31 Gennaio 2023

La testimonianza di Benedetto XVI

Nel suo testamento spirituale, il Papa emerito ci consegna la gratitudine di un umile e fedele servo del Signore.
La testimonianza di Benedetto XVI

© FILIPPO MONTEFORTE/AFP via Getty Images

«Semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore». Con queste parole, Benedetto XVI si è presentato al mondo all’inizio del suo pontificato, il 19 aprile 2005, poco dopo la morte del «grande papa Giovanni Paolo II». E possiamo dire che davvero Joseph Ratzinger ha incarnato nella sua vita la dimensione del servizio nei vari ministeri che gli sono stati affidati: insegnante di Teologia, presente come esperto al Concilio Vaticano II, arcivescovo di Monaco e Frisinga, cardinale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e infine Papa (solo per elencarne alcuni). Ma come ha vissuto tutto questo e quale testimonianza ci offre? Fare una sintesi della sua attività pastorale, della produzione teologica e magisteriale è un’impresa ardua.

Tuttavia mi pare significativo riprendere un suo breve scritto, «Il mio testamento spirituale», datato 29 agosto 2006 e pubblicato il giorno della sua morte (31 dicembre 2022): infatti, in un testamento spirituale si consegna ciò che è più importante, quell’eredità di bene di cui si è fatta esperienza. Provvidenziale coincidenza la sua datazione: il giorno in cui la Chiesa fa memoria del Martirio di san Giovanni Battista, colui che «rese sia in vita sia in morte testimonianza alla verità», al Signore Gesù. Proprio questo ha fatto Ratzinger, e lo ribadisce nel testamento: «Gesù Cristo è veramente la via, la verità e la vita» e aggiunge «e la Chiesa, con tutte le sue insufficienze, è veramente il Suo corpo». Ecco il nucleo teologico del messaggio che ha lasciato, frutto non solo di una profonda riflessione, ma anche di un’esperienza vissuta che l’ha sempre portato ad affermare con passione la ragionevolezza della fede, contro certe pretese della scienza «di offrire risultati inconfutabili in contrasto con la fede cattolica».

Non poteva mancare nel suo testamento l’espressione della ricerca personale e scientifica a cui ha dedicato tanti anni di impegno e di studio; ma è interessante che il riferimento alla dottrina della fede venga in un secondo momento. Il testo comincia con il ringraziamento, anzitutto a Dio e alla sua famiglia. Ecco le radici di quest’uomo: riconosce che Dio (per primo) e i genitori gli hanno dato la vita e, insieme, la luce per camminare nell’esistenza. Il Signore è colui che «mi ha guidato bene», specialmente nei momenti di confusione, «rialzandomi sempre ogni volta che incominciavo a scivolare». Toccanti sono le parole con cui ringrazia i genitori: «Con il loro amore mi hanno preparato una magnifica dimora che, come chiara luce, illumina tutti i giorni fino a oggi». La fede del padre, la grande bontà della madre sono state accolte e si sono stabilite nell’intimo di Joseph: se le è portate dentro ogni giorno e come una luce benefica hanno illuminato la sua vita, dandogli la serenità per leggere gli eventi, per operare le scelte. Quanto è importante la cura dei figli, seminare nella loro vita germi di bene e d’amore: li porteranno con sé per sempre, quasi come un pezzo di casa.

Continua, poi, ringraziando coloro che, in diversi modi, hanno attraversato il suo percorso e accompagnato il suo cammino: la sorella, il fratello, gli amici, i collaboratori, i maestri, gli allievi, la gente bavarese, e ringrazia pure per il «bello» che ha potuto sperimentare, specialmente «a Roma e in Italia che è diventata la mia seconda patria». Lapidaria, al centro del testamento, senza preamboli, né aggiunte, né artifici retorici, una richiesta: «A tutti quelli a cui abbia in qualche modo fatto torto, chiedo di cuore perdono». Ritorna l’umiltà e la semplicità del fedele servo del Signore Benedetto XVI, per il quale ringraziamo Dio, affidandolo al suo eterno abbraccio di amore.

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Data di aggiornamento: 24 Gennaio 2023
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