26 Luglio 2026

Il dono estremo della vita

Sono passati cinquant’anni dalla morte dei beati riojani, dei pallottini di San Patrizio e di padre João Bosco Penido Burnier SJ. Storie diverse, unite dalla stessa matrice spietata.
Il dono estremo della vita

© Archivio MSA

C’è un anno che pesa come una pietra nella storia della Chiesa latinoamericana. È il 1976. In Argentina, il golpe del 24 marzo portò al potere la giunta militare di Jorge Rafael Videla e inaugurò il cosiddetto Processo di riorganizzazione nazionale. In Brasile, la dittatura instaurata nel 1964 governava già da dodici anni sotto il generale Ernesto Geisel. Era il tempo della Dottrina della Sicurezza nazionale e del coordinamento repressivo del Cono Sud: chi lavorava con i poveri, organizzava cooperative rurali, difendeva i diritti umani o promuoveva una Chiesa vicina al popolo, veniva guardato con sospetto. Buenos Aires, Chamical, Sañogasta e le foreste amazzoniche del Mato Grosso diventarono luoghi di sangue. Tra le vittime, tre sacerdoti e due seminaristi che vivevano insieme in comunità, due preti che accompagnavano le comunità rurali più povere, un laico animatore di cooperative rurali, un vescovo che aveva preso le parti dei poveri, e un gesuita brasiliano ucciso mentre difendeva due donne torturate. Cinquant’anni dopo, la Chiesa e le società latinoamericane tornano su quei luoghi – in pellegrinaggio, in preghiera, in attesa di giustizia – per chiedersi cosa significhi oggi raccogliere i semi di quel sacrificio.

Una scia di sangue

Tra luglio e ottobre del 1976 in Argentina e in Brasile si consumarono omicidi che rispondevano allo stesso schema: pastori e laici impegnati accanto ai più poveri diventarono bersagli di regimi che vedevano in quella prossimità al popolo una minaccia politica. La cronologia è precisa: il 4 luglio cinque membri della comunità pallottina vennero assassinati nella parrocchia di San Patrizio, a Buenos Aires. Il 18 luglio Carlos de Dios Murias e Gabriel Longueville furono prelevati da uomini in uniforme a Chamical. Il 25 luglio a Wenceslao Pedernera venne teso un agguato nella sua casa di Sañogasta. Il 4 agosto toccò al vescovo Enrique Angelelli cadere in un attentato edulcorato da incidente stradale, qualche tempo dopo che Angelelli aveva celebrato il funerale di Murias e Longueville. Nell’ottobre del 1976, sulle rive del fiume brasiliano Araguaia, padre João Bosco Penido Burnier SJ fu colpito da un proiettile mentre cercava di proteggere due donne torturate in un commissariato. Cinque episodi, una sola logica: chi stava con i poveri era percepito come nemico del potere.

Questo intreccio di sangue è al cuore di una ricerca monumentale che la Conferenza episcopale argentina ha commissionato a più di venti ricercatori coordinati dalla Facoltà di teologia dell’Università cattolica di Buenos Aires. Ne è nata un’opera in tre volumi pubblicata da Planeta nel 2023, La verità vi farà liberi, che affronta senza sconti il ruolo dell’episcopato argentino durante il periodo della dittatura militare e del terrorismo di Stato in Argentina tra il 1966 e il 1983. Il verdetto è severo: secondo gli autori dell’opera, la Conferenza episcopale fu, come corpo collegiale, «poco profetica». Scelse la via dei canali riservati per intercedere presso i militari invece di alzare la voce pubblica come le circostanze avrebbero richiesto. Non complice, ma debole. In questo contesto di ambiguità istituzionale, i martiri di cui parliamo brillano con una luce tanto più intensa. Loro non scelsero l’ambiguità. Pagarono con la propria vita il prezzo di quella chiarezza.

Il massacro di San Patrizio

Nella notte tra il 3 e il 4 luglio 1976, Buenos Aires dormiva quando nella parrocchia di San Patrizio, nel quartiere di Belgrano, irruppero alcuni uomini armati. Uccisero i sacerdoti pallottini Alfredo Leaden, Pedro Dufau e Alfredo Kelly, e i giovani seminaristi Salvador Barbeito ed Emilio Barletti. Il commando lasciò un biglietto che parlava di «attività sovversive». Poi sparì nell’impunità, dove resta ancora oggi. Cinquant’anni dopo, la giustizia argentina non ha ancora accertato l’identità di chi ordinò il massacro né ha ricostruito l’intera catena di comando. Ma la memoria ecclesiale argentina è nitida. L’arcivescovo Jorge García Cuerva nel 2024 ha ricordato quella comunità con le parole che i pallottini stessi si erano lasciati in eredità: «Insieme vissero, insieme morirono». Il martirio, in questo caso, non è il gesto eroico di un singolo. È il frutto di una fede vissuta in modo comunitario, radicata nel tempo presente. Ed è proprio quella radicalità comunitaria ad averli resi intollerabili per i militari.

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Data di aggiornamento: 26 Luglio 2026
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