Italia interreligiosa

Negli ultimi vent’anni in Italia le minoranze religiose sono sensibilmente aumentate. Viaggio alla scoperta dei luoghi di culto non cattolici più preziosi e significativi del Belpaese.
21 Giugno 2022 | di

La Basilica di San Pietro a Roma, quella di San Francesco ad Assisi, per non parlare del Santo di Padova. E ancora: la Certosa di Pavia, il Duomo di Milano, Santa Maria del Fiore a Firenze e San Marco a Venezia. Se l’Italia è patria di arte e bellezza, ancor più – con tutte le chiese e le cattedrali che annovera tra i suoi tesori – potremmo definirla uno scrigno di sacralità. Ma se il merito di questo titolo è legato in primo luogo alla tradizione cattolica, molte altre sono le religioni che – in passato e ancor più nel presente – continuano ad arricchire, giorno dopo giorno, il Belpaese.

Non è un mistero, del resto, come il pluralismo religioso negli ultimi anni – complici migrazioni e globalizzazione – stia riplasmando il nostro panorama socio-artistico. Basta leggere i dati diffusi l’anno scorso dal Cesnur (Centro studi sulle nuove religioni) per rendersene conto. A inizio 2021 i cittadini italiani che appartenevano a minoranze religiose (in primis ortodossi, protestanti, musulmani e buddisti) erano pari al 4 per cento. Se nel 2001 il Cesnur aveva contato 658 minoranze religiose, intese come religioni diverse da quella cattolica, vent’anni dopo il numero è salito a 866, presenti in maniera organizzata in tutto il Paese. Un’espansione, dunque, che porta con sé nuove trasformazioni.

Al fianco di basiliche e cattedrali cattoliche, sono sorti templi, chiese e moschee in risposta alle necessità del territorio e dei suoi abitanti. Molti di questi luoghi sacri hanno una storia da raccontare alle spalle. Contenitori di arte e bellezza da visitare al pari di un museo, spesso si trasformano in veri e propri poli culturali, mete di pellegrinaggio, nonché centri di incontro e riferimento per le comunità che vi crescono intorno. È dedicato proprio a loro questo dossier alla scoperta di alcune delle location religiose più rilevanti e imperdibili, da Nord a Sud. E allora, zaino in spalla e cartina geografica – o se preferite mappa digitale – alla mano, prepariamoci a un itinerario oltre gli stereotipi, nell’ottica di un reciproco rispetto e di una convivenza pacifica tra fedi e religioni. Un cammino, se volete, un po’ diverso dal solito, ma proprio per questo ancor più ricco e fruttuoso. Perché solo andando incontro all’altro da noi riusciremo davvero a trovare noi stessi. Siete pronti? Il viaggio ha inizio!

San Lazzaro degli Armeni

Comunità monastica, lazzaretto, fabbrica di armamenti, luogo abbandonato e, infine, sede di uno dei primi centri al mondo di cultura e religione armena. Sono tante le vesti che, a partire dal Medioevo, l’Isola di San Lazzaro ha indossato nel corso dei secoli. Situato nei pressi della costa ovest del Lido di Venezia, questo gioiello della Laguna veneziana è sede dell’Abbazia generale della Congregazione armena mechitarista dal 1717, anno in cui il Senato veneziano concesse in perpetuo l’isola all’abate Mechitar e ai suoi monaci. All’epoca, il territorio di appena 7 mila metri quadrati constava di due pozzi, un edificio in rovina e alcuni magazzini semidistrutti. I lavori di risanamento si conclusero nel 1723. L’anno successivo, Mechitar iniziò il progetto di ristrutturazione e costruzione del nuovo monastero, a partire dall’ala settentrionale.

Il complesso fu ultimato nel 1740 con la biblioteca monumentale e il sottostante refettorio. Solo il campanile, decorato con lo stemma della Congregazione, venne ultimato dopo la morte dell’abate (1749). A oggi, l’isola di San Lazzaro – ampliata nel 1815, dal governo austriaco, e nel 1949 – si estende per circa 30 mila chilometri di superficie. Assieme a San Francesco del Deserto (che ospita invece un convento di frati minori), costituisce un’eccezione nella Laguna veneta: le due isole sono le uniche ad aver mantenuto una presenza vissuta di comunità religiosa e monastica. L’Isola San Lazzaro degli Armeni è visitabile solo su prenotazione. Info: https://mechitar.org/

San Giorgio dei Greci

Dal 1991, con decisione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, San Giorgio dei Greci di Venezia è cattedrale dell’Arcidiocesi ortodossa d’Italia e Malta. Costruita tra il 1536 e il 1577 grazie ai contributi dei greci ortodossi veneziani e dei marinai greci di passaggio nella città lagunare, la cattedrale, situata nel sestiere di Castello, figura tra le più antiche chiese ortodosse d’Italia, insieme alla chiesa dei Santi Pietro e Paolo dei Greci a Napoli. Aperta tutti i giorni dalle 10 alle 16, la cattedrale ospita, oltre alle celebrazioni, incontri settimanali di catechismo ortodosso per studenti e adulti, una scuola di lingua greca e di musica sacra (in fase di organizzazione).

Quanto al lato artistico dell’edificio, realizzato in stile tardo rinascimentale su progetto dell’architetto Sante Lombardo, si tratta di una chiesa a navata unica ricoperta di affreschi di Giovanni di Cipro. Da non perdere il coro ligneo a due ordini (1574-1577), lungo le pareti laterali, e il pulpito di Giovanni Grapiglia (1597). Per non parlare delle pitture di Michele Damasceno, realizzate nell’iconostasi (parete che separa il luogo dell’assemblea dal presbiterio), raffiguranti apostoli e santi greci. Alle pareti della cappella che ospita l’altare della Preparazione si trova l’icona più antica della chiesa: una Vergine con camicia d’argento, che venne portata a Venezia da Costantinopoli in seguito alla caduta dell’Impero Romano d’Oriente nel 1453.

Una volta visitata la chiesa, date un’occhiata anche al campanile di Bernardo Ongarin (1587-1603) che pende sul sagrato. Poi fate una tappa al Museo di immagini sacre lì vicino: contiene una delle più ricche collezioni di icone bizantine e post-bizantine dell’Europa occidentale, provenienti proprio da San Giorgio dei Greci. Info: arcidiocesiortodossa@gmail.com

Monastero Mata Svami Gitananda Ashram

Adagiato tra le colline e i boschi di castagno di Altare, in provincia di Savona, il monastero induista Mata Svami Gitananda Ashram si raggiunge attraverso una strada sterrata di alcuni chilometri. «Molti visitatori decidono di percorrerla a piedi: quasi un piccolo pellegrinaggio che aiuta ad apprezzare ancora di più il luogo una volta arrivati, ma anche a mettersi in contatto con se stessi e con l’altro». A parlare è Nirajitananda, una dei venti componenti – tra monaci e monache dai 30 anni in su – della comunità che risiede nel monastero ligure.

Dal 1984, cioè da quando il Mata è stato fondato dal mahant Yogasri Svami Yogananda Giri, la comunità monastica ha continuato a crescere. «Tanti di noi – continua Nirajitananda – hanno sentito il bisogno di dedicarsi al proprio progresso spirituale attraverso lo studio, la pratica e il servizio per il bene comune». Da qui la nascita di una realtà sempre più accogliente e aperta al diverso. «L’ospite è sacro per l’induismo – aggiunge la monaca –, a prescindere dalla religione a cui appartiene. Ecco perché il nostro monastero è sempre aperto a tutti (covid permettendo, al momento per visitare il monastero è meglio scrivere a: monasteroindu@gmail.com): dai pellegrini alle scolaresche, dai turisti ai ricercatori. Vengono a migliaia da ogni parte d’Italia, ma anche da Francia e Svizzera. Molti di loro sono induisti immigrati da India, Sri Lanka e Mauritius, richiamati dalle festività e dalle pratiche nel tempio. C’è anche chi frequenta il monastero per lo yoga, lo studio dei testi, la meditazione, la danza, le conferenze e le giornate dedicate al dialogo interreligioso, all’ecologia, come pure ai diritti delle donne».

Costruito secondo i dettami dello stile indiano, con tanto di statue e colori sfavillanti, il monastero Mata Svami Gitananda Ashram sembra «un piccolo angolo di India» tutto da scoprire. «La sua bellezza risiede nel connubio tra architettura sacra e natura» spiega ancora Nirajitananda. Da qui l’importanza del giardino che circonda il luogo sacro, dove monaci e monache si prendono cura delle piante e degli animali che vi risiedono. «C’è anche un orto da dove traiamo parte del nostro sostentamento e un grande roseto composto da 5 mila piante coltivate proprio per le offerte al tempio (nel rito induista si usano tantissimi fiori e frutti)» conclude la monaca. La bellezza fa rima con pace e natura al monastero Mata Svami Gitananda Ashram. Non a caso, la principale sede religiosa dell’Unione induista italiana (Sanatana Dharma Samgha) ha ricevuto di recente il titolo di «Vishisht Sewa Samman» dal Governo dell’India.

Chiesa Evangelica Luterana di Trieste

Un luogo semplice eppure suggestivo. Un ambiente austero quanto accogliente. Sembra un controsenso ma non lo è. Siamo nella chiesa evangelica luterana di Trieste, edificata nel 1874 dall’architetto Christian Zimmermann. Uno dei primi luoghi di culto costruiti in Italia per venire incontro alle esigenze della comunità luterana, che nella città aveva messo radici sin dal 1717 (le prime cinque famiglie luterane giunsero, come molte altre, attirate dai commerci). La forte multiculturalità, che da sempre si respira a Trieste, ha favorito lo sviluppo di una chiesa libera dalle convenzioni e aperta a tutti, un punto di ritrovo e un polo culturale dove preghiera fa rima con condivisione.

Al di là del mero valore artistico dell’edificio neogotico – che vanta dieci vetrate di maestranza tedesca –, intorno alla chiesa evangelica luterana di Trieste è intessuta una fitta rete di relazioni, progetti e buone prassi. «Dalla scuola di catechismo domenicale per bambini al progetto delle arnie sul campanile – un modo per insegnare il rispetto della natura e delle api a tutte le età –, fino ai letti ospedalieri messi a disposizione di persone immobilizzate in casa» elenca il dottor Giuliano Auber, curatore della comunità luterana di Trieste. «Quando, due anni fa, è iniziata la pandemia abbiamo istituito anche i pacchi alimentari, offerti grazie all’impegno della comunità e a disposizione di chiunque ne abbia bisogno, a prescindere da provenienza e credo».

Istruzione e solidarietà a parte, però, la chiesa evangelica luterana di Trieste ospita anche eventi culturali, come i concerti. «Ci chiedono spesso in affitto il prezioso organo della chiesa, ovvero il primo organo romantico della città, nonché il primo su cui fu possibile suonare – grazie alle due tastiere e alla pedaliera completa – anche le composizioni di Bach». Costruito dall’azienda Steinmeyer nel 1874, oggi l’organo si può ammirare nella chiesa di Largo Panfili dove a detenerne una sorta di «primato d’uso» è l’organista della comunità luterana Manuel Tomadin. Assieme al suo fidato strumento e al coro femminile «Voci luterane», il maestro accompagna le celebrazioni nella chiesa triestina. «La musica è una colonna portante nella liturgia protestante – conclude Auber –. Così, in ogni funzione viene allestito un piccolo concerto. Lo stesso Martin Lutero compose una trentina di inni, quali momenti di approfondimento liturgico». Oltre alla chiesa, aperta quattro giorni a settimana (le celebrazioni sono in italiano, tranne la seconda domenica del mese, quando il culto si svolge in tedesco), la comunità evangelica luterana di Trieste dispone di un piccolo cimitero, di una casa pastorale con un asilo e di un grande edificio in via San Lazzaro, che ospitava inizialmente la scuola evangelica e dove oggi si trovano la sala comunitaria, l’ufficio e l’archivio della comunità.

Gurdwara Sri Guru Kaldidhar Sahib

Nei bei tempi andati in cui non ci si doveva preoccupare di covid e distanziamento sociale, il Gurdwara Sri Guru Kaldidhar Sahib di Pessina Cremonese poteva ospitare fino a cinquecento persone. Non c’è da stupirsi, dunque, se nel web l’hanno incoronato «il tempio sikh più grande d’Europa». «Ogni settimana arrivavano oltre 2 mila persone dalla regione. In occasione di festività, poi, i visitatori partono da tutta Italia per raggiungerci». A parlare è Singh Damanjot, che fa da interprete a suo padre, colui che si prende cura del tempio di Pessina. Oltre  2 mila metri quadrati di superficie, tre piani, quattro torri e altrettante cupole, l'edificio è stato costruito nel 2011 su progetto di Giorgio Mantovani. E rappresenta molto più di un luogo di culto per le famiglie sikh approdate in Pianura Padana a partire dalla metà degli anni Ottanta. «Ogni settimana religiosi provenienti dall’India e dall’Inghilterra si fermano al tempio per dare insegnamenti sacri – continua Damanjot –. La domenica, inoltre, sono previste lezioni di lingua punjabi per i bambini nati in Italia».

Un luogo di fede, dunque, ma anche di formazione e aggregazione le cui porte sono aperte a tutti. «L’accoglienza è un principio fondamentale della nostra religione. Da qui l’usanza di allestire nel tempio una mensa aperta 24 ore su 24, 365 giorni all’anno, che dona cibo gratuito (rigorosamente vegetariano), offerto dalla comunità sikh stessa, a tutti coloro che lo vorranno o ne avranno bisogno».

Tempio maggiore

È la prima sinagoga monumentale costruita a Roma tra il 1901 e il 1904 (è stata inaugurata il 2 luglio 1904 alla presenza di re Vittorio Emanuele III nell’ex ghetto, bonificato a seguito del piano regolatore del 1888). Lo stesso edificio ospita anche il Museo ebraico della Capitale – con una selezione di reperti archeologici, paramenti sacri, oggetti di culto e incisioni – e una seconda sinagoga, il Tempio spagnolo, allestito nel 1932 e, in seguito, abbellito con gli arredi marmorei delle «Cinque Scole», ovvero le cinque antiche sinagoghe del ghetto ebraico. Il Tempio maggiore rappresenta oggi il più grande luogo di culto per gli ebrei d’Europa. L’edificio, progettato da Osvaldo Armanni e Vincenzo Costa, coperto da una cupola a base quadrata rivestita di alluminio, richiama fin dalla sua facciata i simboli della fede ebraica, come la stella a sei punte di David e il candelabro a sette bracci (Menorah). Internamente l’edificio – per cui furono recuperati gli arredi delle vecchie sinagoghe – è decorato in stile liberty, compreso il pulpito (Bimah). Da non perdere le vetrate colorate di Cesare Picchiarini e i dipinti di Domenico Bruschi e Annibale Brugnoli. La sinagoga monumentale vanta anche un prezioso organo a canne costruito nel 1904 dai fratelli Rieger. Info: https://museoebraico.roma.it/

Istituto Lama Tzong Khapa

1976. Reduci da un corso di meditazione in un monastero a Katmandu, in Nepal, tre giovani milanesi ritornano alle loro vite trasformati e decidono di rivoluzionarle completamente. Con l’aiuto della famiglia di uno di loro, la famiglia Corona, fondano in una antica villa padronale tra le colline di Pomaia (nei pressi di Pisa) l’Istituto Lama Tzong Khapa, un centro di buddhismo tibetano di tradizione Mahayana. Un luogo, per dirla con le parole di Lama Thubten Yeshe, fondatore della FPMT (Fondazione per la preservazione della tradizione Mahayana) «aperto a tutti, a ogni persona di qualunque etnia, nazionalità e retroterra socio-culturale. Un luogo dove imparare come liberare la mente dalle concezioni dannose profondamente radicate e come vivere in armonia con gli altri, mettendo la meditazione in pratica nella vita quotidiana».

Quarantacinque anni dopo, l’Istituto Lama Tzong Khapa è una realtà viva che richiama ogni settimana centinaia di visitatori, corsisti, appassionati, alunni, maestri… Oltre alla trentina di monaci buddisti che ci vivono o che lo frequentano, il centro si compone di uno staff di altre trenta persone, senza contare i volontari che per tre mesi al massimo prestano servizio in cambio di vitto, alloggio e frequenza ad alcuni corsi. «Quello più richiesto è “l’ABC della meditazione” – precisa Manuela Ferro, responsabile della comunicazione dell’Istituto –. È tenuto da una monaca americana, la Ven. Connie Miller, che tuttavia insegna in modo laico. Ogni settimana, comunque, qui si svolgono da tre a quattro corsi e seminari di filosofia, psicologia, meditazione rivolti a tutte le culture e le fedi, per un massimo di 150-200 ospiti ogni weekend».

Se poi aggiungiamo le visite guidate gratuite alla domenica, gli eventi collaterali e le letture delle fiabe tibetane per le scolaresche, parliamo davvero di una realtà tanto sfaccettata quanto ricca e bellissima. Non a caso il Dalai Lama l’ha visitata ben cinque volte, l’ultima nel 2014. Senza contare le altre celebrità che frequentano o hanno frequentato assiduamente l’Istituto, dall’attore Richard Gere al compianto cantautore Franco Battiato che nel 2008, a seguito di un incendio nella sala di meditazione, ha tenuto un concerto a Cecina con l’intento di raccogliere fondi e riparare i danni nell’edificio.

Se leggendo tra le righe ve lo siete chiesto, la risposta è no: il Lama Tzong Khapa, in effetti, non è propriamente un monastero (un vero monastero buddista, scavato nella roccia, sta per essere realizzato a meno di un chilometro dall’Istituto), bensì una scuola internazionale di studi e pratica buddisti. A essere precisi, uno dei più importanti centri studi di questo tipo in Europa. Ma proprio la profonda spiritualità e apertura mentale che si respira al suo interno lo rende tanto speciale e, a suo modo, sacro. «Dopo le giornate di meditazione sulla Compassione universale con i padri Guidalberto Bormolini e Giancarlo Bruni, che nel 2018 hanno attirato partecipanti da tutta Italia, in attesa di replicare il Festival del Tibet, ospiteremo un evento legato all’ambiente e alla scienza della mente – conclude Manuela Ferro –. Per noi il dialogo interreligioso è fondamentale».

Moschee di Catania

Aperta nel 1980 in via Castromarino dall’avvocato Michele Papa, su progetto di un architetto egiziano, la moschea di Omar è la più antica moschea moderna in Italia. Dotata di minareto e mezzaluna, sulla facciata presenta la scritta latina: Michele Papa aedificavit (la edificò Michele Papa). Dedicato al secondo califfo dell’Islam, Omar ibn al-Khattab, l’edificio sacro venne chiuso al culto nel 1990 e, a oggi, è visitabile solo su appuntamento. È tuttavia l’unica moschea di Catania che vanta caratteristiche proprie di una moschea. L’unica oltre alla moschea della Misericordia, la più grande della Sicilia. Inaugurata nel 2012, quest’ultima sorge in un ex teatro di 400 metri quadrati. Un luogo abbandonato che l’imam Kheit Abdelhafid riuscì a trasformare in un punto di riferimento per i musulmani di tutta l’isola (durante il Ramadam, covid permettendo, la moschea può accogliere oltre mille fedeli).

Sviluppata su tre piani, la moschea della Misericordia è luogo di culto, ma anche di aggregazione e solidarietà. Dal 2013, infatti, la struttura ha offerto – in collaborazione col Banco alimentare di Sicilia – un servizio di mensa, fornendo gratuitamente beni necessari, a prescindere dal credo religioso. Tra le partnership che la moschea della Misericordia ha tessuto negli anni c'è anche quella con il Movimento dei focolari, la Comunità di sant’Egidio e con Caritas diocesana di Catania. Proprio quest’ultima lo scorso marzo è balzata alle cronache per una donazione alimentare indirizzata alla moschea della Misericordia. Una donazione rivolta a tutti quei musulmani che – dovendo rispettare il Ramadan e l’astensione dal cibo dall’alba al tramonto – non avrebbero potuto usufruire dei pasti gratuiti distribuiti dai volontari Caritas negli orari stabiliti, fuori dall’Help center della stazione Centrale. La reciprocità è davvero un grande dono!

 

Prova la versione digitale del «Messaggero di sant'Antonio»! 

Data di aggiornamento: 21 Giugno 2022

Articoli Consigliati

Passione bio

07 Giugno 2022 | di

Nati viaggiatori

16 Maggio 2022 | di

L’abbraccio

09 Aprile 2022 | di
fra Massimiliano Patassini
Lascia un commento che verrà pubblicato