La democrazia spegne la guerra

La guerra non è più un fatto politico ma un affare privato. Ecco perché oggi, contro il dilagare della guerra, ci vogliono due antidoti: una rivoluzione culturale e un ministero della Pace.
09 Febbraio 2026 | di

«Costruire la pace è anche un processo culturale che va declinato in ambito educativo, dalle scuole alle università, e diplomatico: l’arte della mediazione. Per questo in Italia sarebbe necessario un ministero della Pace, un luogo dove radicare la vera democrazia». Ne è convinto il professor Stefano Zamagni, docente di Economia a Bologna e presidente emerito della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, intervenuto di recente anche alla Facoltà teologica del Triveneto per una lectio magistralis sul tema: «La pace contesa», nell’ambito del corso di perfezionamento su «Antropologia, Bibbia, Religioni: un approccio multidisciplinare», organizzato in collaborazione con l’Ateneo della Città del Santo. Zamagni spiega al «Messaggero di sant’Antonio» perché la pace non è solo questione di finire i combattimenti, ma, prima di tutto, di conversione nel cuore di ogni persona e cura delle relazioni umane, superando paradigmi e pregiudizi che alimentano le ostilità.

Msa. Viviamo un tempo segnato da decine di guerre in tutto il Pianeta e di molte neppure se ne parla: qual è il suo giudizio?

Zamagni. Per la precisione sono 56, ma si parla solo delle due più rilevanti: Ucraina e Terrasanta. Perché? È l’ulteriore prova di quel fenomeno nuovo, tipico di questa fase storica: la «privatizzazione della guerra». Tutto il business del riarmo è appaltato al settore privato tecno-militare. È qui che si muovono i grandi interessi economici: le imprese che fanno soldi vendendo armi. Un tempo la guerra era una decisione dei governi. Ora a governare sono i grandi complessi industriali.

Già gli antichi romani teorizzavano: Si vis pacem, para bellum, «Se vuoi la pace, prepara la guerra». Cosa è cambiato?

Nella storia della filosofia politica, partendo dall’antica Grecia, si affermano due linee di pensiero contrapposte. Una è quella di Eraclito, Tucidide, Hobbes, Schmitt e Von Clausewitz, appunto la teoria della deterrenza: dissuadere attraverso la minaccia. L’altra è quella di Aristotele, Agostino, San Tommaso, Maritain: Si vis pacem, para civitatem, «Se vuoi la pace, civilizza la società». Devi spiegare che la guerra è l’azione più irrazionale e stupida che si possa immaginare. Distrugge vite umane e risorse materiali. Il modo più efficace e duraturo per garantire la pace è costruire istituzioni di pace, togliere le cause della guerra. Perché la pace non può essere declamata come fanno i pacifisti, ma costruita, giorno per giorno.

E invece cosa accade?

Che le istituzioni che hanno priorità sono quelle economiche, mentre il sistema democratico va in crisi. Nel suo A study of war, Quincy Wright spiega molto bene che due democrazie autentiche non si fanno mai la guerra. La guerra è sempre tra dittature o, al massimo, tra una dittatura e una democrazia. La democrazia è il potere del popolo: soltanto riducendo le diseguaglianze prepareremo il terreno per la pace. Ecco perché san Paolo VI, già nel 1967, nella sua enciclica Populorum progressio dava alla pace il nome nuovo di sviluppo, che non è solo la crescita, ma la realizzazione del bene comune. Bisognerebbe andare a cambiare gli statuti degli organismi economici e finanziari internazionali pensati per l’Occidente avanzato. Su questo la Pontificia Accademia delle Scienze sociali del Vaticano ha presentato il documento Rapporto del Giubileo che sarà esposto alle Nazioni Unite.

A prevalere è ancora il principio: Homo homini lupus est, ovvero l’uomo è lupo per l’uomo?

Le persone non vengono consultate. Perché i governanti non fanno un referendum sulla pace? La stragrande maggioranza dice di no. Dove c’è la guerra non c’è democrazia. È stato Aristotele, 2.300 anni fa, a inventare la democrazia: non la si può imporre né esportare, ma va coltivata. Solo che per farlo la precondizione essenziale è l’amicizia civile. Stare assieme è un valore, perché l’uomo è un essere sempre in relazione. Sant’Agostino ci ricorda che nasce come animale e diventa «antagonista per vizio». Per primo Tacito teorizzò l’homo homini lupus est, ripreso poi da Hobbes.

Perché le guerre continuano a proliferare? Perché l’uomo in astratto dice «mai più la guerra», ma poi la guerra torna puntualmente?

Non basta che la pace porti assenza di violenza, cioè il cessate il fuoco, che è la pace negativa. Occorre aggredire i fattori causali generatori della guerra. Pace positiva significa eliminarne o ridurne le cause. Non basta la tregua, serve un cambiamento. Purtroppo, però, dovunque c’è troppa ipocrisia.

Che impressione le ha dato il primo saluto di papa Leone XIV: «La pace sia con tutti voi, ...una pace disarmata e disarmante». Cosa vuol dirci?

Rileggiamo il salmo 85: giustizia e pace si baceranno quando finalmente nella società entrerà il principio di carità. Senza carità non c’è giustizia. Si parla tanto di pace giusta, ma giusta per chi? I contratti sociali regolano i rispettivi interessi. Mentre, invece, la forma più alta di carità è la fraternità.

Come si può sperare (la speranza è stata il tema del Giubileo 2025) una pace vera, effettiva ma anche giusta?

Prima di tutto con una rivoluzione culturale e la conversione dei cuori.

Lei ha proposto un ministero per la Pace: ci spiega?

Mentre Trump in Usa cambia il nome del Dipartimento della pace in Dipartimento della guerra, servirebbe un ministero della Pace, a cui per primo pensò già Alcide De Gasperi, che partisse da un primo assunto: la guerra non può essere un fatto inevitabile. Nella giungla io mi difendo dagli animali feroci, ma se sono nel giardino di casa mia, da cosa mi difendo? Servono formazione e cultura: a scuola e all’università non si parla di pace. La diplomazia andrebbe riorganizzata. Questo Ministero potrebbe essere anche senza portafoglio, ma promuoverebbe una grande azione pacificatrice.

Quale ruolo dovrebbe giocare il diritto internazionale?

Il diritto internazionale non funziona perché è espressione delle deliberazioni di governi che si mettono d’accordo. Nella contrattazione vince il Paese più forte. Le regole del diritto assecondano gli interessi. Bisogna cominciare a mettere a posto le cose e, nonostante tutto, io sono fiducioso: quando l’uomo sbatte il naso, inizia a cambiare.

Che rapporto c’è tra economia e geopolitica? Come un’economia civile, a misura d’uomo, può prevenire la guerra?

La politica è suddita dell’economia. Dentro la globalizzazione, la finanziarizzazione, la terza rivoluzione industriale, è necessario rilanciare il paradigma di quell’economia civile che nacque a Napoli nel 1753, ma poi fu dimenticata. Cicerone ci ha insegnato il sostantivo civitas, città delle anime, che è altra cosa dall’urbs, città delle pietre. Il fine dell’economia civile è il bene comune, che è altra cosa del bene totale che è il Pil.

Quale può essere il contributo dei cristiani, ogni giorno, alla pace?

Dovrebbero ascoltare la Parola e non andare dietro ai mestieranti della parola. Coltivare amicizia civile. Non rassegnarsi all’autocommiserazione pensando che andrà sempre peggio. Va male, certo, ma dopo il Medioevo è venuto l’Umanesimo e poi il Rinascimento. Dipende molto da noi.

Quali sono le prospettive per l’Ucraina?

Temo che si farà una pace solo negativa, per cui, dopo un tot di anni, la guerra tornerà. Spegnere il fuoco ma con i carboni ardenti sotto la cenere, è una sconfitta per tutti.

Che ruolo per l’Europa?

Va rifondata di nuovo tornando al patto costitutivo delle origini che ha fondamenta cattoliche. Non a caso, le radici giudaico-cristiane non sono state riconosciute, perché davano fastidio. L’Europa così com’è adesso non serve a niente. Ci vorrebbe, ad esempio, un esercito europeo con un comando unificato. Ci sono la moneta e il mercato unico, non la difesa e la politica estera unitarie; e neanche il welfare. L’Ue è rimasta a mezza strada, non ha completato l’opera. Manca l’autorità sovranazionale.

Crede ancora nell’arte del dialogo e della diplomazia?

Papa Leone nel suo messaggio per la pace ha scritto: «Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici». E il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, ci ha ricordato che ci può essere una pace come compromesso tra un principio e un fatto di realtà. Non bisogna essere massimalisti, ma cercare la via media: occorre che entrambe le parti cedano qualcosa. Compito del principio di equità è stabilire la via mediana. Il saggio è chi non porta a estreme conseguenze le sue posizioni.

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Data di aggiornamento: 09 Febbraio 2026

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