L’arte della rivoluzione

La cosiddetta «rivoluzione di luglio» che ha coinvolto il Bangladesh nel 2024 e che ha portato alla destituzione della prima ministra Sheikh Hasina è stata innescata e guidata dagli artisti, oltre che dai giovani della Gen Z.
16 Luglio 2026 | di

«L’arte ha svolto un ruolo importante nel corso della nostra storia e gli artisti, in larga misura giovani, sono stati in prima linea nella resistenza al fascismo di Sheikh Hasina. Ma non dimentichiamo che è stato proprio il silenzio degli artisti e degli intellettuali affermati a permetterle di farla franca per tanto tempo con le sue angherie e i suoi metodi brutali». Fotografo di fama internazionale, fondatore del Chobi Mela, tra i più importanti festival di fotografia del Sud-est asiatico, Shahidul Alam è tra i pochi intellettuali del Bangladesh a non aver mai taciuto. Nel 2018, le critiche rivolte all’autoritarismo della prima ministra Sheikh Hasina, la leader della Lega Awami al governo dal 2009, gli sono costate 107 giorni di carcere e l’accusa di aver danneggiato l’immagine del Paese.

Rilasciato grazie a una mobilitazione internazionale a cui hanno aderito Amnesty International e personalità come Amartya Sen e Arundhati Roy, Shahidul Alam nell’agosto 2024 ha visto implodere il sistema di potere di Hasina, costretta alla fuga in India dalla «rivoluzione di luglio». Una mobilitazione di studenti che, iniziata per contestare un provvedimento amministrativo sui posti di lavoro pubblici destinati agli eredi della lotta di liberazione dal Pakistan nel 1971, è stata repressa nel sangue, assumendo un carattere sempre più politico. Tra i primi a reclamare lo spazio pubblico, sfidando la macchina repressiva, sono stati proprio gli artisti, i «graffitari», le fumettiste, gli illustratori, autori e autrici di murales. 

«Ero nello studio e disegnavo abiti. Un mio collega non la finiva di scrollare il telefono. Indispettita, mi sono avvicinata. E sullo schermo ho visto le immagini di uno studente picchiato a sangue, proprio dentro la mia stessa università, dai militanti della Chattra League», la branca studentesca del partito di governo, racconta Faiza Fairooz, una studentessa 23enne che incontriamo nell’ampio giardino della facoltà di Belle arti della Dhaka University, durante una pausa della lezione di scultura. Un uomo seduto su un piedistallo fa da modello. Intorno, le colleghe di Fairooz scolpiscono grandi blocchi di legno, per tirarne fuori un volto. Lei prosegue il racconto: «Che senso aveva continuare a disegnare vestiti? Così sono scesa in strada a manifestare, siamo stati tra i primi a farlo, e ho preso a disegnare graffiti contro il governo. Da lì è stato un tumulto di emozioni». E un moltiplicarsi di graffiti in tutto il Paese, soprattutto a Dacca.

Fiduciosi ma guardinghi

Dal Sud al Nord, dal lungofiume della città vecchia, il Saderghat, ai quartieri residenziali di Gulshan e Banani, percorrendo la megalopoli da 30 milioni e passa di abitanti non c’è quartiere che non porti sui muri le tracce di questo grande stravolgimento, sociale e politico. Murales contro Sheikh Hasina, la leader deposta e poi condannata a morte, in contumacia, per la responsabilità nei massacri di piazza di luglio e agosto 2024, spesso raffigurata come un pappagallo, descritta come omicida, schernita mentre scivola giù dallo scettro. Graffiti contro le forze di sicurezza, mostrate mentre imbavagliano, picchiano, con manganelli alzati e scagliati contro la folla. E poi illustrazioni inneggianti alla Gen Z, vera protagonista della rivolta, finalmente consapevole della propria forza e della propria creatività. 

«Queste vivide creazioni sono più che semplice arte, rappresentano le voci dei giovani, che hanno fatto irruzione all’improvviso con un’audacia senza pari, in un Paese in cui la voce del popolo è stata silenziata». Così scrive Muhammad Yunus – il premio Nobel per la pace a cui gli studenti rivoluzionari e l’esercito, nell’agosto 2024, hanno assegnato il compito di guidare il governo di transizione fino alle elezioni del febbraio 2026 – nella prefazione di Art of Triumph. Fortemente voluto dallo stesso Yunus, che lo ha donato a tutti i diplomatici incontrati a Dacca o nelle visite all’estero, il libro raccoglie una cinquantina di fotografie di Avijit Karmoker che hanno come oggetto i murales e i graffiti che meglio rappresentano lo spirito rivoluzionario.

Oggi, a distanza di due anni dalla rivolta di luglio, cinque mesi dopo le elezioni del 12 febbraio che hanno consegnato la carica di primo ministro a Tarique Rahman – il leader del Partito nazionalista del Bangladesh per anni in esilio – tra studenti e artisti il sentimento è duplice. Per Mahfuz Alam, tra gli organizzatori della rivolta, poi membro del governo a interim guidato da Yunus che lo ha definito «la vera mente dietro la rivoluzione studentesca», occorre essere prudenti. Guardinghi di fronte al pericolo della riemersione delle forze reazionarie: «Gli ambienti letterari e culturali che hanno fornito legittimità e avallato la brutalità del vecchio regime sono ancora attivi in Bangladesh. Non alzano ancora la testa, ma portano avanti sottotraccia l’ideologia del mujibismo», ci dice riferendosi a Sheikh Mujibur Rahman, il padre di Sheikh Hasina, tra i protagonisti dell’indipendenza del Paese nel 1971, intorno alla cui eredità si gioca una partita culturale importante. 

Per Arnab Das e Subrato Chandraw, entrambi 26enni, laureati in Belle Arti, i timori di Mahfuz sono giustificati, «perché le vecchie forze sono ancora attive». Ma la società bangladese ormai è cambiata. E indietro non si torna, sostengono convinti: «Se le cose si dovessero mettere male, tutti noi siamo pronti a tornare in piazza e a rovesciare anche il nuovo governo», commentano nella loro stanza, piena di ritratti e disegni, all’interno della Jagannath Hall, il dormitorio della Dhaka University riservato perlopiù ai membri delle minoranze.

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Data di aggiornamento: 16 Luglio 2026

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