«Un attimo prima era un amico che insiste, vieni al mare questo fine settimana, dài vieni non essere pigra, prendiamo a noleggio una barchetta e andiamo al largo. Un attimo dopo era quando, l’intervento? Subito. Subito quando? Lunedì. Un attimo prima era sabato, un attimo dopo era lunedì». Il tempo di prima e quello di dopo: di questo, a lungo, parla l’ultimo bellissimo libro di Concita De Gregorio, La cura, anche se molto più importante è il tempo di dopo, in queste pagine, un tempo incredibilmente buono, abitato dalla leggerezza.
Lo spunto iniziale per il volume è offerto dal cancro che la giornalista e scrittrice ha affrontato quattro anni fa, ma La cura non è assolutamente un libro sulla malattia né un memoir che, come l’autrice stessa spiega, è costruito sulla retorica sbagliata della «lotta», secondo la quale bisogna lottare contro il proprio corpo, e chi soccombe, oltre a dover morire, si deve pure sentire colpevole di non aver lottato abbastanza bene.
Ma questo di De Gregorio è essenzialmente un libro sulle relazioni, quelle che fanno ammalare («Io lo so perché mi sono ammalata. So che cosa mi ha fatto ammalare […], lo so perfettamente, è un pensiero che non mi fa dormire la notte») ma molto di più quelle buone, quelle che curano. Quelle che, passate al setaccio (come inevitabilmente accade durante la malattia con tutte le proprie relazioni), si rivelano pepite d’oro e non sassi. Perché le prime sono preziose e vanno custodite, i secondi – si comprende nel tempo di dopo – vanno lasciati a terra senza pietà, perché appesantiscono solo il cammino che, dopo, deve farsi leggero.
Pagina dopo pagina si incontrano dunque tante piccole o grandi pepite d’oro. Incontri e relazioni da custodire con cura. I medici, gli infermieri, il personale ausiliario, certo, ma anche le compagne di viaggio, quelle con cui si sono condivise stanze o attese, terapie, paure e speranze. E poi le pepite impreviste: quelle che si rivelano nel momento della difficoltà, mentre altre, su cui si pensava di poter contare, spariscono nel silenzio, sassi inattesi.
Sono dunque i tanti episodi, ricordi, dialoghi, emozioni vissute le vere protagoniste di queste pagine che quasi sempre strappano un sorriso. O fanno pensare, pensieri buoni e lenti, come buono e lento è il tempo di dopo. Perché se il tempo di tutti noi è contato, ricorda De Gregorio, quello di chi ha avuto una malattia oncologica lo è di più, la vita gliel’ha sbattuto in faccia e da lì non può più fuggire. E allora comprende che «siccome il dolore arriva da solo e comunque arriva sempre, non ne serve altro. Al contrario. Serve bellezza, per affrontare tutto questo dolore. Servono leggerezza, un poco di allegria. Il carburante per viaggiare nel buio».
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