Il forno di comunità
Ho sperimentato con gioia la potenza del forno di comunità, in un bel quartiere in periferia di Cremona. È un forno preparato con cura dalla «Cooperativa Nazaret», perché possa essere un punto sicuro di attrazione per tutti, grandi e piccini, scuole e gruppi di oratorio, ragazzi del post-cresima che attorno a esso vivono forme nuove di catechesi. Raccoglie e stimola, infatti, ogni cuore. Ed è veramente sacro quel pane che esce da così grande armonia, familiare e sociale. Rafforza la comunità, sigilla un percorso fraterno e amicale a compimento di un pezzo di strada compiuto insieme. Permette di superare le sottili, ma pericolose, fragilità presenti nelle periferie o nelle aree interne della nostra terra, diventando antidoto al veleno della frammentazione e della dispersione.
Ho intravisto in esso la stessa funzione sociale che aveva un tempo il pozzo: luogo di relazioni, come racconta la Bibbia. Il pozzo è richiamo all’acqua, fonte di vita. Il forno richiama la forza del pane che si fa cibo per tutti. Attorno al fuoco, le generazioni si intrecciano. Perché quel pane è «nostro», come spiega papa Leone nella recentissima enciclica Magnifica Humanitas, quando svela che il segreto della gestione saggia dei poteri digitali sta nel criterio perennemente valido: «Il nostro viene prima del mio», custodendo così la persona umana, anche nell’insidioso tempo dell’Intelligenza artificiale. Perché attorno al forno le conoscenze sono cogestite e condivise. Sono di tutti e per il bene di tutti. Anche di chi, nella vita, ha sbagliato ed è appesantito dall’esclusione del carcere.
Si rafforza in questo modo anche la giustizia riparativa, con le perenni domande sul tema del male: è possibile redimerlo o dobbiamo sempre più subirlo? Domande che segnano il nostro cammino quotidiano e a cui papa Leone risponde con chiarezza: «La giustizia riparativa restituisce dignità e voce a chi è stato ignorato, favorisce percorsi di guarigione della memoria collettiva, contrasta leggi e pratiche discriminatorie, sostenendo chi porta ancora oggi le conseguenze di torti subiti in passato» (n. 79). È in fondo la potenza trasformante dell’Eucaristia, cui il forno di comunità immediatamente richiama, nel pane mangiato insieme, nella fraternità che si alimenta dentro la mensa comune, nell’abbraccio di Gesù con Giuda, capace di trasformare la notte del tradimento in una notte d’amore, grazie al fuoco dello Spirito Santo. Così come fa il fuoco del forno. Perché il verbo «trasformare» è il verbo cardine di ogni cosa: per il forno del pane che con il fuoco trasforma la farina in cibo; per l’amore di Gesù, che trasforma un abbraccio rubato in dono d’amore; per quel giovane ferito di Milano, Nicola Cavallo, che inizia il processo andando ad abbracciare il suo aggressore, ripetendo che l’odio ruba il cuore e rende la vita una notte di paura. È sempre questione di fede, di credere cioè che tutto può essere trasformato, così come l’Eucaristia ci insegna: l’Amore dello Spirito Santo può trasformare il pane nel corpo di Cristo e il vino nel suo sangue.
Tre sono allora le «tavole di vita» attorno a cui ci ritroviamo per fare memoria, presenza e anticipazione della salvezza divina: la tavola della chiesa (altare), della cucina (fraternità), del Cielo (pienezza), sperimentando così la bellezza dell’immagine di Carlo Acutis: l’Eucaristia è l’autostrada del cielo! E il forno di comunità di tutto questo si fa segno: c’è il profumo di Gesù che abbraccia Giuda, c’è il pane spezzato insieme con gioia e c’è l’anticipo della tavola del Cielo, quotidiana speranza per un’Umanità magnifica ma fragile, sempre più bisognosa del fuoco dello Spirito Santo, che è Amore.
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