29 Maggio 2018

Corrente umana

Un flusso di 65 milioni di individui in fuga da guerre e carestie, che si sposta nel mondo ribaltandone gli equilibri. È il protagonista di «Human flow» (Germania, Usa 2017), il documentario di Ai Weiwei sui flussi migratori.
Una scena tratta da
Una scena tratta da "Human flow", il lungometraggio dell'artista e dissidente politico Ai Weiwei.
© 2017 HUMAN FLOW UG

Flow in inglese sta per flusso, corrente, marea. Human flow è il flusso migratorio che sta scompigliando il mondo, costringendo interi popoli a superare barriere fisiche e politiche. Si tratta di 65 milioni di individui, un numero paragonabile solo alla diaspora seguita al secondo conflitto mondiale. I motivi: la carestia, la fame, le guerre, le lotte etnico-religiose. Sono esseri «dislocati», fuggitivi condannati a peregrinare in condizioni di miseria, a causa della violenza tribale, dell’ignoranza atavica, delle trasformazioni climatiche, delle speculazioni mercantili, della violenza dei conflitti militari e civili.

Il documentario di Ai Weiwei (artista dissidente nato a Pechino nel 1957) è fluviale anche per la sua forma. Sono 135 minuti lungo i quali il montaggio accosta immagini e sequenze, filmati e interviste da più di venti Paesi, con un ritmo martellante, difficile da sostenere, straziante nei suoi silenzi, poliforme nella fotografia, persino nauseante per le ripetizioni iconiche. La macchina da presa è a volte fissa, a volte mobile, a volte è semplicemente un telefonino. Il regista agisce personalmente nelle sequenze. Di volta in volta è cuciniere, aiutante, assistente sanitario, inserviente, fotografo, giornalista, negoziante, compagno di gioco dei bambini.

Narcisismo d’artista oppure immedesimazione nella storia dei deboli? Gioco di rispecchiamento oppure dimostrazione leale che nessuno, nemmeno il genio estetico, è immune dagli sconvolgimenti? Sono, infatti, sconvolgimenti che riguardano i nostri simili e perciò l’arte non può nascondersi dietro una cinepresa invisibile, ma deve farsi vedere, sporcarsi le mani (gli «occhi» staremmo per dire) e calcare le orme di quelle innumerevoli, disperate scarpe immerse nella melma, bruciate dalla sabbia rovente, inzuppate di acqua salina, ferite dai venti di una via crucis interminabile.

Sullo schermo, in assenza di una voce narrante, passano brevi e minuscole frasi, che precisano minuziosamente dove ci troviamo, che cosa sta accadendo e quali dati ufficiali documentano le drammatiche trasformazioni in corso. In altri fotogrammi le citazioni verbali commentano l’esodo, come la citazione iniziale del poeta turco Nâzim Hikmet (1902-1963): «Voglio il diritto di vita, del leopardo alla sorgente, del seme che si apre. Voglio il diritto del primo uomo». In ogni nazione, in ogni gruppo sociale, clan o stirpe c’è un narratore che mette in versi la storia, la lega a un passato mitico, la rilancia verso un orizzonte di speranza, documenta la verità dei sentimenti, dà nome alle cose come se fosse la prima aurora o l’ultimo crepuscolo.

Spesso la cinepresa domina uno splendido mare azzurro, solcato dal volo di bianchi uccelli incuriositi da ciò che l’animale umano sta combinando. Così vediamo il mondo «sotto il sole», da una postazione divina, che contempla le bellezze del creato, si ubriaca di orizzonti, nuvole d’avorio, ciarlieri gabbiani. Intanto bruciano i pozzi petroliferi di Mosul, incendiati dall’Isis, e il cielo si fa petrolio e la notte cala a mezzogiorno. Poi uno zoom ci fa planare ad altezza d’uomo, ma le domande restano. Non è a noi che spetta riportare giustizia? Garantire la pace? Rimettere in asse ciò che scivola verso l’abisso?

Il documentario parla di noi, sempre più faticosamente in bilico, sempre più serrati nei nostri appartamenti decorosi, armati di antifurti e vigilantes, mentre una marea umana sta montando, inesorabile. E parla anche del cinema come risorsa estrema per dare visibilità a quanti vengono inghiottiti dal buio, per liberare pensieri nuovi di pietà, per ospitare un mondo intero di sfortunati entro la fortunosa, fragile cornice di uno schermo. Il cinema migra, contamina le diversità, crea un meticciato d’immagini, libera correnti di empatia.

Data di aggiornamento: 29 Maggio 2018

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