentro, qualche misero sogno per addormentarsi gli uni avvinghiati agli altri. Solo la solidarietà da branco di lupi li salva. Per loro la vita gira tutta attorno a un solo compito: come procurarsi quella crosta di pane che potrebbe salvarli dalla morte anche per quest’oggi. Sentite cosa cantavano alcuni ragazzi di strada russi: Dimenticato, abbandonato, / sin dai miei giovani anni / orfano sono restato, / non è destino che io sia felice. / Ah, morirò io, morirò, / e mi seppelliranno. / e non saprà nessuno / dove la mia tomba sta.

Al di là di spiegazioni economiche e sociali, in realtà questi ragazzi di strada sono l’incarnazione del nostro egoismo di massa, che accetta questi effetti collaterali magari da aiutare a Natale con qualche pietosa elargizione! Di strada sono anche i ragazzi e le ragazze del Burkina Faso che la carità di sant’Antonio vorrebbe sostenere quest’anno, con il vostro aiuto. Del resto, ci occorre anche aggiungere che sant’Antonio, da buon frate francescano, ci stava bene per strada, si trovava a suo agio.

San Francesco aveva, infatti, rivelato ai suoi amici che avrebbero dovuto «essere lieti quando vivono tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, infermi e lebbrosi e tra i mendicanti lungo la strada» (Regola non bollata IX). Indicazione che frate Antonio prese alla lettera, macinando chilometri di strada su e giù per l’Italia e non solo. Potendo incontrarsi così con bambini, anziani, donne e uomini, in ognuno di loro scorgendo il volto di quel Gesù che, è sempre il Francesco di prima a dirlo, «nacque per noi lungo la via» (Ufficio della Passione). E voi pensate che si possa tenerlo fermo uno così? Con tutti i guai che abbiamo anche qui, lui è andato a cercarsene di più grossi. Quelli di chi, in realtà, non aveva bisogno di nessun virus per stare già un male cane.

 

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Data di aggiornamento: 31 Maggio 2021
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