Il gusto del Vangelo
«Il palato che ha gustato la sapienza non è più toccato da nessun veleno. E la sua convivenza non procura fastidi o nausea; infatti i piaceri dello spirito acuiscono il desiderio e più si gustano, più avidamente si bramano: in essi c’è solo contentezza e gioia» (Sermoni, Domenica X dopo Pentecoste, 14)
La fede cristiana è contraria a ogni forma di piacere. La spiritualità cristiana ha a che fare soprattutto con il sacrificio. Le persone cristiane sono chiamate a rinunciare alla gioia per sposare una vita di sofferenza. Sebbene siano espresse con una certa esagerazione, queste sono forse ancora tra le opinioni più diffuse quando si pensa al cristianesimo. Certamente alcune forme di vita spirituale hanno favorito nel passato una visione distorta della fede in Gesù Cristo. In realtà, sappiamo bene che non è così. L’esperienza spirituale cristiana ha le sue radici in una «novella lieta»: il Vangelo. Se è il Vangelo il terreno da cui si sviluppa la fede cristiana, significa che la gioia è un suo ingrediente essenziale. E tuttavia c’è qualcosa che sembra resistere, che sembra orientare pensieri e sentimenti verso qualcosa di faticoso quando si parla di spiritualità cristiana. Come mai?
Procediamo per passi, affidandoci alle parole di sant’Antonio. Il Santo parla di sapienza, che non è dottrina, non è bagaglio culturale; sapienza ha a che fare con il gusto, con la possibilità di sentire il sapore. Buon punto d’avvio! La fede cristiana non domanda in primo luogo chiarezza di idee o di comportamenti, ma offre un cibo da assaporare. Sant’Antonio nei suoi Sermoni ne parla molte volte: ciò che si gusta non è un’idea, ma un rapporto con il Signore Gesù, la sua amicizia, il suo farsi prossimo a ciascuno di noi. Certo!
Un’amicizia sta in piedi se vi è gioia nello stare insieme; poi, piano piano, ci si conoscerà meglio. Convivere con il Signore – è lui la sapienza che dà gusto! – non procura né fastidi, né nausea. Il fastidio è ciò che avvertiamo quando qualcosa o qualcuno cozza contro la nostra sensibilità; non vediamo l’ora di prenderne distanza! La nausea, invece, è l’esperienza di una sazietà esagerata e opprimente. Il Signore, dice il nostro Santo, si avvicina a noi senza che vi sia mai il rischio di infastidirci o di farci venire la nausea. È una bellissima cartina di tornasole. Se nel nostro modo di vivere la fede sentiamo fastidio, o se qualcosa ci sembra nauseante, ciò significa che qualcosa non va. Vuol dire che stiamo dando troppo peso a qualcosa che è estraneo al Vangelo e alla fede. Quando invece viviamo bene la nostra fede, allora siamo allegri, contenti; e i nostri desideri di gioire divengono addirittura insaziabili! Altro che religione triste!
Rimane da capire, però, come mai la spiritualità cristiana rischia di essere fraintesa e fatta coincidere con una vita sofferente. Il motivo sta forse nel fatto che la sapienza del Vangelo e la gioia che nasce dalla nostra amicizia con Gesù ci domandano di fare spazio agli altri, di non guardare a noi stessi e ai nostri bisogni impulsivi come se fossero l’unico criterio di giudizio. Il desiderio spirituale non è impulsivo; è misura, equilibrio nel vivere i nostri rapporti, scelta di rimanere anche dove occorre impegno. E questo, senza dubbio, a volte costa un po’. Un po’ di asprezza, per una gioia profonda.
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